29/08/2019, 11.43
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Tokyo sfida Pechino in Africa: offre investimenti, ma 'di qualità'

Quello del continente nero è un mercato con 1,2 miliardi di potenziali consumatori. Non potendo competere con le disponibilità della Cina, il Giappone punta sul settore privato: pronti 20 miliardi di dollari in tre anni. Il premier Abe vuole il sostegno africano su riforma del Consiglio di sicurezza Onu e Indo-Pacifico.

Yokohama (AsiaNews/Agenzie) – Il primo ministro Shinzo Abe assicura che il Giappone è determinato ad aumentare l'impegno economico in Africa e mette in guardia i leader del continente dall'accumulare troppi debiti. Analisti leggono nelle parole di Abe un riferimento ai progetti infrastrutturali cinesi, accusati di danneggiare le finanze delle nazioni in via di sviluppo attraverso la cosiddetta "trappola del debito".

Si è aperta ieri a Yokohama la settima Tokyo International Conference on African Development (Ticad7), che si chiuderà domani. Il governo del Giappone organizza l'evento ogni cinque anni dal 1993, insieme a Nazioni Unite (Onu), Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), Banca mondiale e Commissione dell'Unione Africana (Auc).

Ai leader presenti, oggi Abe ha ribadito che Tokyo sta promuovendo esportazioni ed investimenti infrastrutturali "di qualità", favoriti dalle istituzioni sostenute dal governo giapponese. Il premier ha illustrato alla platea schemi di finanziamento ed assicurativi, adottati da quest'ultime al fine di ridurre i rischi per le imprese e le casse pubbliche. "Il forte indebitamento dei Paesi partner – ha affermato – interferisce con gli sforzi di tutti per entrare nel mercato".

Abe ha anche annunciato che nei prossimi tre anni Tokyo prevede di formare esperti di 30 Paesi africani sulla gestione dei rischi e dei debiti pubblici. Ieri, Abe aveva dichiarato ai leader africani: "Vi prometto: il governo giapponese farà ogni possibile sforzo affinché in futuro il potere degli investimenti privati giapponesi – 20 miliardi di dollari Usa in tre anni – venga superato di nuovo da un giorno all'altro". "Faremo tutto il necessario per aiutare l'avanzamento delle aziende giapponesi in Africa", aveva aggiunto.

Il Giappone cerca di irrompere nell'economia del continente nero, un mercato con 1,2 miliardi di potenziali consumatori. Ma nel continente, un altro Paese asiatico ormai la fa da padrone: la Cina. I dati ufficiali mostrano che gli scambi commerciali tra Giappone ed Africa - che nel 2018 si ammontavano a 17 miliardi - al momento sono la metà rispetto al 2008 e una frazione degli oltre 200 miliardi della Cina.

Con la sua ambiziosa Belt and Road Initiative (Bri), Pechino gode ora di una massiccia presenza nel continente, avendo annunciato l'anno scorso 60 miliardi di dollari in finanziamenti per lo sviluppo dell'Africa. Esperti sottolineano come Tokyo cerchi di differenziarsi dalla Cina sottolineando la qualità delle infrastrutture che può costruire, piuttosto che competere in modo diretto.

I prestiti cinesi "da Stato a Stato" sollevano preoccupazioni perché spingono ulteriormente i Paesi coinvolti verso il debito. Il Giappone invece enfatizza la sostenibilità finanziaria e le partnership del settore privato: queste non aumentano i prestiti pubblici e non gravano sulle casse di Tokyo. Laddove la Cina porta i propri lavoratori attraverso la costruzione di infrastrutture, il Giappone impiega gente del luogo e trasferisce la tecnologia in Africa. Ma i Paesi poveri con enormi deficit infrastrutturali spesso non possono pagare per la qualità.  Per superare il problema, Abe ha promesso un "supporto illimitato" ad investimenti, innovazione, impresa e imprenditorialità, collaborando con le istituzioni finanziarie locali.

Secondo osservatori, in cambio Abe vuole il sostegno africano su due questioni. La prima è la riforma del Consiglio di sicurezza Onu, per consentire un numero maggiore di membri permanenti. "Questa è per l'Africa e il Giappone una causa comune, che attende ancora una risoluzione", ha affermato Abe. La seconda è il supporto all'idea giapponese di un Indo-Pacifico libero e aperto, sotto i principi del libero scambio e della libertà di navigazione, dello stato di diritto e dell'economia di mercato; e in parte inteso come un contrasto alla Bri di Pechino.

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