15/02/2013, 00.00
CINA – GIAPPONE – USA
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Wei Jingsheng: Per le isole contese può nascere una guerra disastrosa per tutti

di Wei Jingsheng
Secondo il grande dissidente, la questione delle Senkaku/Diaoyu è precipitata a causa di “politiche folli e miopi, combinate a nazionalismo e fanatismo” sia in Cina che in Giappone. A peggiorare le cose c’è la politica americana “che sembra scritta da secchioni e non da politici”. Un conflitto armato, opzione sempre più probabile, “sarebbe disastroso per il mondo intero. Da una guerra simile non si può stare lontani e non si può ottenere nulla”.

Washington (AsiaNews) - Tre navi cinesi sono entrate nelle acque limitrofe all'arcipelago delle Senkaku/Diaoyu, la cui nazionalità è contesa da Pechino e Tokyo. Il governo nipponico ha reagito definendo l'intervento "inaccettabile" e minacciando "contromosse adeguate". Si tratta dell'ennesima, incalcolabile provocazione militare che entrambe le nazioni agitano nella lotta per la sovranità, ripresa dopo un lungo periodo di calma lo scorso settembre. L'arcipelago è molto piccolo  e non ha un valore economico stabilito: nello scontro si gioca più che altro il nazionalismo esasperato dei due Paesi, divisi all'interno da conflitti politici e problemi economici.

Secondo Wei Jingsheng, il grande dissidente cinese autore del "Muro della democrazia", il rischio è enorme: nella disputa sono entrati anche gli Stati Uniti, che potrebbero fomentare (invece di calmare) un conflitto armato che porterebbe soltanto danni a tutte le parti in causa. Di seguito il testo completo dell'analisi del dissidente (traduzione a cura di AsiaNews).

La disputa fra Cina e Giappone sulle isole Diaoyu è divenuta come una marea, dove a un'onda ne segue subito un'altra. Anche il Segretario americano alla Difesa ha già chiarito che essa "potrebbe causare violenze e persino un conflitto" senza una conclusione positiva. Non è quello che gli Stati Uniti si aspettavano quando hanno scelto di ri-allineare le proprie politiche per tornare in Asia. Eppure, ce lo si poteva attendere.

Quando l'amministrazione Obama ha pianificato la politica di ritorno in Asia ha trattato il Giappone come una delle maggiori forze in gioco. Il governo pensava di poter promuovere la posizione giapponese in Asia per sopprimere la rapida ascesa del regime comunista cinese. Questo gesto cercava anche di stimolare il senso di responsabilità del Giappone, per incoraggiarlo ad assumersi alcuni compiti e nello stesso tempo salvare le risorse americane, invece di spingerlo verso un approccio unilaterale su ogni questione. Sembrava un piano perfetto. Sfortunatamente, però, questo piano è troppo accademico e industrializzato. In altre parole, è come uno schema pianificato da "secchioni" e imprenditori, e non da politici.

La genesi di questo piano è intuitiva e semplice come la catena di produzione di un'industria, invece di essere una valutazione reale dei cambiamenti reali, profondi e complicati di Giappone, Cina e Stati Uniti. Ed è per questo che ha incontrato degli ostacoli che esso stesso ha creato. Cerchiamo di fare una semplice analisi della distanza che c'è fra questo piano e la realtà.

Il primo errore riguarda il modo sbagliato con cui ha valutato la reazione dell'amministrazione di Hu Jintao e poi di Xi Jinping. Inizialmente si è pensato che la Cina si sarebbe tirata indietro nel momento in cui il Giappone avesse iniziato a spingere sempre più forte; che la Cina avrebbe adottato la politica di Deng Xiaoping riguardo le dispute territoriali con il Giappone e avrebbe collaborato con le Filippine nel tentativo di mantenere lo sviluppo economico interno. Il risultato: una maggiore fiducia da parte degli alleati degli Stati Uniti, che sarebbe cresciuta sempre di più mentre quella cinese si sarebbe di molto ridotta. Senza sparare un colpo, gli Stati Uniti sarebbero potuti tornare concretamente in Asia.

Invece, il risultato reale ha visto una reazione da parte di Xi Jinping che gli Stati Uniti non si aspettavano per niente. Come prima cosa, Xi è appena arrivato al potere. Vuole raggiungere un qualche risultato, ne ha bisogno per il proprio prestigio. E secondo la tradizione del Partito comunista cinese, vincere una battaglia è il metodo migliore, più semplice e più efficace per ottenere prestigio. Sia Mao Zedong ch Deng Xiaoping hanno consolidato il proprio indiscutibile prestigio grazie alla sconfitta di un nemico potente.

Subito dopo va considerato che Xi Jinping ha osato scommettere sulla situazione, convinto che gli Stati Uniti non avrebbero osato (o non sarebbero stati in grado) di dare il via a una guerra, in modo particolare a una guerra su larga scala contro una grande potenza mondiale dotata di potere nucleare. Si può dire che Xi Jinping ha già vinto la sua scommessa.

Il secondo risultato reale che ha superato le aspettative degli Stati Uniti è stato la reazione di Giappone e filippine. Il presidente filippino ha già iniziato a sottolineare la propria ascendenza cinese, ovviamente vuole uscire dalla battaglia senza troppi problemi e aspettare al lato dello scontro per vedere se può trarre un profitto dai conflitti altrui. È una reazione molto normale per una nazione debole come le Filippine. Inoltre mostra molto bene che la comunità internazionale ha capito che gli Stati Uniti non possono aprire un'altra guerra. Sperare di confrontarsi con la Cina basandosi sul sostegno militare americano è una scelta folle.

Il Giappone non dovrebbe portare avanti una strategia di opposizione che provochi una guerra, ma dovrebbe scegliere tattiche dilatatorie. Come ha detto Mao Zedong "quando il nemico avanza ci ritiriamo. Quando il nemico si ritira, noi avanziamo". E questo perché il Giappone non avrebbe alcun beneficio dalla guerra, mentre una tattica attendista ovviamente metterebbe in svantaggio gli affari interni ed esteri della Cina.

Se l'amministrazione di Xi Jinping non raggiunge alcun risultato, non solo egli non sarebbe in grado di spiegare questo fallimento al movimento dei giovani nazionalisti fanatici cinesi; non sarebbe in grado di spiegarlo neanche a coloro che - all'interno del Partito comunista - vogliono rovesciarlo. La durezza del Giappone ha messo Xi Jinping in un angolo, il posto più pericoloso per il suo avversario. Anche perché Xi ha la sicurezza di poter battere da solo il Giappone.

La follia nipponica non è dovuta alla follia dei suoi politici, ma a quella dei nazionalisti fanatici che non permettono alla politica di intraprendere una strategia flessibile. Non appena il governo di Yoshihiko Noda ha mostrato una leggerissima flessibilità, i giapponesi fanatici lo hanno cacciato. L'ignoranza e il fanatismo della nazione giapponese ha condotto il Paese a perdere la Seconda Guerra mondiale, anche se loro non pensano di essere colpevoli di questo. Ora stanno spingendo il proprio governo verso l'abisso. La promessa di sicurezza espressa dagli Stati Uniti getta olio sul fuoco del fanatismo giapponese.

Chi potrebbe guadagnarci da questa possibile guerra? Di certo, il Giappone sarebbe il più miserabile di tutti. Perché questa guerra non sarebbe condotta sul territorio di nessun altro. Fin dall'inizio sarebbe combattuta sul territorio nipponico, e potrebbe persino non ottenere il sostegno americano. Quello che gli Stati Uniti possono fare è confinare la guerra nei territori cinese e giapponese, invece di farlo deflagrare sul resto dell'Asia o persino nel mondo. Di certo gli States applicherebbero delle sanzioni sul commercio reale, che aiuterebbero l'economia domestica e la situazione occupazionale.

Anche il regime comunista cinese ne ricaverebbe molto più di una sconfitta. Ma per la Cina intera, questo passo indietro sarebbe più duro di quanto si pensi. Questa guerra porterebbe le relazioni estere della Cina al punto in cui si trovavano prima della visita di Richard Nixon, nel 1972 e le farebbe perdere questo favorevole momento per lo sviluppo economico. Ancora più importante, consoliderebbe il dominio autoritario del Partito comunista con il sostegno del nazionalismo fanatico, perdendo anche l'utlima possibilità per una riforma democratica. Forse potrebbe verificarsi una rivoluzione come quella del 1917, ma potrebbe anche rafforzare il ruolo e il potere dei comunisti.

L'assunto originario degli americani è che loro possono restarne fuori, ma questo è impossibile. Quando la seconda e la terza economia del mondo sono in guerra, l'economia globale collassa. E porta un impatto devastante e in sincrono anche all'economia americana. Anche se è possibile che si riduca il deficit commerciale sino-americano a causa del calo delle esportazioni in Cina e Giappone, non si modificherebbe il tasso di occupazione americana. Data la variabilità della guerra, tutte le industre devono adattarsi: lo sviluppo si fermerebbe o potrebbe persino arretrare. E questi fattori non portano benessere neanche agli Stati Uniti.

C'è un'altra possibilità non prevista, e cioè che la guerra non rimanga solo fra Cina e Giappone. Come dice Sunwu nell'Arte della Guerra, infatti, il conflitto si basa sulla slealtà. È caratterizzato dall'imprevedibile e non segue regole. Inoltre, una guerra fra due grandi nazioni include un enorme raggio di interessi. La possibilità che una guerra rimanga limitata sui territori di queste due nazioni non è verosimile. Chi potrebbe dire di essere al sicuro, in caso di guerra praticamente mondiale?

Quindi, dato che è una guerra che non porterebbe benefici a nessuno, ogni parte in causa dovrebbe provare a lavorare insieme per fermarla. Ciò di cui abbiamo bisogno ora è che i politici delle tre nazioni si calmino e prendano alcune decisioni responsabili. Il disastro causato da molte guerre è nato da intrighi di politici e fanatici che pensano con menti non chiare. Spesso i calcoli limitati dei politici sono in grado di creare enormi disastri. Chi si prenderebbe la responsabilità e le conseguenza di queste disastri? Di norma a pagare sono i cittadini normali.

 

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