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» 01/06/2010 09:54
SRI LANKA
Vanni, nel nord dello Sri Lanka, dove la guerra non è mai finita
di Melani Manel Perera
La zona è ancora di fatto nelle mani dei militari, che hanno permesso il ritorno della popolazione ma la costringono a vivere in situazione di povertà assoluta. La militarizzazione blocca qualunque tentativo di migliorare la vita, ma non ferma abusi e violenza.

Colombo (AsiaNews) – A un anno dalla fine della guerra nel nord del Paese, la situazione viene descritta come “calma e tranquilla” dal governo e dalla popolazione ordinaria. Ma alcuni visitatori, che non rientrano in queste due categorie, la pensano in maniera diversa. Uno di loro è Rukshan Fernando, attivista per i diritti umani e direttore della sezione Giustizia della Law & Society Trust di Colombo. Di ritorno da un viaggio a Vanni, racconta ad AsiaNews di una situazione ancora compromessa.

Molte delle persone incontrate nell’area hanno iniziato a parlare con grandi sorrisi, dicendo di essere felici di essere tornati nelle proprie terre nonostante la perdita di tutti i beni e le condizioni avverse. Ma, mentre parlavano, “rimanevamo senza parole nel vedere che gli occhi si riempivano di lacrime”. Molte famiglie sono tornate nelle loro case incomplete: non soltanto senza proprietà, ma anche senza familiari uccisi, scomparsi e arrestati.

Com’è andato il viaggio verso Vanni, anche alla luce dei tanti problemi collegati alla navigazione?

Molte volte siamo stati costretti a cambiare direzione di marcia sull’A9 e sulla statale Mannar – Medwachiya, in modo da poter visitare anche i villaggi dell’interno: questo ha provocato sospetto e curiosità nei soldati. Abbiamo sentito domande familiari, simili a quelle che sentivamo negli anni scorsi: “Chi siete?”, “Dove andate?” e “Perché siete diretti lì”. La nostra risposta standard – “Siamo in viaggio per andare a trovare degli amici” – non è mai apparsa soddisfacente. A Vanni, sembra anormale o quanto meno sospetto voler andare a trovare degli amici! I miei amici tamil, dal nord, ritenevano queste domande offensive: “Questa è la nostra terra, la nostra gente vive qui – dicono – e invece questi soldati vengono da fuori. Come si permettono a fare queste domande e fermarci? Perché non posso girare nella mia terra, a casa di amici o parenti? Perché non ne posso invitare altri da fuori?”. Questo è stato il ritornello del viaggio da parte dei miei amici. Il fatto che io sia un cingalese, proveniente da Colombo, sembrava insospettire ancora di più i soldati. Gli abbiamo chiesto perché cercassero di fermarci, dato che quella è un’area senza più mine e dove vivono le persone, ma la risposta è sempre la stessa: “Non lo sappiamo, eseguiamo gli ordini”. Alcuni soldati erano apologetici. In diverse occasioni, ci è stato detto che avremmo dovuto avere un permesso speciale da parte del ministero della Difesa; oppure di recarci nel quartier generale di zona per avere un pass. Io e i miei amici abbiamo cercato di mantenerci calmi, e i soldati di alcuni check point si sono resi disponibili a contattare per noi i loro superiori. Una volta, un soldato è andato in bicicletta a parlare con il suo superiore e, dopo mezz’ora, è tornato dicendo che potevamo proseguire per Uruthirapuram. Un’altra volta, con un amico sacerdote, abbiamo atteso per un’ora sotto il sole rovente per un permesso che non è mai arrivato. In ogni caso, sembrava di essere tornati ai tempi della guerra, quando passare per un check point era un’operazione da negoziare con i soldati.

Qualcuno parla di una fase di “militarizzazione”. Le dice niente?

Sì: in alcune strade, sia grandi che piccole, sembra di essere all’interno di un campo militare. I check point e i soldati sono dappertutto. A Pooneryn, la strada principale passa letteralmente attraverso un nuovo campo militare. Questa presenza militare rende necessario fare giri diversi, spesso attraverso strade fangose, per arrivare dove si deve andare. Persino nelle aree occupate dalla giungla, i cartelli stradali indicano la presenza di soldati. In uniforme e ben armati, sono dovunque. Alcuni si vestono da civili, ma si identificano facilmente per le armi che portano addosso. Gli edifici, inoltre, sono molto ben curati. Ho capito molto bene cosa volesse dire un signore che, a Mulangavil, mi ha detto: “Sembra che questa sia la terra dei soldati, e noi degli invasori. Mentre la verità è che ci stanno occupando”. Ovviamente, adesso i compiti dei soldati sono meno “militari” rispetto a prima. Ho visto con i miei occhi dei militari aiutare la popolazione portando acqua, aiutando nella costruzione delle strade e organizzando eventi culturali e sportivi. Ho sentito anche di soldati che aiutano la popolazione per problemi primari. Ma questo – anche alla luce del collasso del sistema statale del luogo e della riluttanza del governo a permettere la presenza di Organizzazioni non governative – significa che la gente di lì dipende totalmente dai militari per ogni piccola cosa. Questo non toglie la situazione dei rimpatriati. A Eechalavakai, nel distretto di Mannar, le persone vivono ancora nelle tende come gli sfollati: “Ci hanno detto che potevamo tornare nelle nostre terre. Ma quando siamo arrivati, e abbiamo iniziato a risistemare i nostri terreni, i soldati ci hanno detto di andare via. E quando abbiamo chiesto il motivo, ci hanno detto che serviva la nostra terra per mettere su un campo militare”. In effetti, visitando la zona di Sannar, abbiamo visto molti cartelli con sopra scritto “Terreno riservato all’esercito”.

Ci sono ancora problemi legati alla sicurezza, in quelle aree?

Ovviamente! L’enorme presenza di soldati, che alle spalle hanno una storia di abusi molto lunga, causa angoscia fra i civili. Una madre mi ha detto: “Siamo spaventati, soprattutto quando ragazze e bambini camminano nell’oscurità”. Persino le suore cattoliche che vivono nella zona, con la popolazione, sono state affiancate da rinforzi chiamati all’occasione. Un abitante del villaggio di Kathalampiddy mi ha raccontato: “Sono stato accusato diverse volte dai militari di essere una tigre tamil. Insieme a me, un altro ragazzo del villaggio. I soldati hanno detto che sarei stato portato via: ora ho paura a uscire da solo”. In pratica, la gente vive chiedendosi quando i militari se ne andranno via. A tutto questo vanno aggiunti i serpenti, che mordono e uccidono: in un villaggio che ho visitato, due persone erano morte per il veleno.

Molti hanno paura anche degli abusi sessuali compiuti dai militari…

Sì, abbiamo avuto notizie di incidenti del genere ma nessuno confermato. Una religiosa, che ho incontrato a Vanni, mi ha detto: “Davanti ai nostri occhi, all’interno delle nostre strutture, i soldati stavano molestando una ragazza. Non so cosa sarebbe successo se non fossimo state lì”. I soldati e i loro check point sembrano incapaci di prevenire queste molestie, eppure ne abbiamo sentite moltissime.

Com’è la situazione della libertà di associazione?  

Il governo cerca di fermare ogni mobilitazione pacifica, persino quelle che studiano le possibilità di migliorare la situazione della popolazione locale. La task force presidenziale – guidata dal fratello del presidente, Basil Rajapakse – ha permesso ad alcune organizzazioni non governative di iniziare dei progetti di assistenza al popolo. Ma il capo di una di queste, che opera a Mannar, mi ha spiegato che i permessi sono stati accordati soltanto per la costruzione di case e infrastrutture. Per tutte le attività di tipo umanistico, tipo consulenza psicologica o aiuto lavorativo, non c’è stato verso.


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