22/09/2014, 00.00
TIBET - CINA
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Tibet, tornano le auto-immolazioni: si dà fuoco un ragazzo di 22 anni

Dopo 5 mesi dall'ultimo suicidio, uno studente tibetano si uccide davanti agli uffici della polizia di Tsoe. È morto per protestare contro il dominio cinese nella regione, urlando slogan a favore del Dalai Lama. Le vittime salgono a 132 dal 2009 a oggi.

Lhasa (AsiaNews) - Uno studente tibetano di 22 anni si è dato fuoco davanti agli uffici della polizia della contea di Tsoe per protestare contro il dominio cinese nella regione. Lhamo Tashi è morto sul posto, gridando slogan a favore del Dalai Lama. La sua auto-immolazione, avvenuta lo scorso 17 settembre, è la prima nell'area da circa 5 mesi: in totale sono 132 i tibetani che hanno scelto questa estrema forma di protesta dal 2009 a oggi.

Una fonte locale racconta a Radio Free Asia: "Tashi si è immolato per la libertà del Tibet ed è morto durante il rogo. In un primo momento le autorità hanno confiscato il cadavere e non hanno voluto farlo vedere ai genitori, ma il giorno dopo la morte lo hanno consegnato alla famiglia". Una seconda fonte, anonima, racconta che la vittima studiava a Tsoe: "Faceva parte di coloro che protestarono contro il dominio cinese nel 2008. Venne arrestato e poi rilasciato".

Gli scontri del marzo 2008 hanno scosso la provincia. Le proteste sono avvenute in occasione dell'anniversario della sollevazione di Lhasa contro Pechino - avvenuta nel marzo 1959 e repressa nel sangue - e sono costate la vita a circa 220 persone. Il governo centrale ha arrestato nei mesi successivi più di 7mila tibetani, condannandone più di 1.000 al carcere duro, mentre procedeva alla preparazione delle Olimpiadi di Pechino.

Il Dalai Lama, leader spirituale del buddismo tibetano, ha più volte chiesto ai propri fedeli di non scegliere la morte come forma di protesta. Nel giugno del 2013 ha anche sottolineato che le auto-immolazioni "non hanno un grande effetto" sulle politiche cinesi per il Tibet e ha chiesto a Pechino di "cercare di comprendere le cause profonde di questa protesta". In risposta la Cina ha blindato la regione, aumentando i controlli sugli spostamenti interni e sulla vita nei monasteri, e ha varato nuove leggi che puniscono con durezza chiunque aiuti i manifestanti. 

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