Scorta armata per la torcia olimpica, simbolo di pace e fraternità
In Nepal l’esercito vigilerà contro proteste pro-Tibet. Nel Paese già in carcere centinaia di dimostranti. Il Dalai Lama chiede un “dialogo costruttivo”e denuncia il genocidio in atto. Intanto l’Unione europea non decide alcuna azione contro la repressione e i diplomatici occidentali si lasciano “portare in giro” a Lhasa sotto attento controllo.

Pechino (AsiaNews) – L’esercito nepalese sorveglierà il viaggio della torcia olimpica sull’Everest, “per impedire proteste anti-Cina”. Intanto i governi occidentali confermano la volontà di non prendere vere iniziative per la questione tibetana e si lasciano “portare in giro” da Pechino.

Nessuno sarà ammesso durante il passaggio della torcia (tra 19 e 20 giugno), che salirà fino alla vetta di 8.850 metri che è confine tra Nepal e Cina.  Intanto ieri sono stati arrestati circa 60 dimostranti, mentre un gruppo di studenti di 15-18 anni ha aggirato la polizia e raggiunto la sede delle Nazioni Unite a Kathmandu gridando: “Tibet libero”. Il Nepal sta trattando con estrema durezza le migliaia di esiliati tibetani che lì vivono: sono in carcere centinaia di pacifici dimostranti e la polizia ha caricato e picchiato monaci con violenza. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha denunciato arresti in strada di tranquilli passanti, solo perché di chiara etnia tibetana.

A tale “fermezza” si contrappone l’indecisione dell’Unione europea, i cui ministri degli Esteri, riuniti fino a oggi in Slovenia per discutere del Tibet, hanno concordato soltanto una generica condanna della repressione e per la morte di 19 persone (versione di Pechino: il governo tibetano in esilio parla di oltre 140 morti accertati). Molti Paesi, come la Gran Bretagna, hanno già dichiarato che saranno a Pechino per l’inaugurazione dei Giochi. Altri, come la Germania, si sono premurati di chiarire che non ci saranno ma per ragioni indipendenti dal Tibet. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, che per primo ha parlato di disertare la cerimonia, ha detto che nessuno dei 27 Stati ha proposto una simile protesta unitaria e che “si riserva il diritto” di decidere cosa fare.

Ieri il Dalai Lama si è di nuovo appellato a Pechino per aprire un “dialogo costruttivo” per una “pacifica soluzione” della crisi, assicurando che non vuole boicottare le Olimpiadi né chiede l’indipendenza del Tibet, ma soltanto “garanzie per la sopravvivenza della nostra eredità unica, compresi l’ambiente e la lingua”. Ha denunciato “un piano per far immigrare in Tibet un milione di persone di etnia cinese”. Di fatto – ha concluso – “è in corso un genocidio culturale”.

Ma intanto l’Occidente preferisce farsi “portare in giro” dalla Cina: oggi i diplomatici di 17 Nazioni in Cina, tra cui Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna, hanno partecipato a  un viaggio di un giorno a Lhasa, per constatare che tutto è tranquillo. Sotto attento controllo, per ragioni di “sicurezza”. La zona è ancora interdetta a turisti e giornalisti.

Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha plaudito l’iniziativa come “un passo nella giusta direzione”. (PB)

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