Vescovi sudcoreani chiedono giustizia per le “donne-conforto”
di Theresa Kim Hwa-young
La Commissione di Giustizia e Pace parla di un crimine terribile, un’offesa contro l’umanità e contro Dio. Centinaia di persone hanno partecipato alla millesima marcia di protesta settimanale, che si è tenuta davanti all’ambasciata nipponica. Cittadino giapponese: “sempre più persone devono conoscere questo dramma”.
Seoul (AsiaNews) – Il dramma delle “donne-conforto” è un crimine terribile, un’offesa contro l’umanità e una blasfemia contro Dio, che ha creato le donne a sua immagine e somiglianza. È quanto si legge in un comunicato diffuso dalla Commissione di Giustizia e Pace della Conferenza episcopale sud-coreana (Cbck), in occasione della millesima marcia di protesta settimanale che si è tenuta lo scorso 14 dicembre di fronte all’ambasciata giapponese a Seoul, cui hanno partecipato centinaia di persone. Le donne, sottolinea il documento dei cattolici, hanno sofferto pene atroci fra cui “stupri, torture, omicidi, aborti forzati e privazioni della libertà” perpetrati dall’esercito nipponico; esse continuano a chiedere – invano – giustizia e un risarcimento per il dolore sofferto.

Alla manifestazione di protesta numero 1000 – la prima si è tenuta l’8 gennaio 1992 – erano presenti anche cinque donne, ormai ottantenni, sfruttate come “donne-conforto” al tempo del conflitto. Insieme a loro, vi erano anche attivisti per i diritti umani provenienti dal Giappone, dal Canada, dagli Stati Uniti e stranieri che risiedono abitualmente in Corea del Sud. Analoghe manifestazioni di piazza si sono svolte in altre 32 località sparse per il Paese e in 42 città del mondo, a testimonianza di un “movimento globale di solidarietà”.

La folla ha intonato slogan, canti e ha lanciato un appello al presidente Lee Myung-bak, perché sollevi la questione durante il prossimo vertice Corea-Giappone in programma a Kyoto nel fine settimana. I manifestanti si sono dati appuntamento davanti ai cancelli della rappresentanza diplomatica del Sol Levante; per tutto il tempo l’ambasciata ha tenuto le porte dei cancelli e le finestre chiuse. Fra le centinaia di persone accorse alla marcia vi erano anche diversi giapponesi, che chiedono al loro governo di rispondere alle richieste di giustizia: “Ho saputo dei crimini commessi dai giapponesi durante il colonialismo – ha dichiarato Maruyama Natsumi – e per questo ho deciso di venire qui in Corea. Voglio che sempre più persone sappiano di questo dramma e condividano le sofferenze delle vittime”.

Durante la Seconda guerra mondiale circa 200mila donne tra gli 11 e i 25 anni vennero trascinate nelle “stazioni-conforto”, dove hanno subito stupri e abusi ogni giorno e ogni notte. Anche dopo l’indipendenza coreana, alcune di loro sono state lasciate in questi campi, a causa del pregiudizio e del rifiuto del loro stesso governo. Su 234 ex donne-conforto accertate, più di due terzi sono già morte, senza veder mai coronato il loro ultimo desiderio: ricevere le scuse sincere del governo giapponese.

Il 12 ottobre scorso, la Corea del sud ha presentato la questione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per chiedere il riconoscimento della responsabilità legale al Giappone. Per Tokyo, la questione delle riparazioni – per i danni inflitti alla Corea durante l’occupazione militare giapponese – è stata risolta con l’accordo del 1965, senza che siano state fatte scuse ufficiali o un riconoscimento pubblico del crimine commesso contro le donne.
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