Israele vara nuove misure contro gli estremisti ebrei. Ma c’è chi ci vede solo ipocrisia
di Joshua Lapide
Si vuole varare la detenzione amministrativa: il fermo senza alcuna accusa. L’accoltellatore della ragazza al Gay Pride di Gerusalemme era stato liberato alcune settimane prima. Nessuna traccia degli uccisori del bambino palestinese bruciato vivo. Abbas: La politica del governo di protezione delle colonie illegali porta alla violenza. In 10 anni 11mila attacchi contro i palestinesi. Solo l’1,9% delle denunce porta a qualche arresto. E’ a rischio la democrazia in Israele.

Gerusalemme (AsiaNews) – Il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Moshe Ya’lon sono decisi a prendere misure più dure verso gli estremisti ebrei, che la scorsa settimana si sono macchiati di due crimini: la morte di una ragazza accoltellata durante il Gay Pride di Gerusalemme il 30 luglio scorso, e l’incendio di una casa palestinese a Duma, vicino a Nablus, dove un bambino palestinese di un anno e mezzo è stato bruciato vivo (v. foto).

Uno degli elementi che si vuole varare è la detenzione amministrativa, che permette di fermare un sospetto per lunghi periodi anche senza accuse precise.  Tale misura, un tempo applicata solo verso militanti palestinesi, ora dovrebbe valere anche per gli israeliani.

In effetti, la 16enne morta ieri, Shira Banki, è stata uccisa per i colpi inferti da Yishai Schissel, un ebreo ultra-ortodosso, che era stato liberato poche settimane prima dal carcere, dove aveva scontato 10 anni per un attacco simile nel 2005. Schissel aveva espresso sui social network la sua intenzione di bloccare il Gay Pride di quest’anno.

In compenso, anche se il premier ha bollato come “terrorista” l’incendio della casa a Duma, l’uccisione del piccolo Ali Saad Dawabsha, il ferimento del resto dei membri della famiglia palestinese, a tre giorni dall’attacco non vi è stato nessun arresto anche se vi sono testimoni che hanno visto i fuggitivi nascondersi nella colonia Malee Efrayim.

Fra i palestinesi c’è molto scetticismo che il governo agisca, anche perché esso è alleato delle frange fondamentaliste.

Da anni estremisti ebrei colpiscono palestinesi, arabi israeliani, case, chiese, moschee sotto la sigla del “price tag”, il “prezzo da pagare” per essere “illegalmente” in una terra che “appartiene” a Israele. Secondo alcuni rabbini ultra-ortodossi, eliminare i palestinesi dalla “terra che Dio ha dato agli ebrei” giustifica – secondo questo messianismo contorto - le colonie illegali nei territori palestinesi e perfino l’uccisione di palestinesi, anche bambini.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha puntato il dito contro il governo israeliano. Questi attacchi – ha detto – sono il “risultato diretto” della “politica di colonizzazione portata avanti da Israele” che ha condotto all’installazione di circa 400mila coloni in Cisgiordania e altre 200mila a Gerusalemme est.

Secondo i palestinesi negli ultimi 10 anni vi sono stati almeno 11mila attacchi contro di loro. L’ong israeliana Yesh Din afferma che nell’83% dei casi le denunce contro i coloni non hanno avuto alcun seguito. Solo l’1,9 delle denunce porta a qualche arresto di israeliani.

Diversi analisti israeliani si domandano come mai uno Stato famoso per l’alta qualità della sua sicurezza, non riesce a fare niente davanti a questi estremisti.

A una manifestazione contro la violenza tenuta due giorni fa a Tel Aviv, l’ex presidente Shimon Peres ha anch’egli puntato il dito contro una certa ipocrisia del governo: “Coloro che incitano contro i cittadini israeliani arabi non dovrebbero essere sorpresi se chiese e moschee vengono bruciate, e se alla fine un bambino viene bruciato vivo nel mezzo della notte”.

Per l’editorialista Uzi Baram del giornale Haaretz è tempo che il governo israeliano faccia i conti con l’ebraismo ultraortodosso, che ha accarezzato in tutti questi anni, ritornando agli ideali laici e democratici da cui è nato lo Stato d’Israele, per fermare “l’erosione della democrazia e la crescita della teocrazia”.

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