P. Bossi a Loreto: nell’abbraccio al Papa, l’“emozione” di un figlio che ritrova il padre
di Marta Allevato
Il missionario del Pime, intervenuto all’Agorà a Loreto, racconta la gioia dell’incontro con Benedetto XVI ed i giovani. In un’intervista ad AsiaNews riflette sulla sugli aspetti più intimi della sua esperienza da ostaggio nelle Filippine, sul significato del suo rapimento per la missione del Pime, ma anche per la Chiesa locale e confida i suoi progetti futuri.
Loreto (AsiaNews) – “Emozionati entrambi” si sono abbracciati a lungo, in modo naturale e senza cerimoniali, come un padre e un figlio, che si ritrovano dopo lungo tempo. Così p. Giancarlo Bossi ha salutato il Papa a Loreto, dove è intervenuto all’Agorà dei Giovani organizzata dalla Conferenza episcopale italiana in preparazione all’incontro della Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney del 2008. Con Benedetto XVI il missionario del Pime - rilasciato lo scorso 19 luglio nel sud delle Filippine, dopo un sequestro durato 39 giorni - si è intrattenuto per 3 minuti. In quei minuti – racconta – ci siamo scambiati ringraziamenti reciproci e forte era l’emozione da entrambe le parti”.
 
P. Bossi ha ringraziato il Papa per averlo “portato nel suo cuore di padre durante il rapimento e aver spinto tanti a pregare” per lui. E rivolgendosi ai 300mila giovani presenti alla Spianata di Montorso: “Con la loro preghiera e il loro amore mi hanno dato il coraggio di rimanere fedele a Cristo, alla sua Chiesa, alla mia vocazione missionaria e alla gente a cui appartengo. E avete dato coraggio anche ai missionari che lavorano in tutto il mondo”. Nella sua testimonianza alla Veglia del 1 settembre, il sacerdote ha calamitato l’attenzione di tutto il pubblico, che – raccontano i presenti – ha ascoltato in silenzio le sue parole e poi, in blocco, si è alzato in piedi ad applaudirlo. Molto colpiti anche i vescovi italiani, che hanno già invitato p. Bossi a portare al sua testimonianza nelle varie diocesi della penisola.
 
Per i giovani il sacerdote nutre un amore particolare, perché “in loro risiede il futuro e la speranza”. I bambini ed i ragazzi della sua parrocchia di Payao, Mindanao, sono stati uno dei suoi primi pensieri una volta liberato: “Appena possibile voglio riabbracciarli”. Nell’intervista con AsiaNews che pubblichiamo di seguito p. Bossi riflette sugli aspetti più intimi della sua esperienza da ostaggio, sul significato del suo rapimento per la missione del Pime, ma anche per la Chiesa filippina e sulle prospettive future della sua presenza nel Paese asiatico.
 
Padre Bossi, ci può riassumere la sua giornata-tipo durante il sequestro?
Sveglia alle 4.30 del mattino, lunghe camminate nella foresta per raggiungere il bivacco successivo, il che avveniva verso le 7 di sera, e si cercava – per quanto possibile – di dormire. Di giorno era impossibile farlo a causa delle zanzare. Mentre camminavo il pensiero andava agli amici e alla famiglia, alla situazione che stavo vivendo, e ovviamente alla preghiera: tenere attiva la mente è stato fondamentale per sopravvivere.
Quale spazio e significato ha avuto la preghiera in questi 39 giorni?
La preghiera mi ha dato molto, ma si trattava per lo più di un tentativo di preghiera. È duro pregare quando sei prigioniero. Ricordo che quando dissi un giorno ad un ammalato di pregare per me, egli mi rispose in modo molto mesto: “Non puoi chiedere a me di pregare per te perché questo luogo (l’ospedale) non è luogo di preghiera”. Io ero come un ammalato, tutto ti viene in mente, continui a pregare ma non è una preghiera seria, riflettuta, concentrata, hai troppi pensieri che ti passano per la testa. Però continuavo a pregare. Non avendo orologio e niente altro, sapevo che giorno era grazie al rosario.
Appena rilasciato ha detto di aver pregato anche con i suoi rapitori, musulmani. Che rapporti ha avuto con loro?
Durante il rapimento ho parlato con loro nel dialetto locale. Era anche un modo per passare la giornata, che sembrava non finire mai. Quando avevo possibilità cercavo di fare domande di carattere religioso. Loro pregavano 3 o 5 volte al giorno e anche io, allora chiedevo loro: “Stiamo pregando lo stesso Dio? Se è lo stesso Dio, il Dio della pace, della misericordia, voi pregate con il fucile in mano e me prigioniero da una parte, ma vi ascolta questo Dio o no?” E loro rimanevano zitti, spesso non rispondevano, solo una volta mi hanno spiegato che Allah è nel loro cuore, ma non nel loro lavoro. Su questo piano spesso scivolano anche i cristiani: spesso Dio esiste, ma poi di fatto le nostre azioni lo contraddicono e le nostre scelte sono fatte anche senza di lui.
I miei rapitori erano solo criminali comuni. Penso che rispondevano solo ad ordini dall’alto, ad un sistema criminale mafioso strutturato e gerarchico. Lo scopo, con ogni probabilità, era rivendermi a gruppi più grandi, magari ad Abu Sayyaf. Ma la zona era roccaforte del Milf e questo ha determinato il fallimento del loro piano.
Lei non ha denunciato i suoi rapitori, come concilia il perdono cristiano con la giustizia?
Sono quasi 30 anni che sono prete e se non perdoni vuol dire che del tuo essere prete hai capito poco o niente. Uno dei rapitori mi ha chiesto: “Padre, se ci vede in giro cosa farà?”. Io ho risposto: “Magari ti porterò a bere un caffé e dopo andremo insieme alla polizia a dirgli: questo è uno di quelli che mi hanno rapito”. Cioè il perdono non esclude la giustizia, che è uguale per tutti. Io non ho denunciato nessuno, ma se mi facessero vedere le foto e io li riconoscessi li indicherei chiaramente. Alla fine quando mi hanno rilasciato, si erano tutti nascosti: avevano paura che la macchina non fosse quella giusta, che fosse una trappola. Ho scambiato qualche battuta solo con uno che mi ha salutato dicendomi “arrivederci” ed io ho corrisposto.
Quale effetto le ha fatto conoscere la partecipazione della gente alla sua vicenda?
Incredibile e molto bello: anni fa, quando sono stati rapiti i miei confratelli, p. Luciano Benedetti e p. Giuseppe Pierantoni (dehoniano), non se n’è parlato molto. Invece nel mio rapimento c’è stato una sorta di miracolo: ne è un segno il fatto che nelle Filippine dopo questo caso la Chiesa si sta risvegliando e questo è molto positivo e penso che avrà ripercussioni sulla vita della comunità cattolica locale. Già il fatto di averne parlato tutti i giorni è veramente straordinario: così è risultato in modo chiaro che figura è quella del missionario, finora trascurata, sottovalutata o fraintesa. Ancora non ho letto tutti gli articoli sul mio caso, ma sentendo il Superiore generale, l’impressione è che anche in Italia, da questo fatto eccezionale, finalmente sia emerso cosa vuol dire essere missionario nella vita di tutti i giorni.
Quali ripercussioni avrà il suo rapimento sulla missione del Pime nella zona?
In un incontro svoltosi a fine luglio a Manila abbiamo confermato le nostre presenze in tutto il Paese: conosciamo le difficoltà che ci sono, siamo coscienti dei rischi che potrebbero esserci, però abbiamo deciso di non muoverci dai nostri posti. Secondo me questa è una scelta molto bella.
A Jolo e Basilan, zone molto delicate, di fatto non ci sono missionari stranieri già da tempo.
Come è stato riabbracciare di nuovo i parrocchiani di Payao?
Eccezionale, non mi aspettavo un’accoglienza così bella. Andare a Payao subito dopo il rilascio per me era molto importante: qui il 50% della popolazione è musulmana ed io ero stato rapito da un gruppo musulmano. Non volevo creare un clima di conflitto, quindi sono andato là per dire che i miei rapitori sono solo criminali e come tali vanno considerati. Credo che abbiano recepito bene il messaggio: andiamo avanti, continuiamo il nostro lavoro e il nostro dialogo con i fratelli musulmani. Ho poi dovuto liberare dai sensi di colpa i miei parrocchiani, che si sentivano responsabili per non avermi protetto abbastanza. Stessa cosa con l’amministratore apostolico che mi aveva invitato ad andare a Payao. A lui ho detto: “È successo. Non è colpa tua. Tu mi avevi scelto e io ho accettato volentieri”. E ha accolto le mie parole con sollievo.
Uscire vivo da questa esperienza le dà più forza?
La missione mi è sempre piaciuta. L’ho detto subito che voglio rientrare al più presto nelle Filippine: o prima o subito dopo Natale. Spero a Payao – dipenderà dal nuovo vescovo della prelatura di Ipil – ma sicuramente a Mindanao. Nell’incontro a Manila era presente il vescovo di Zamboanga, il quale pare intenzionato a farmi tornare nella mia parrocchia. Noi missionari siamo fatti così.
Qual è il contributo di un missionario alla società e alla Chiesa filippina?
Il missionario lavora nell’ombra e nel silenzio, dove presto vorrei tornare anche io dopo questa frastuono mediatico. Ma credo che anche chi lavora nel silenzio deve avere una voce ed essere conosciuto. Il rapporto con la Chiesa locale nelle Filippine è proficuo e buono. Ma il lavoro sulla società, anche se a maggioranza cattolica, è enorme. Bisogna far capire loro che Dio in fondo non è solo nel cuore, ma nella nostra vita, nelle scelte che fai e questo lo si compie attraverso l’esempio, la testimonianza vera.
In questo senso è importante anche affiancare un’opera di educazione, a livello culturale. Su questo piano anche la mia esperienza mi ha aperto gli occhi. Io ho detto ai miei rapitori che pregherò sempre per loro. E finora l’ho sempre fatto, continuo a farlo. Gli ho detto: “Pregherò il mio Dio non che vi converta, ma che vi faccia capire com’è bello tornare a casa la sera, trovare la tua famiglia, mangiare quello che c’è senza chiedere altro, nella pace e nella tranquillità”.
Come si fa a raggiungere questo obiettivo?
L’esempio del perdono è molto utile, il rispetto per quello che sei e che testimoni è importante. Anche tra i cristiani il senso della vendetta è alto, bisogna fare un’opera di educazione all’amore, al rispetto. I risultati non si vedono subito, ma confido nel fatto che le vie del Signore sono infinite.
Qual è il messaggio del Vangelo di cui più hanno bisogno le Filippine?
Lì come da noi penso che sia l’idea che siamo tutti fratelli e sorelle. E finché non capiremo questo penso che saremo lontani dal Vangelo. Si fa presto a recitare il Padre Nostro, ma le stesse prime due parole vogliono dire molto: se lo chiamiamo padre, gli siamo figli e se io e te siamo figli, siamo fratelli e sorelle, no? Riconoscere che io e te, io e l’altro siamo fratelli penso cambia molte cose. Ma finché non riconosco questo, l’odio e il rancore continuano ad andare avanti.
Cosa pensa di poter consigliare ad un giovane, che senta la vocazione alla missione?
Gli direi di prenderla con gioia con consapevolezza dei rischi che si corre. Giovanni Paolo II diceva continuamente: “Non abbiate paura!”. Se uno ha paura è meglio che non vada in missione, perché quella sensazione si riflette sui parrocchiani e non crea il necessario clima di speranza e di pace.
Qual’è la situazione dei giovani nelle Filippine?
Nella società filippina c’è un gran bisogno di lavorare per promuovere l’onestà e la trasparenza, contro la corruzione, che è una piaga sociale nel Paese. C’è bisogno di proporre valori umani concreti. Purtroppo per i giovani è dura: non c’è lavoro ed il futuro è solo nelle professioni di contadino o pescatore. L’anno scorso ho chiesto di fare un esperimento in un villaggio di contadini, non solo perché mi piace questo lavoro, ma soprattutto perché volevo trasmettere con la mia presenza ai giovani la coscienza che fare il contadino è un impiego dignitoso e che con le proprie mani si può costruire qualcosa di buono e riuscire a sostenere la propria famiglia.
Il problema è che la corsa all’urbanizzazione ha creato città stracolme di gente; il giovane va in città con il miraggio di diventare ricco, poi arriva, non trova lavoro, perde la faccia e per l’umiliazione non torna più al villaggio e magari si perde in droga e prostituzione. Per questo bisogna educarli all’agricoltura e alla pesca, perché rimangano nel loro villaggio. In passato ho avuto il sogno di comperare un pezzo di terra in un villaggio e coltivarla con alcuni contadini del luogo, secondo metodi e strumenti più moderni. Una vita semplice e povera, che però permette di riscoprire i valori più profondi come l’onestà, il valore del lavoro, la preghiera quotidiana. Chissà che prima o poi non possa realizzarlo.
 
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