17/07/2018, 10.15
IRAQ
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Violenze a Bassora, morti e feriti: la Chiesa sospende attività culturali e catechismo

Almeno otto morti e 56 feriti nelle manifestazioni in atto da oltre una settimana. I cittadini protestano contro la crescente disoccupazione, l’emergenza idrica e la carenza di servizi. Mons. Habib: situazione destinata a peggiorare se il governo non prende provvedimenti. Restano regolari le messe e le attività liturgiche. 

 

Bassora (AsiaNews) - A causa delle sanguinose proteste che hanno colpito il sud dell’Iraq “abbiamo dovuto interrompere tutte le attività culturali e il catechismo” nelle nostre chiese e parrocchie “per proteggere la vita dei nostri fedeli, in particolare i bambini”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Alnaufali Habib Jajou, arcivescovo caldeo di Bassora, nel sud dell’Iraq, dove da oltre una settimana è in atto una violenta protesta contro corruzione e malgoverno, che ha già causato almeno otto vittime e decine di feriti. “Tuttavia - aggiunge il prelato - messe e altre attività liturgiche proseguono con regolarità”. 

In Iraq è in atto un vasto movimento di protesta sociale che ha colpito, in particolare, la regione meridionale. Lanciata a Bassora, la più importante regione petrolifera del Paese e teatro di recente di una crisi idrica di vaste proporzioni, la contestazione si è presto diffusa a macchia d’olio in gran parte del sud sciita. Nel mirino dei manifestanti l’arretratezza dei servizi pubblici, la disoccupazione (10% secondo i dati ufficiali, ma con punte fino al 60% fra i giovani) e la corruzione endemica.

Alla base degli scontri fra forze di sicurezza e manifestanti, il tentativo di questi ultimi di bloccare prima i pozzi petroliferi a Bassora e alcuni edifici governativi e sedi di partiti politici. In risposta alle violenze è intervenuto anche il premier irakeno Haider al-Abadi, secondo cui approfittare della contestazione per “incendiare edifici pubblici”, è “un tentativo di far indietreggiare il Paese” dietro il quale vi sono “elementi del crimine organizzato”. 

Gli annunci di queste ore da parte di alti funzionari dell’esecutivo, fra i quali lo sbandierato stanziamento di tre miliardi di dollari per la provincia di Bassora e investimenti nella scuola, nell’elettricità, nelle risorse idriche non sono bastati a placare il malcontento. Per limitare le violenze il governo ha emanato un coprifuoco nelle più importanti cittadine del sud. 

Interrotti anche gli accessi a internet e ai social network, uno dei motori di diffusione della protesta, sia a Baghdad che nelle province meridionali. Il timore delle autorità è che la protesta - che ha ricevuto la “benedizione” del grande ayatollah al-Sistani - possa diffondersi ancor più e giungere fino alle strade della capitale. 

La regione di Bassora annovera al suo interno circa il 90% delle risorse di idrocarburi del Paese; tuttavia, solo l’1% della forza lavoro proviene dalla zona, visto che le compagnie petrolifere prediligono manodopera straniera. A questo si aggiunge il divieto di piantare riso e mais, in un’area dalla forte connotazione agricola, a causa della mancanza di acqua. 

“La situazione non è affatto buona - sottolinea mons. Habib - e la tensione è destinata ad aumentare se il governo non introduce cambiamenti significativi alle proprie politiche”. La crisi idrica, prosegue, ha effetti devastanti “nel sud dell’Iraq, una delle regioni più calde al mondo, dove a breve le temperature potranno toccare i 53 gradi”. Il prelato conferma “le numerose vittime e i feriti”, alcuni dei quali “nella stessa Bassora, dove ha preso il via la protesta”. 

“Le persone manifestano contro la disoccupazione - avverte mons. Habib - la povertà, la carenza di servizi pubblici: elettricità, acqua, inquinamento, deterioramento della situazione generale… E questo nonostante il fatto che Bassora sia una delle città più ricche in quanto a petrolio e gas naturali (85% del totale nazionale)”. In questi ultimi giorni, conclude, “abbiamo udito colpi di arma da fuoco e visto con i nostri occhi la polizia usare cannoni ad acqua per impedire ai manifestanti l’ingresso in edifici governativi e nelle sedi delle compagnie petrolifere”.

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