Pechino tenta l’estorsione ai danni di Ai Weiwei
Nonostante sia ancora in corso il processo di appello per la presunta frode fiscale, le autorità comuniste hanno intimato al noto artista e dissidente di versare entro domani 8,5 milioni di yuan. Lui rifiuta: “Sarebbe come ammettere un crimine mai commesso”.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Le autorità fiscali del regime cinese hanno imposto ad Ai Weiwei (noto artista e dissidente) di pagare entro domani un acconto di 8,7 milioni di yuan all’interno di un processo ancora in corso per frode fiscale dal valore di 15 milioni (circa 1,8 milioni di euro). Nonostante il processo di appello non sia concluso, il regime vuole incassare: secondo Ai “si tratta di una mossa puerile con cui cercare di chiudere in maniera illegale la partita”.

È stato lo stesso artista a denunciare la richiesta illegale: “Hanno chiesto a mia moglie Lu Qing, rappresentante legale della mia azienda, di versare questo acconto. E ci hanno detto in maniera molto chiara che, se non facciamo quanto ci è stato chiesto, gireranno la situazione nelle mani della pubblica sicurezza: quelli reagiscono sempre come vogliono”.

Ai Weiwei è famoso in tutto il mondo per i suoi lavori artistici e architettonici: il “Nido di rondine”, acclamato stadio di Pechino costruito per le Olimpiadi del 2008, porta la sua firma. All’inizio del 2011, nell’ambito di un’ondata di repressione contro i dissidenti, è stato accusato di frode fiscale per 15 milioni di yuan e arrestato per 3 mesi. Gli attivisti per i diritti umani, però, sostengono che le misure siano state ordinate da Pechino per punirlo delle sue critiche al governo comunista.

“La questione – ha detto oggi in un’intervista telefonica – è molto semplice: chi è al potere ha il diritto di fare quello che vuole senza alcuna conseguenza”. Una colletta online a suo favore ha già raccolto la somma necessaria, ma secondo Ai “versarla sarebbe come ammettere un crimine che non ho commesso”. Inoltre, Pechino potrebbe considerare questa colletta come una sorta di fundraising illegale e incriminarlo anche per questo: “La situazione è a un punto morto”.