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» 10/03/2004 12:47
cina
La Chiesa di Cina guarda a Roma
di Gianni Criveller, PIME
conversazione con mons. Antonio Li Duan, vescovo di Xian

Xian  (AsiaNews) – Mons. Antonio Li Duan, è una delle figure di spicco della Chiesa cattolica cinese. Nato il 13 giugno del '27, dal 1987 è vescovo di Xian. Ha trascorso lunghi periodi in detenzione: '54-57; '58-'60; '66-'79. Dentro e fuori la Cina, egli è considerato il leader morale della "Chiesa ufficiale". In questi anni Mons. Li Duan si è distinto per la sua attiva iniziativa pastorale e la determinazione con cui ha difeso i diritti e la libertà della Chiesa. Pastore prudente e coraggioso, fedele alla Santa Sede, è disponibile alla collaborazione con le autorità governative senza mai cedere su questioni fondamentali di fede e di diritto della Chiesa. Sì è sottratto con coraggio  alla consacrazione illegittima di cinque vescovi a Pechino, il 6 gennaio del 2000, come pure, nell'ottobre dello stesso anno, a prendere parte attiva alla campagna politica contro la canonizzazione di 120 martiri di Cina. Presentiamo qui ampi stralci del servizio che appare nel numero di marzo di «Mondo e Missione», mensile del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere).

 

Eccellenza, iniziamo dalla questione del primato del Papa…

Il Papa è il capo della Chiesa. L'apostolicità della Chiesa consiste nel fatto che la Chiesa discende dagli apostoli, con Pietro a capo. Il Papa ha il diritto di governo e di supervisione su tutta la Chiesa, un diritto che include l'elezione dei vescovi. Noi non negheremo mai il diritto del Papa, perché è un elemento essenziale della nostra fede cattolica. Ora, il diritto di governo del Papa deve essere inteso come vero. In Cina tuttavia abbiamo la politica religiosa che sostiene l'amministrazione indipendente e democratica della Chiesa. Come possono le due cose essere conciliate? Io penso che la Santa Sede e il governo cinese abbiano i mezzi per risolvere questo problema. Il problema più pressante ora è l'elezione di nuovi vescovi. Nelle attuali circostanze non possiamo procedere alla consacrazione di un nuovo vescovo senza l'approvazione del governo. Se il governo non si oppone al nostro candidato, noi lo presentiamo alla Santa Sede per l'approvazione. In caso di mancata approvazione da parte del Papa, noi non procederemo alla consacrazione.

Qual è la sua opinione circa le relazioni diplomatiche tra Cina e Santa Sede?

Io credo che entrambi le parti vogliano il ristabilimento delle relazioni, e credo che il Papa lo voglia personalmente. L'ostacolo maggiore rimane l'elezione e la consacrazione dei vescovi. Le difficoltà ci sono, ma occorre dire anche sono stati fatti passi in avanti notevoli. Il governo cinese riconosce che il Papa ha un ruolo di primato nella Chiesa cattolica. Noi preghiamo pubblicamente per il Papa, affermando senza reticenze che la Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica. Io sono fiducioso che le distanze saranno colmate.

Nel 2003 sono stati approvati tre documenti in cui si avalla il principio dell'amministrazione democratica della Chiesa. Che ne pensa?

Se questi documenti sono intesi secondo la tradizione cattolica, noi possiamo accettarli. Ma bisogna assolutamente salvaguardare il ruolo della gerarchia, che è stata voluta da Gesù stesso. Il potere dei vescovi, successori degli apostoli, è vero potere di governo. Certamente ogni vescovo ha i suoi limiti, e deve guidare la Chiesa come un servo. Ma il suo potere è autentico, non può essere ridotto ad un simbolo. Nessuno può sostituire il vescovo nella guida della Chiesa. Il concilio Vaticano II ha promosso la partecipazione dei laici nella Chiesa. Il vescovo deve aprirsi e accogliere il loro contributo, ma deve rimanere a capo, il suo ruolo non può essere svuotato!

Come vede il ruolo dell'Associazione patriottica dei cattolici cinesi (Apcc)?

Nella situazione in cui ci troviamo prendiamo atto che esiste l'Associazione patriottica. Se la sua funzione si configurasse come associazione di fedeli, non ci sarebbero problemi. L'Associazione patriottica non può stare sopra la Chiesa, deve essere interna alla Chiesa e sotto il vescovo.

Cosa dice della «Chiesa sotterranea»?

Tutti i cattolici di Cina sono uniti dalla stessa fede. Per quanto ne so, il Papa rispetta entrambe le comunità e ci chiama alla riconciliazione e all'unità. Alcuni nelle comunità sotterranee dicono che noi ci siamo ribellati al Papa. Io appartengo alla «Chiesa aperta», ma non sono un ribelle perché, nella maniera più assoluta, riconosco il primato del Papa. Abbiamo la stessa fede, siamo entrambi con il Santo Padre, dunque dobbiamo unirci nella struttura e dottrina tradizionale della Chiesa.

La modernizzazione sembra portare anche alla secolarizzazione. Come reagisce la Chiesa a questa sfida?

La secolarizzazione è una sfida universale, che si estende ora anche alla Chiesa di Cina. Nella società si assiste a una forte corsa al denaro e all'edonismo. Noi cristiani, compresi preti, religiosi e vescovi, viviamo nella società e ne siamo ovviamente influenzati, soprattutto i giovani preti. Essi vedono i loro coetanei arricchirsi e fare una vita comoda. Al contrario, la vita dei preti in Cina è molta dura, povera e senza soddisfazioni umane. È facile che si scoraggino, lo stesso vale per le giovani religiose.

Nelle famiglie cattoliche si trasmette ancora la fede?

Una volta la fede veniva con successo trasmessa dai genitori ai figli. Oggi avviene ancora, ma con più difficoltà. Ora c'è bisogno che le famiglie siano aiutate in questo compito, perché non possono affrontare da sole i pericoli della secolarizzazione. Negli scorsi anni tenevamo corsi di formazione alla fede per giovani e «campi estivi» per bambini: ora le autorità ci hanno proibito di continuare questo programma.

Cosa fa la Chiesa in campo sociale?

Dal 2002 è attivo nella nostra diocesi l'Ufficio cattolico per il servizio sociale, sostenuto da Misereor (l'organismo di cooperazione internazionale della Chiesa cattolica tedesca - ndr). Funziona molto bene: disponiamo di cinque operatori a tempo pieno e di tre volontari. Sosteniamo microprogetti in villaggi poveri di tutta la provincia dello Shaanxi: pozzi, irrigazione; salute (in particolare operazioni di riparazione del labbro leporino); educazione (compresa la costruzione di piccole scuole); orfani; aiuti per calamità naturali… Aiutiamo chiunque abbia bisogno, indipendentemente dall'appartenenza religiosa. È uno sviluppo nuovo per la Chiesa di Cina, e in questo campo, devo dire, la nostra diocesi è all'avanguardia.

Quali sono le prospettive dell'evangelizzazione?

È risaputo che molti giovani sono attratti alla fede cristiana. Anche un certo numero di intellettuali si è aperto al cristianesimo.

In questo sembra che i protestanti incontrino un «successo» maggiore…

Sì certo, stanno crescendo in modo più rapido. Loro sono molto più attivi. Ognuno di loro deve «portare frutto», cioè portare nuovi membri nelle comunità. Poi chi entra viene accolto con entusiasmo e calore, molto più che da noi. La dottrina che offrono ai neofiti è più semplice ed essenziale della nostra, più facile da capire e accettare. Inoltre sono molto più in contatto con il mondo studentesco e intellettuale, che ama una fede biblica, senza doveri e obbligo di frequenza. Ma noi dobbiamo essere contenti del loro successo: in un modo o l'altro è Cristo che viene annunciato. E poi alcuni di loro approfondiscono la fede, e arrivano ad apprezzare i tesori della dottrina e della tradizione cattolica.

Dunque la Chiesa cattolica sembra di mancare di spirito missionario…

Nella Chiesa cattolica cinese lo spirito missionario c'è, sono molti gli esempi che potrei portare. La nostra crescita è ancora lenta, e non siamo in grado di raccogliere tutto l'interesse che serpeggia nella società, ma faremo meglio. Io sono ottimista, posso personalmente testimoniare che negli ultimi vent'anni ci sono stati cambiamenti positivi. Questo è il tempo migliore per l'evangelizzazione in Cina. Mai la gente è stata cosi aperta e favorevole alla fede cristiana.

Siamo in periodo di cambio generazionale: ha fiducia che i giovani vescovi guideranno bene la Chiesa?

Fra dieci anni ci saranno solo vescovi molto giovani a guidare la Chiesa di Cina. Io non ci sarò, ma ho fondate speranze che essi faranno bene. E credo che il Signore li assisterà.

Cosa può imparare la Chiesa italiana da quella cinese?

Siamo una Chiesa in mezzo a difficoltà, e ci rendiamo conto che non diamo abbastanza testimonianza a Gesù Cristo. Non abbiamo niente da offrire alla Chiesa in Italia. Siamo ancora poveri, abbiamo ancora bisogno di ricevere. Nel 1992 sono stato in Italia. Ho visitato Roma, le basiliche, le tombe degli apostoli. Roma è cosi importante perché ha la testimonianza degli apostoli, è il luogo della prima cristianità. Questa è la gloria dei cattolici italiani, che hanno sempre mantenuto la fede cattolica, che sono sempre stati fedeli alla Chiesa e al Papa. Io spero che continueremo a imparare dalla fedeltà dei cattolici italiani.


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