26/10/2016, 13.17
ISRAELE - PALESTINA
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Suor Valentina, ostetrica a Gerusalemme: il dono della vita e l’amore misericordioso di Cristo

Di origini italiane, da tre anni e mezzo è in missione in Terra Santa. La religiosa dirige il reparto maternità di un ospedale (cristiano) nella zona est della città. L’incontro con le famiglie musulmane e il tentativo di creare ponti fra comunità. L’impegno volto a creare un ambiente migliore e meno violento per le partorienti. L’amore a Cristo introduce una dimensione di eterno.

 

Gerusalemme (AsiaNews) - Vivere la missione “nella città di Gesù”, in una terra che egli “ha amato, ma che lo ha fatto anche soffrire”; una città di “passione e resurrezione” che ha bisogno “di essere amata non con un amore spontaneo, istintivo, ma misericordioso”. È quanto racconta una missionaria di origini italiane, da oltre tre anni in Terra Santa dove dirige il reparto di ostetricia di un ospedale (cristiano) a Gerusalemme est. “Ebrei, musulmani e cristiani - sottolinea ad AsiaNews suor Valentina Sala - vivono insieme fra violenze e tentativi di pace, arricchiti da una fede che cerca Dio in modo molto forte, ma non riesce a trovare una modalità per vivere in comune”.

Gerusalemme, racconta la religiosa, “è una realtà che ti ferisce”, ma allo stesso tempo “tiene aperto lo sguardo sull’amore misericordioso di Dio”, che ricorda ogni giorno - fra attentati, abusi, piccole e grandi violenze - che “non si può essere misericordiosi senza essere feriti”. E questa è la testimonianza più preziosa, nel contesto dell’Anno giubilare proclamato da papa Francesco.

Suor Valentina Sala, originaria di Arcore (provincia di Monza e Brianza) e incardinata all’arcidiocesi di Milano, dalla primavera del 2013 vive in Terra Santa, a Gerusalemme, dove cura il reparto di ostetricia dell’ospedale di san Giuseppe. La 40enne religiosa ha professato i voti perpetui nel dicembre del 2010 e, dopo aver trascorso diversi anni fra Firenze e Lucca ad animare la pastorale giovanile, è arrivata la chiamata per la missione.

La suora appartiene alla congregazione di San Giuseppe dell’Apparizione, presente in Terra Santa dal 1848 e opera a contatto con ebrei, musulmani e cristiani. Alle religiose è affidata la gestione dell’ospedale di san Giuseppe, conosciuto a livello locale come French Hospital, operativo dal 1956. Esso si trova nel settore orientale di Gerusalemme, ed è frequentato soprattutto dalla popolazione araba (cristiana e musulmana) di Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Il nosocomio è suddiviso in diversi reparti, fra cui pronto soccorso, terapia intensiva, medicina e chirurgia. Nell’aprile dello scorso anno l’inaugurazione di maternità e ostetricia, specialità in cui suor Valentina è laureata, con una sala parto e 25 posti letto. All’interno operano alcune consorelle della religiosa italiana, fra cui una suora libanese, una birmana e una irakena.

La struttura esegue in media circa 180-190 parti al mese e “alcune mamme - spiega la religiosa - sono già tornate per far nascere il loro secondo figlio”. Il picco nei parti si è registrato nell’ottobre 2015, con 236 nascite, in concomitanza con l’inizio della Terza Intifada (dei coltelli). “In quel periodo - aggiunge - molte donne arabe preferivano evitare l’ingresso in Israele, per questo hanno scelto la nostra struttura a Gerusalemme est”.

Suora e ostetrica, questa “è la mia doppia vocazione” racconta la religiosa, che trascorre gran parte del proprio tempo “all’interno dell’ospedale”. E in questa missione suor Valentina “cerca il mistero di Cristo” aiutando le donne a trasmettere il dono della vita “in una realtà che è anche di morte”. “Di recente ho ricevuto la lettera di una donna musulmana che ho aiutato a partorire - racconta - ed è stata fonte di una gioia immensa”. Non solo il personale ospedaliero, ma anche i pazienti e le stesse gestanti “sanno che sono una suora”, ma “la mia fede non ha bisogno di essere ostentata. Io la testimonio con la mia persona, le mie opere. E il mio essere cristiana mi avvicina alle persone, alle loro storie, alle loro gioie e alle loro sofferenze”.

L’ospedale accoglie anche i pazienti di origine ebraica, anche se in misura minore, “perché per le visite specialistiche e i tempi di attesa sono più brevi”. Per il reparto maternità, solo una coppia ebraica - lei australiana e lui americano - ha deciso sinora di rivolgersi al nosocomio cristiano per far nascere il proprio figlio: “Avevano optato il parto in casa - racconta la suora - ma sono sorte complicazioni e la loro ostetrica si è rivolta a noi”. Lo staff ospedaliero, composto in gran parte da arabi e musulmani, “li ha accolti con cura e professionalità… Le aperture ci sono, ma spesso mancano le occasioni di incontro”.

Per suor Valentina l’ambiente ospedaliero aiuta ad eliminare le barriere, a far prevalere il lato umano delle persone e degli eventi, facendo emergere “prima di tutto quello che unisce”. In questo senso la malattia e la maternità, seppur in modo diverso, sono fonte di legami che si vengono a creare con i pazienti e le loro famiglie, siano essi “cristiani, musulmani o stranieri che si rivolgono a noi perché sanno che siamo un ospedale cristiano e conoscono l’ambiente”.

Essere straniera e suora in questa terra, prosegue, rende “forse più ingenui” perché “non si è cresciuti a contatto diretto con la popolazione musulmana”, ma allo stesso tempo permette di essere “più neutrali, favorendo così il compito di costruire ponti”. E ancora, l’essere suora e ostetrica “a volte attira l’attenzione” e quando la relazione con un paziente, anche musulmano, si approfondisce “può accadere anche che si parli di religione”. “Riconoscono e rispettano questa scelta - aggiunge - anche se non riescono a capirla fino in fondo. E poi vedono che la nostra opera non è solo professionale, non è legata a un cartellino da timbrare, ma è frutto di una vocazione e va oltre l’orario o i turni prestabiliti”.

Svolgere la propria attività nel reparto di ostetricia permette inoltre di sviluppare il senso di maternità, anche se “la nostra è una forma diversa di maternità. Pure per noi è importante - racconta la missionaria - custodire la vita e preservarla nella gestante, nel neonato e in tutte le persone che si affidano alle nostre cure”.

Da qui l’impegno di suor Valentina a migliorare le condizioni in cui le donne si trovano a partorire: “Quello che ho notato sin dall’inizio - spiega - è una certa violenza ostetrica sulla donna, magari non intenzionale, ma che provoca stress e tensione durante il parto perché troppo aggressivo e invasivo”. Un aspetto, riflette, forse legato anche alle condizioni di vita e di tensione che contraddistinguono Gerusalemme. Con la preghiera e il lavoro ho cercato di trasformare il momento della nascita, che è un momento sacro, in un evento di gioia, di pace, anche davanti al dolore e alla sofferenza che comporta per la donna”. “Ho pensato - sottolinea con tono speranzoso - che se una persona nasce in modo pacifico, sereno, forse in futuro può diventare una persona di pace”.

Donna, ostetrica, missionaria sono elementi diversi che rientrano in un legame più profondo, di “innamoramento”, che è quello con Cristo. “È un rapporto di appartenenza, che a volte comporta l’esperienza di limiti e tradimenti - afferma suor Valentina - ma che è anche fonte di amore, di capacità di generare, di mantenere lo sguardo rivolto sull’eternità”. “Se non appartenessi a Cristo - conclude - la mia sarebbe un’opera di volontariato, che si misura sui successi personali ottenuti in una dimensione quotidiana. Invece il legame con Cristo cambia la prospettiva, insegna a costruire relazioni e compiere gesti che hanno un senso di eterno racchiuso in sé”.(DS)

 

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