24/04/2004, 00.00
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Maggiore conflittualità nel Golfo provocherebbe crisi economica e sociale

di Maurizio d'Orlando

 

Roma (AsiaNews) - Se la crisi irachena, o di un altro Paese del Golfo Persico, dovesse bloccare le esportazioni di petrolio da quell'area, colpirebbe l'Asia più di qualsiasi altra regione del mondo, perché è dal Golfo che proviene il grosso delle sue forniture di energia. Il prezzo del greggio potrebbe arrivare ad oscillare tra i 60 ed i 90 dollari al barile e la crescita economica di tutto il continente ne sarebbe paralizzata. Ma, anche senza evocare tali scenari, già ora l'Asia, ed in particolare la Cina, influenzano pesantemente il prezzo del petrolio. All'origine dell'aumento dei prezzi del greggio verificatosi nel primo quadrimestre di quest'anno non c'è infatti una speculazione  dell'Opec, ma proprio l'esplosione della domanda di energia in tutta l'Asia ed in particolare in Cina. Proprio la Cina, infatti, ha registrato il maggior aumento delle importazioni e per il 60 % di queste dipende dal Medio Oriente. Ne è prova quanto accade in questi giorni: siamo nel periodo dell'anno nel quale si verifica una riduzione dei prezzi del greggio, poiché è minore l'esigenza di riscaldamento nel nord del mondo, dove vive la maggior parte della popolazione mondiale. Per prevenire il calo dei prezzi, a febbraio l'Opec, l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, aveva deciso di tagliare di circa il 10% le forniture. In realtà sia l'Opec che la IEA, l'Agenzia internazionale dell'Energia legata ai paesi occidentali, hanno sottostimato la domanda di energia dell'Asia che sta vivendo una stagione di forte espansione, e agli inizi di aprile hanno dovuto modificare le proprie previsioni. D'altro canto, secondo l'agenzia cinese Xinhua, nel primo trimestre di quest'anno le importazioni petrolifere della Cina sono aumentate del 35,7 % e nel corso del 2004 si prevede supereranno i 100 milioni di tonnellate. L'incremento dell'intero 2003 rispetto all'anno precedente è stato invece del 31,2%. Il dato è particolarmente significativo in quanto, dopo gli Stati Uniti, la Cina è divenuto il secondo paese importatore al mondo ed in gennaio il consumo cinese ha toccato il record di 6,09 milioni di barili al giorno (b/g), all'incirca il 7,5 % del consumo mondiale di 80 milioni di b/g. In base alle nuove previsioni più del 35 % della crescita mondiale del consumo di petrolio, 1,65 milioni di b/g, deriverà dall'incremento della domanda cinese, forte particolarmente per i prodotti petroliferi destinati alla produzione dell'elettricità, richiesta dalla rapida crescita industriale.

Al tempo stesso la Cina sta cercando di ridurre l'impiego del carbone, che nel 2003 ha fornito il 61% dell'energia, ma con impianti generalmente obsoleti che consumano in media il 22,5 % più di quelli occidentali. Il largo impiego del carbone, che non ha riscontri in altri paesi, ha essenzialmente due ragioni: la prima che essendo estratto localmente non comporta esborsi valutari e la seconda che, grazie ai bassi salari, è disponibile a prezzo molto concorrenziale. L'utilizzo del carbone ha però molti inconvenienti, sia per l'estrazione (gli incidenti con perdita di vite umane), sia per il trasporto (gli enormi volumi movimentati aggravano la già acuta paralisi delle comunicazioni terrestri) sia per l'inquinamento. In particolare la combustione di grandi quantità di carbone comporta seri problemi ecologici: molte città sono soffocate da una cappa di smog, che ha effetti sulle precipitazioni (le piogge acide) e nella circolazione atmosferica: in alcune zone aumentano i rischi di desertificazione, in altre le inondazioni in determinati periodi dell'anno. La produzione di elettricità, pur cresciuta nel 2003 di circa il 15% e del 16,4 % nel primo trimestre di quest'anno, non basta a soddisfare la domanda potenziale ed il deficit delle forniture sarà quest'anno di almeno 30 milioni di kW. La conseguenza è che nel 2003 in 21 provincie si sono verificati continui tagli alle forniture, che nel primo trimestre di quest'anno hanno riguardato 24 regioni.

Avendo ora maggiori disponibilità di valuta convertibile grazie al forte attivo delle esportazioni industriali, la Cina sta cercando di diversificare le sue fonti di energia. Asianews ha già riferito degli sforzi per assicurarsi forniture di gas naturale da Australia, Indonesia, Russia (Siberia Orientale), Turkmenistan, Qatar, Arabia Saudita ed Iran. Per quanto riguarda i grandi impianti idroelettrici, quelli in costruzione (tra cui la diga delle Tre Gole, molto contestata dagli ecologisti) sono 28, mentre l'energia nucleare nel 2020 dovrebbe fornire 36 milioni di chilowatt, appena il 4 % del consumo elettrico. Sia gli impianti idroelettrici che quelli nucleari che infine i gasdotti richiedono però lunghi tempi di realizzazione e soprattutto enormi investimenti. Per questi ultimi c'e' un concreto vincolo finanziario perché considerando tutti i settori dell'economia, l'investimento in Cina in conto capitale fisso, cioè in impianti e macchinari, è letteralmente schizzato a ritmi insostenibili: con un incremento nello scorso trimestre del 43 % rispetto allo stesso periodo del 2003, il rischio di un "surriscaldamento economico" è in pratica una certezza.

A breve termine, dunque, la Cina non può far altro che ricorrere a maggiori importazioni di prodotti petroliferi. Finora però gli effetti sui prezzi sono stati relativamente contenuti: il greggio inglese Brent, maggiormente utilizzato a livello mondiale come parametro di riferimento, negli ultimi mesi è passato da circa 28 $ a quotazioni tra i 32 ed i 33 $ al barile. Per altre materie prime l'emergere dei consumi cinesi ha avuto effetti più marcati sui prezzi. Asianews ha già riferito degli aumenti di prezzo dei prodotti siderurgici che in certi casi ha toccato il 300 % a causa appunto della domanda cinese. Quotazioni record hanno raggiunto anche molti metalli non ferrosi come il molibdeno, il rame (quasi più 90 % nei 12 mesi) ed il nichel (quasi il 140 % in più in un anno). Il prezzo della soia ha raggiunto le maggiori quotazioni dal 1988 mentre per il mais ed il grano le quotazioni sono ai massimi degli ultimi 18 mesi. Il punto è che il modello di sviluppo cinese è caratterizzato da un intenso uso delle risorse: se nel cinquantennio dalla fondazione della Repubblica popolare il Pil (Prodotto interno lordo)  è cresciuto di dieci volte, il consumo delle risorse minerarie è aumentato di più di quaranta volte. Lo scorso anno la Cina rispetto al totale mondiale ha consumato il 31 % del carbone, il 30 % del minerale di ferro, il 27 % dell'acciaio il 25 % della allumina, il 40 % del cemento. Viceversa il Pil della Cina lo scorso anno è stato un po' meno del 4 % di quello mondiale e la sua popolazione circa il 20%. è quindi probabile che anche il consumo di petrolio cresca dall'attuale 7,5 % del totale. Per rendere più evidente la portata del problema energetico occorre considerare che nel 2001 il partito comunista ha fissato l'obiettivo di quadruplicare per il 2020 il PIL. Anche supponendo un relativamente modesto tasso medio di crescita annuo del PIL del 6 % (crescita per il corrente anno stimata al 9,5 %) le sole importazioni di petrolio nel 2020 dovranno essere di sei milioni di barili al giorno. Si tratta di un quantitativo che è ben sei volte il volume di importazioni del 1999, tre volte circa il volume del 2004, con una progressione quindi molto veloce. A titolo di paragone, nel 2002 il totale della produzione OPEC è stato di 24 milioni di b/g ed il totale delle esportazioni dell'Arabia Saudita è stato pari a circa sette milioni di b/g. Ovviamente se la crescita dovesse essere effettivamente quella programmata per il 2020 e se dovessimo tenere conto della necessità di ridurre il consumo di carbone o del fatto che si prevede un forte aumento delle immatricolazioni di autovetture (+ 75,3 % nel 2003) oltre l'intera produzione mediorientale di greggio dovrebbe essere allocata per soddisfare solo il fabbisogno cinese. L'Asia ha perciò necessità di una pace stabile e duratura in Medio Oriente più di qualsiasi altro continente. La domanda petrolifera cinese ed in generale asiatica ha infatti un particolare fabbisogno di benzina e distillati leggeri (gasolio e cherosene). In caso di una crisi che bloccasse i porti del Golfo persico, data la bassa capacità asiatica di desolforazione dei greggi pesanti e ad alto contenuto di zolfo, solo in Africa Occidentale sarebbe possibile reperire forniture di greggi leggeri ed a basso contenuto di zolfo. Assetate di energia, l'Asia e la Cina verrebbero a dipendere dagli imbarchi di super petroliere costrette a compiere il lungo periplo dell'Africa attorno al capo di Buona Speranza.

 

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