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    » 04/09/2009, 00.00

    INDIA

    Storie di fede dai perseguitati dell’Orissa

    Ajay Kumar Singh*

    Abhimanyu Nayak, 44 anni, è un cristiano del villaggio di Barapalli, distretto di Kandhamal. Il 27 agosto 2008 viene picchiato e bruciato vivo da una folla di estremisti indù. Ora la sua storia è raccolta insieme alle testimonianze di altri cristiani che hanno subito il pogrom che ha sconvolto l’Orissa.
    Bhubaneshwar (AsiaNews) - Ad un anno dal pogrom che ha colpito la comunità cristiana dell’Orissa, l’ufficio Relief and Rehabilitation Response della diocesi di Bhubaneshwar sta raccogliendo documentazione sulle violenze perpetrate dagli estremisti indù , sulle testimonianze dei cristiani uccisi e sui sopravvissuti agli attacchi dell’agosto 2008. Pubblichiamo la storia di Abhimanyu Nayak, 44 anni, cristiano del villaggio di Barapalli, distretto di Kandhamal (Orissa), raccolta dal coordinatore generale dell’ufficio, p. Ajaya Kumar Singh, con l’aiuto di due religiose, suor Sashmi Digal e suor Anita Senapati.
     
    Il 27 agosto Abhimanyu è appena tornato dai campi. Verso le 15, un membro del gruppo radicale indù del villaggio di Sugada Sahi si presenta a casa sua. Lo invita in modo amichevole ad andare a bere insieme poi gli dice che dormirà a lungo. Abhimanyu lì per lì non capisce cosa intende dire l’estremista indù e nemmeno perché quella persona lo conosce.
     
    Verso le 12 di quello stesso giorno una folla tra le 80 e le 100 persone, militanti del movimento indù Rashtriya Swam Shevaksangha (RSS), era entrata nel villaggio armata di pugnali, coltelli, frecce, fucili, cherosene e benzina. Il gruppo si era presentato direttamente dal locale leader indù dal villaggio di Barapali chiedendogli il permesso di attaccare indiscriminatamente Abhimanyu e gli altri cristiani della zona. Avevano il volto coperto. La squadra degli assassini era pronta a colpire.
     
    Abhimanyu dice all’uomo della Rss che in passato anche lui era stato membro dell’associazione e per due anni aveva lavorato in alcune case come collaboratore domestico. “Sono felice con la mia nuova religione, il cristianesimo, e non ho fatto nulla di male” dice Abhimanyu a quell’uomo. Poco dopo avrebbe attaccato lui e gli altri cristiani.
     
    Le parole di Abhimanyu rendono il fanatico ancora più furioso. Senza aspettare troppo si dirige alla casa di Abhimanyu, lo strappa dall’abbraccio della giovane figlia e lo trascina nella foresta vicino alla casa. Più tardi - racconta Priyatama Nayak, una donna locale testimone oculare dei fatti – Abhimanyu verrà ritrovato con i segni di violente bastonate su tutto il corpo. Era stato picchiato senza pietà, denudato e fustigato con tubi di metallo e assi.
     
    Completamente esausto e con la mano rotta, chiede di essere rilasciato, mentre viene coperto di ingiurie. Priyatama ricorda che lo hanno trascinato ad un vicino albero di mango con mani e piedi legati. Lì è stato impiccato ad un ramo.
     
    Il corpo di Abhimanyu è stato poi cosparso di cherosene e dato alla fiamme. Gli assalitori lo abbandonano lì, convinti che egli sia morto e si disperdono dal luogo dell’agguato. Le fiamme bruciano la corda che tiene l’uomo appeso all’albero lasciandolo cadere a terra. Trovandosi slegato, Abhimanyu raccoglie le ultime forze che ha, striscia sino a casa con sofferenza indicibile, in preda all’angoscia, cosparso di lividi e ferite.
     
    Le fiamme hanno bruciato l’80% del suo corpo. Quando sua moglie lo vede resta senza fiato. Cercando di mettere la testa del marito sul suo petto la donna vede brandelli di carne viva che pendono dalle braccia di Abhimanyu. Ha timore di toccarlo e si sente come se le avessero trafitto il cuore con una lama.
     
    Abhimanyu, pieno di fede e speranza chiama a sé tutta la famiglia. Chiede loro di volersi bene, confidare in Gesù e li invita ad abbandonare l’area. Sopravvive alcune ore, quel che basta per permettergli di mettere in allarme gli altri abitanti del villaggio, esortandoli a fuggire da un nuovo attacco della folla indù in delirio. Ma non può sfuggire alle braccia della morte in cui lo hanno trascinato i fanatici. La sua famiglia è a pezzi. La moglie perde il senno, chiede come in preda ad un delirio: "Chi si prenderà cura dei miei bambini?”.
     
    Anche se Abhimanyu fosse sfuggito alla trappola dei fondamentalisti, rimarrebbe aperto un interrogativo: “Cosa hanno guadagnato i fanatici da questo pogrom?”. Gli abitanti dei villaggi e le altre vittime cercano ancora una risposta a questa domanda.
     
    Il First Information Report (Fir), la denuncia dell’attacco, è depositato al posto di polizia di Tikabali, ma le indagini sino ad ora non hanno portato a nessun risultato. Abhimanyu e la sua famiglia meritano giustizia, ma per ora sembra una chimera.
     
    * Coordinatore generale del Relief and Rehabilitation Response di Bhubaneshwar
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