Per la prima volta, un tribunale di Pechino condanna il sistema delle “prigioni nere”
Una corte della capitale ha emesso una sentenza che punisce un gruppo di 10 uomini che, per conto di un governo provinciale, teneva segregati 12 cittadini dell’Henan per impedirgli di chiedere giustizia all’esecutivo centrale. “Cauto ottimismo” da parte degli attivisti per i diritti civili.

Pechino (AsiaNews) - Un tribunale di Pechino ha condannato un gruppo di 10 uomini che, per conto di un governo provinciale, tenevano segregati 12 cittadini dell'Henan che si erano recati nella capitale per presentare delle petizioni di protesta all'esecutivo centrale. Dei condannati, solo uno dovrà scontare un anno di prigione; gli altri 9 hanno ricevuto pene più lievi. La decisione è stata accolta con "cauto ottimismo" da parte degli attivisti per i diritti civili che operano in Cina.

Sang Shuling, una componente del gruppo arrestato in maniera illegale, non è soddisfatta: "Alcuni dei principali autori di questa ingiustizia sono fuggiti. Ho dato al giudice il nome del vice capo del gruppo e il suo biglietto da visita; lui l'ha preso, ma non ha voluto darmi una ricevuta. Non ci hanno neanche dato copia della sentenza, dicendo che ce la spediranno".

Anche Ding Xinfang dice a Radio Free Asia di essere scontenta: "Hanno passato il segno. Ci hanno preso e portati al 'centro di permanenza' di Jiujingzhuang, alla periferia di Pechino. Sono stata presa mentre camminavo per strada da 7 giovani, che mi hanno anche picchiata. Avevano paura che, una volta lasciato il 'centro', saremmo tornati alla carica con le nostre petizioni".

Ogni anno in Cina milioni di cittadini comuni cercano di raggiungere la capitale per presentare le proprie denunce contro i funzionari comunisti corrotti delle provincie. La procedura è prevista e garantita dalla Costituzione. Tuttavia, temendo questo esercito di lamentele, il governo centrale ha approvato nel corso degli anni una serie di leggi che hanno dato alla pubblica sicurezza il potere di "rapire" e trattenere i questuanti fino a 3 anni, senza processo, nelle cosiddette "prigioni nere".

Come ha scritto il grande dissidente Bao Tong, proprio questa commistione fra potere politico e potere giudiziario ha creato un blackout nel sistema sociale cinese che provoca ogni anno decine di migliaia di proteste sociali. Lo scorso ottobre il governo ha pubblicato una bozza di riforma del settore giudiziario che promette di "rispondere agli abusi" del potere, incluse le molestie contro gli avvocati e il sistema della "rieducazione tramite il lavoro". La riforma è però per ora ancora sulla carta.

Huang Qi, attivista per i diritti civili che vive nel Sichuan, commenta: "Se non altro, questa sentenza costringerà i membri delle bande di rapitori a sentire la paura della legge. Forse non sarà abbastanza per prevenire le attività su larga scala che avvengono nel Paese, ma almeno dimostrano che il governo non è preparato per fornire a questa gente una protezione totale".

 

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