Bangkok, trafficanti di droga giustiziati con una iniezione letale
di Weena Kowitwanij
Arrestati e condannati nel 2001, essi hanno ricevuto un preavviso di poche ore. Hanno lasciato un testamento, telefonato ai familiari e consumato l’ultimo pasto, poi l’esecuzione. Responsabile dell’antidroga sottolinea che è una punizione “esemplare”. Nelle carceri thai vi sono 32 prigionieri nel braccio della morte.
Bangkok (AsiaNews) – “Ho detto loro di pentirsi per i peccati commessi e di non nutrire sentimenti di vendetta, per un viaggio pacifico verso il mondo che verrà”. Sono alcuni passaggi del sermone pronunciato dal monaco buddista Phrakru Mahasrinonthawat a due condannati a morte, poco prima di essere giustiziati. “Erano profondamente addolorati – racconta l’abate del tempio di Bangpreaktai, provincia di Nonthaburi – i loro visi erano smunti, le loro mani tremendamente fredde”.
 
Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, sono stati uccisi con una iniezione letale il 24 agosto scorso nel carcere di Bang Khwang, in Thailandia. Entrambi sono stati arrestati nel 2001 per traffico di droga; la polizia li aveva sorpresi con un carico di 114.219 perle di metanfetamina, per un valore pari a 1,2 milioni di dollari Usa.
 
È il secondo caso di condanna a morte per iniezione letale dal 2003, quando un emendamento all’articolo 19 del codice penale ha cambiato i termini dell’esecuzione: dalla fucilazione all’iniezione letale.
 
Jaroenwanit e Poompreuk hanno saputo il giorno stesso dell’esecuzione della sentenza, con un preavviso di poche ore. Essi hanno avuto solo il tempo di scrivere le ultime volontà, telefonare alla famiglia, consumare l’ultimo pasto e ascoltare il sermone del monaco buddista.
 
“Dopo aver ascoltato le mie parole – aggiunge Phrakru Mahasrinonthawat – mi hanno chiesto di poter toccare la mia tonaca; io ho preso le loro mani fra le mie, per consolarli. Ho fatto del mio meglio, perché se ne andassero in pace”. I giustiziati hanno ricevuto tre iniezioni: la prima un sedativo; la seconda un rilassante dei muscoli; la terza, quella fatale, una droga che ha fermato il loro cuore.
 
Chartchai Sitthikrom, del comitato di prevenzione e controllo del narcotraffico, spiega che si tratta di una punizione “esemplare”, perché altri implicati nel giro della droga interrompano i loro traffici. “Un carcerato che attende l’ultimo giorno vive nella sofferenza – continua – senza sapere quando verrà il tempo di eseguire la condanna. È come essere dei morti viventi, sotto pressione e senza libertà”.
 
Dal 1996 a oggi in Thailandia sono state eseguite più di 100 condanne a morte, per reati che variano dal traffico di droga, alla violenza sessuale, all’omicidio. Attualmente sono 32 i prigionieri nel braccio della morte, in attesa di essere giustiziati.
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