06/05/2016, 10.24
TURCHIA
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Terremoto politico ad Ankara. Cronaca di un divorzio annunciato fra Erdogan e Davutoglu

Da diverso tempo si sussurrava di un conflitto fra il “Rais” Erdogan e lo “Hoja” (professore) Davutoglu. Il premier non vede bene le mire presidenzialiste del suo capo; il presidente non ama gli atteggiamenti pro-europei di Davutoglu. Erdogan rafforza l’alleanza con l’esercito in funzione anti-curda e anti-religiosa.

Ankara (AsiaNews) - Il primo ministro Ahmet Davutoglu ha annunciato ieri che il prossimo 22 maggio, al Congresso dell’Akp (Il partito della Giustizia e del progresso, al potere) egli darà le dimissioni da capo del Partito e non cercherà una rielezione.

La notizia non ha destato molto stupore perché negli ambienti politici si parlava da tempo di una lotta aperta fra il presidente Recep Tayyip Erdogan, il “Rais”, e il suo Primo ministro Ahmet Davutoglu, definito lo “Hoja” (il Professore), a cui il presidente turco aveva affidato la presidenza del “suo” partito nell’agosto del 2014.

Dietro la parvenza di una perfetta armonia fra i due politici, si nascondeva infatti una lotta per il potere fatta di sospetti, rivalità e tradimenti, trapelate a volte dalla stampa turca e subito negate.

La punta dell’iceberg emerge nel febbraio scorso, quando il premier, in qualità di Segretario generale dell’Akp nomina Abdurrahman Dimez come consigliere per la sezione di Adiyaman. Erdogan avrebbe voluto invece un suo fedelissimo.

Questa “sfida” di Davutoglu non viene perdonata da Erdogan, il quale si trova da parecchio tempo contraddetto dal premier, soprattutto per quanto riguarda le sue vedute pro-europee. Due mesi dopo, il 29 Aprile scorso, mentre si trova in visita ufficiale a Doha nel Qatar, il primo ministro turco Davutoglu, apprende dalla stampa che la nomina dei consiglieri del partito sarebbe d’ora innanzi avvenuta da parte del Consiglio esecutivo del partito Akp e non più in modo diretto ed esclusivo da parte del Segretario generale.

Fino al 2002, anno della salita al potere dell’Akp la nomina dei consiglieri era prerogativa del presidente del partito. E all’epoca, Amet Davutoglu si fece capofila e fervente difensore di tale prerogativa, permettendo ad Erdogan di “modellare il partito” per usare l’espressione di un giornalista turco, Sami Kiliç, allontanando tutti coloro che potevano fare ombra all’allora Segretario Erdogan, destinato a salire sempre più in alto.

Pian piano, la coppia Erdogan - Davutoglu è riuscita ad allontanare tutti i fedeli di Necmettin Erbacan ed anche i delfini di Fethullah Gulen, due capi carismatici che avevano messo le basi del partito politico religioso turco del quale Erdogan ha saputo godere tutti i frutti.

Tornato da Doha, Davutoglu preoccupato ne parla con Ömer Celik, portavoce del Partito Akp, il quale lo rassicura negando che vi sia “alcuna crisi”.

La negazione di “qualsiasi crisi” non fa altro che destare maggiori sospetti circa l’esistenza di divisioni insanabili fra le due colonne del Partito, il Presidente ed il suo Premier.

Secondo molti analisti, i successi registrati fin qui da Davutoglu (nel novembre scorso ha portato l'Akp ad attirare 49% dei voti), insieme alla crescente simpatia delle cancellerie europee nei suoi confronti, mentre aumentava il dissenso delle stesse nei confronti di Erdogan, hanno dato fastidio al presidente che ha iniziato a vederlo non più come alleato, ma come rivale.

Ne è seguita una serie di manovre destinate a impedire l’operato del Premier sia nel governo che nella gestione del Partito: la legge sulla trasparenza, voluta da Davutoglu, è stata sepolta da Erdogan; la candidatura alla carica di capo del Mit (Servizi Segreti Turchi) su richiesta personale di Davutoglu è stata respinta da Erdogan, come pure l’assegnazione di un ministero ad Ali Baban – per 12 anni ministro dell’economia- che Davutoglu aveva convinto a presentarsi alle legislative del 2015, per finire con la trattativa sui “visti” dei turchi in Unione Europea e la questione dei negoziati con il Pkk (il partito militante kurdo).

Il coplo di grazia arriva attraverso la stampa pro-Erdogan. Nasuhi Güngör, vice-direttore della rete televisiva di Stato Trt scrive apertamente sul quotidiano Star: “Non possiamo più andare avanti con Davutoglu”. E’ anche vero che dopo tale affermazione, Güngör è stato sospeso per aver “detto in pubblico quel che si mormora nei corridoi”, come dicono ad Ankara.

Ormai si mormora anche il nome del futuro Primo ministro, quello di Binali Yildirim, ministro dei trasporti, ma come per magia, nella stampa gestita da Davutoglu, appare la foto del figlio di Binali Yildirim, che lo ritrae mentre gioca alla roulette in un casino di Singapore...

La stampa pro Erdogan comincia a parlare di complotti occidentali che mirano a destituire Erdogan a favore di Davutoglu.  Cosi ad esempio, sulle pagine del quotidiano Hürriyet , Abdülkadir Selvi titola: “L’estate sarà calda”, e parla di “un punto di rottura” insanabile.

Dopo la “primavera turca”delle manifestazioni di piazza Takhsim, le accuse di corruzione contro la famiglia di Erdogan nel 2013, le rivendicazioni dei kurdi, si assiste ad un ravvicinamento fra l’esercito e l’Akp, materializzatosi con l’assoluzione dei  236 imputati del caso “Ergenekon”, già condannati in primo grado a pene da 6 a 20 anni di carcere. In questo si rendono evidenti ancora una volta le “pecche della magistratura turca”, come le definisce il giornalista Erme Demir. La stessa magistratura fa crescere il numero degli indagati, iscrivendo nel registro tutti i giornalisti o scrittori non favorevoli alla politica di Erdogan.

Il Presidente turco - che si è rivoltato contro i kurdi ed il Movimento di Fethullah Gülen – trova così i suoi alleati “naturali” nell’esercito nazionalista anti curdo e anti religioso.

Ieri, l’annuncio di Davutoglu di non volersi candidare alla Presidenza viene visto dal quotidiano arabo Al Hayat come una conseguenza “di critiche dirette rivolte nei suoi confronti dall’entourage del Presidente della Repubblica”. Secondo il quotidiano “Davutoglu ha violato le due condizioni imposte nei suoi confronti per dargli la carica di Primo ministro, ossia: l’adozione del Regime Presidenziale [a cui mira Erdogan] e l’interruzione di qualsiasi cooperazione con il mondo occidentale, che intende defenestrare Erdogan”. Davutoglu è inoltre accusato – sempre secondo Al Hayat- di essere l’artefice del fallimento turco in Siria e di favorire i seguaci di Fethullah Gülen”. All’entourage del Presidente non è piaciuta la richiesta di Davutoglu di incontrarsi con il presidente Usa Obama un mese dopo il summit avvenuto fra i due presidenti.

Il Partito Islamico turco si trova ora spaccato in quattro parti: una favorevole a Erdogan; un’altra all’ex presidente Gul; la terza, pur se infima, al premier Davutoglu; la quarta al predicatore Fethullah Gülen, che vive in esilio negli Stati Uniti.

L’allontanamento del Premier potrebbe indurre a elezioni anticipate i cui risultati, questa volta, non sarebbero affatto scontati. (PB)

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