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    » 23/11/2007, 00.00

    IRAQ

    Timori e speranze dei cristiani irakeni

    Louis Sako*

    Alla vigilia del conferimento della porpora cardinalizia al patriarca di Baghdad, il vescovo di Kirkuk mette in luce i segni di speranza per i cristiani irakeni: migliorata la sicurezza nel Paese; musulmani moderati desiderosi di dialogo. Il contributo culturale ed economico dei cristiani è essenziale per l’Iraq.

    Kirkuk (AsiaNews) – La sicurezza in Iraq è migliorata in modo tangibile, soprattutto a Baghdad. L’esercito, insieme alle forze di coalizione controllano ormai tutti i settori della capitale. Alcune voci dicono che Iran e Siria controllano le frontiere e non permettono ai terroristi di entrare nel Paese. La violenza è diminuita anche per un’altra ragione: a poco a poco le diverse zone nel Paese  sono divenute settori esclusivi di una sola etnia, secondo un criterio appoggiato e voluto anche dagli Stati Uniti. Anche i media irakeni sono divenuti più tranquilli.

    Secondo fonti governative, ogni giorno dalla Siria tornano a casa almeno un migliaio di irakeni. Fra loro vi sono anche gruppi di famiglie cristiane. Le chiese, chiuse per un certo tempo, tornano ad essere aperte. A Mosul invece la situazione è ancora molto tesa. I cristiani in patria e i rifugiati vivono un misto di paure e di speranze: attendono un futuro migliore, ma non vi è ancora alcuna garanzia per loro. La Turchia continua a minacciare il nord - soprattutto per evitare la nascita di uno stato curdo e posporre il referendum su Kirkuk – e in Siria rimangono ancora molti profughi. Alcuni giorni fa, in una conferenza a Salisburgo (Austria), l’arcivescovo siro-ortodosso di Aleppo ha detto che in Siria vi sono almeno 80 mila cristiani irakeni. Quale sarà la loro ultima decisione e quale il loro futuro?

    Noi cristiani in Iraq abbiamo vissuto tempi molto difficili. Molti di noi sono stati uccisi, rapiti, espulsi. Le famiglie sono state divise e disperse in varie nazioni. Ma l’Iraq è la nostra Patria, ancora prima che arrivasse l’Islam: noi siamo una popolazione indigena e no una colonia che viene da altre parti. Abbiamo dato tanto alla cultura islamica durante i periodi Ommayad e Abbasside. Siamo divenuti parte della cultura islamica. Oggi vogliamo ancora continuare questa esistenza in spirito di amore e nel rispetto dei diritti umani.

    Vi sono alcuni segni che sostengono la nostra speranza:

    1) La porpora cardinalizia a sua Beatitudine Emmanuel Delly, Patriarca  caldeo di Baghdad è l’occasione per le Chiese d’occidente di mostrare solidarietà verso i cristiani irakeni non solo a parole, ma con i fatti, aiutandoli a rimanere in Iraq e sostenendoli. I cristiani irakeni e del Medio Oriente devono continuare ad esistere e prosperare per poter offrire qualcosa della loro spiritualità, liturgia, strutture ecclesiali alle Chiese dell’occidente. Le nostre Chiese antiche sono alle radici del Cristianesimo.

    2) La visita del re saudita Abdallah alla Santa Sede può dare un segno per una migliore coesistenza fra differenti religioni nell’area. La stessa impressione si ricava dalla Lettera dei 138 saggi musulmani al papa e ai capi cristiani. Io penso che la pace del mondo dipenda molto di più dal dialogo interreligioso che dai dialoghi sul nucleare. Un dialogo reale e sincero con i cristiani permetterebbe all’Islam di apprendere molto dall’esperienza delle Chiese. Lo stesso Corano invita a questo, quando dice “Non disputate con la Gente del Libro se non nel modo migliore” (Sura del ragno, 29, 46).

    L’estremismo e la violenza non vinceranno mai nel cambiare questa situazione. Dialogare, riconoscere l’altro come un fratello, rispettarlo nella sua diversità salverà il mondo dai conflitti.

    Penso che in questo senso qualcosa si stia muovendo anche nel mondo islamico.

    È giunto il tempo per i musulmani moderati di far sentire la loro voce. Essi, che sono la maggioranza, devono iniziare a lavorare per promuovere l’armonia fra le etnie e la tolleranza religiosa nella società, per provare coi fatti davanti al mondo che l’Islam è una religione della tolleranza e della convivenza. I cristiani irakeni fuggono perché non si sentono sicuri, perché non hanno fiducia nella convivenza. Ma la loro emigrazione è una perdita per il mondo musulmano: con la fuga dei cristiani si perde la loro apertura, capacità, l’alto livello di istruzione.

    La comunità internazionale dovrebbe aiutarci a produrre una legislazione per garantire società aperte e tolleranti, in cui ognuno ha diritto a partecipare come cittadino, senza che vi siano maggioranze oppressive e minoranze emarginate.

    Nonostante tutto, siamo sempre “in attesa della beata speranza” (Tito 2,13).

     

    *Arcivescovo caldeo di Kirkuk (Iraq)

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