15/11/2018, 12.32
LIBANO
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Vescovo di Jbeil: Perdono e riconciliazione, da Geagea e Frangié le basi per il futuro

Nella sede patriarcale storica stretta di mano fra il leader delle Forze libanesi e il capo di Marada. Un incontro che chiude una ferita aperta da 40 anni. L’opera di mediazione del card. Beshara Raï. Dalla giustizia le fondamenta per una “vera pace”: Un gesto che vale anche per i musulmani. 

Beirut (AsiaNews) - Il gesto di riconciliazione fra Samir Geagea e Sleiman Frangié, avvenuto ieri nella sede patriarcale a Bkerké sotto lo sguardo del card. Beshara Raï, è un “passo molto importante” per il futuro dei cristiani libanesi e di tutto il Paese. Un gesto di “riconciliazione” celebrato con una stretta di mano (nella foto), per chiudere ferite ancora aperte dalla guerra “non dimenticando, ma perdonando”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Michel Aoun, vescovo di Jbeil-Byblos dei Maroniti, commentando l’incontro di ieri fra il leader delle Forze libanesi e il capo di Marada. Un abbraccio che potrebbe far finire 40 anni di odi, divisioni e rancori che hanno determinato “una delle ferite più gravi” della guerra civile in seno alla comunità cristiana. 

“Durante il conflitto - sottolinea mons. Aoun - sono stati fatti molti errori: omicidi, massacri, violenze che appartengono al passato e che bisogna lasciare alle spalle. Guardare avanti senza per questo dimenticare, fondando la riconciliazione sul perdono, sulla giustizia, che rappresentano le basi per una vera pace”. Questo gesto, aggiunge, può assumere “un grande valore anche per i musulmani” e riporta al centro “il ruolo della Chiesa e del patriarca, che hanno sempre richiamato le parti alla riconciliazione per il bene del Paese e il futuro dei cristiani in Libano e nella regione”.

La feroce contrapposizione fra le due componenti cristiane del nord ha origine il 13 giugno 1978, con il massacro di Ehden: un attacco perpetrato dalle Forze libanesi contro la famiglia dell’ex presidente della Repubblica Tony Frangié, padre di Sleiman. Un massacro dietro il quale, secondo alcuni, vi sarebbe la mano dell’esercito siriano che ha consentito l’azione - secondo i fautori di questa teoria Damasco non poteva non sapere, dato l’imponente dispiegamento militare nella regione - per dividere il “campo cristiano”. 

Il presidente esecutivo delle Forze libanesi e il capo di Marada hanno dunque messo una pietra sul passato e avviato un cammino di riconciliazione che si può ben definire “storico”. Una inimicizia frutto del massacro del padre, della madre, della sorella e di una ventina di persone legate a Sleiman Frangié, durante i primi tempi della guerra civile in Libano. Samir Geagea ha ammesso di essere parte del commando che ha attaccato la cittadina roccaforte dei Frangié; egli afferma al contempo di non aver partecipato al massacro perché era stato ferito in precedenza da un colpo di proiettile.

A benedire la fine di una controversia in atto da 40 anni il patriarca maronita card. Bechara Raï, che ha collocato la riconciliazione fra Forze libanesi e Marada in una prospettiva “sacra” citando il salmo 133. “Dio vuole che ci incontriamo - ha sottolineato il porporato - e che giriamo pagina per vivere felici in pace, perché l’amicizia ci unisca” e per “proseguire nel cammino di unità”. Se si deve parlare di “bipartitismo” in Libano, ha aggiunto, non ve n’è che uno solo: due ali uguali e complementari, i musulmani e i cristiani”. Questo è il “segreto” del Libano “nella sua diversità, il suo ruolo e il suo messaggio nella regione”.

Dopo la stretta di mani e il saluto assieme al patriarca maronita, Geagea e Frangié hanno discusso per quasi un’ora a porte chiuse all’interno di una sala della sede patriarcale a Bkerké. Al termine i due leader hanno diffuso un comunicato in cui - pur senza anticipare passi futuri - insistono sulla necessità di ciascuna parte di “rispettare l’altro” senza cercare di “eliminarla, nonostante le differenze a livello di orientamento politico”. 

Il gesto pacificatore è stato accolto con favore non solo all’interno della comunità cristiana libanese. Il Primo Ministro (musulmano sunnita) Saad Hariri ha celebrato “la fine di un periodo di sofferenze, di ostilità e di inquietudini”. Egli non ha mancato di rendere omaggio al patriarca Raï [una autorità morale e politica, oltre che religiosa] che ha “patrocinato” e reso possibile questo passo di riconciliazione. Soddisfazione viene espressa anche dalla Fondazione maroniti nel mondo, secondo cui essa può diventare “preambolo” alla “unificazione” di tutte le anime che compongono il Paese. 

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