Beirut, leader cristiani e musulmani a una “sola voce” per Gerusalemme
di Fady Noun

Lo storico incontro ieri, a Bkerke. La “malaugurata” decisione di Trump è una provocazione ai cristiani e musulmani del mondo e snatura la missione spirituale della Città Santa. La scelta degli Usa “manca della saggezza necessaria agli artefici della vera pace”. La preziosa voce islamico-cristiana del Libano.


Beirut (AsiaNews) – Malgrado la sua apparenza formale, l’incontro interreligioso che si è tenuto ieri a Bkerke farà storia, per la gravità della questione di cui si è occupato, quella riguardo lo status della città di Gerusalemme. Andando contro quasi tutta la comunità internazionale, così come contro i ripetuti appelli del Vaticano a dotare la Città Santa di uno status speciale garantito dalla comunità internazionale, il presidente americano ha infatti preso la decisione “malaugurata” di dichiarare unilateralmente che Gerusalemme è la capitale di Israele.

Senza escludere le conseguenze giuridiche internazionali della scelta americana, e sulla scia delle recenti dichiarazioni della Lega araba e dell'Organizzazione della Conferenza islamica, i leader delle comunità religiose in Libano, cristiane e musulmane, si sono riuniti a Bkerke, e hanno deciso di fare fronte comune contro questa decisione  del presidente americano dalle pesanti conseguenze, con fermezza, ma senza particolare veemenza.

La dichiarazione si concentra sui “diritti religiosi” delle religioni monoteiste nei propri spazi all’interno della Città Santa, e i “diritti nazionali” dei palestinesi a non essere privati della loro capitale.

Ma a caratterizzarla è soprattutto il suo ergersi al fianco della voce cristiana che echeggia dalla Santa Sede o musulmana che risuona da Istanbul; la preziosa voce islamico-cristiana che il Libano più di tutti può far udire. Al punto che il monarca hashemita, re Abdullah, ha sentito il bisogno di contattare l’ambasciata libanese ad Amman per presentare all’ambasciatore la propria ammirazione; del resto, non è un segreto nei circoli libanesi interessati che la posizione dei cristiani del Libano su Gerusalemme avrà un impatto positivo in tutto il mondo arabo.

Perfino il presidente del Consiglio superiore sciita, lo sceicco Abdel Amir Balan, non ha mancato di dimostrare la sua ammirazione per il Libano islamo-cristiano. Parlando del capo di Stato durante il summit islamico tenutosi sulle rive del Bosforo, egli lo ha definito come “Mohammed Michel Aoun”, prima di correggersi e dire “l’imam Michel Aoun”.

Estratti

Di seguito gli estratti del comunicato finale dei capi religiosi, pronunciati dal segretario generale del Comitato nazionale per il dialogo islamico-cristiano, Mohammad Sammak:

“La città di Gerusalemme ospita luoghi storici sacri per le religioni monoteistiche, come la chiesa del Santo Sepolcro e la Grande Moschea (al-Aqsa). Non è una città ordinaria come le città del mondo, ma occupa un posto privilegiato nella coscienza dei fedeli di queste religioni. Di conseguenza, la decisione del presidente degli Stati Uniti, basata su calcoli politici privati, è una provocazione per oltre tre miliardi di persone e colpisce profondamente la loro fede”.

I leader religiosi ricordano che “tutti i capi del mondo hanno deciso di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite che definiscono Gerusalemme e la Cisgiordania come territori occupati e, in virtù di questo impegno legale ed etico, si sono astenuti dall'aprire le loro ambasciate nella Gerusalemme occupata. Persino gli Stati Uniti hanno aderito a questa politica fino alla malaugurata decisione del Presidente Trump, il 6 dicembre 2017, di violare le disposizioni ".

“Questa decisione, concordano le personalità religiose riunite, contravviene non solo alle convenzioni internazionali, ma mina anche la simbologia della Città Santa come centro spirituale universale, dove il nome di Dio è invocato ad alta voce e in una convergenza religiosa dei valori di tutte le religioni monoteiste”.

“La modifica di questa nobile immagine della Città Santa, lo snaturamento della sua missione spirituale che questa decisione costituisce e il fatto di considerarla un fatto compiuto… sono una sfida ai sentimenti religiosi come ai diritti nazionali dei palestinesi”.

“Le persone riunite salutano il popolo palestinese, e specialmente gli abitanti della Città Santa, e salutano la loro resistenza all’occupazione e ai tentativi di modificare l’identità religiosa e nazionale della città”.

“Per questo – continua il comunicato – le personalità riunite invitano i membri della comunità internazionale a lavorare insieme per fare pressione sull’amministrazione americana perché ritorni su una decisione che manca della saggezza necessaria agli artefici della vera pace”.

“Essi si appellano inoltre all’opinione pubblica americana… perché delle voci si elevino alte in segno di avvertimento al presidente Trump e alla sua amministrazione, dei pericoli di questa decisione ingiusta che precipita il Medio oriente in un nuovo ciclo di violenza che si aggiunge a numerosi altri”.

 Insediamenti

“Le personalità riunite temono molto che la decisione unilaterale del presidente Trump di muoversi contro una risoluzione importante di legalità internazionale sulla causa palestinese conduca anche a rivoltarsi contro altre risoluzioni simili, compreso quelle che toccano il diritto dei palestinesi ad autodeterminarsi e a tornare nel loro Paese occupato, cosa che si ripercuote direttamente sul Libano, che accoglie circa 500mila rifugiati sin dal 1948 e rigetta nel preambolo della propria Costituzione tutti i progetti d’insediamento, aperti o nascosti”.

“Infine, i leader religiosi si sono mostrati legati alla formula di convivialità tra cristiani e musulmani, in perfetta uguaglianza civica e al loro sostegno alla posizione ufficiale del Libano, incluso il progetto proposto dal presidente della repubblica Michel Aoun alle Nazioni Unite, che mira a definire il Libano come un centro internazionale per il dialogo tra religioni e culture”.

Il patriarca Bechara Raï, in apertura dell’incontro, ha dichiarato: “La maggior parte fra di noi hanno espresso il loro rifiuto a questa decisione, in modo individuale o all’interno della propria comunità. Oggi, noi siamo riuniti con il fine di esprimere, a una sola voce, il nostro comune rifiuto”.

“Chiediamo, come ha fatto l'Organizzazione della Conferenza islamica, l'applicazione delle leggi internazionali approvate nel 1947, in particolare la risoluzione 181 del 29 novembre 1947, in base al quale Gerusalemme ha uno status speciale…” ha concluso mons. Raï.

Al summit interreligioso hanno preso parte il patriarca maronita, il mufti della repubblica, il presidente del Consiglio supremo sciita, lo sceicco Abdul Amir Qabalan, lo sceicco druso Akl, Aram I dei Catholicos di Cilicia, i patriarchi di armeni cattolici e greco-cattolici, Youssef Abdo,  patriarca della siro-ortodossa e siro-cattolico, un rappresentante del patriarcato greco-ortodosso, il vicario apostolico dei latini Caesar Yesayan, il presidente della comunità evangelica in Libano e Siria, rev. Salim Sahyouni, il vicario del Consiglio alawita, un rappresentante della Chiesa ortodossa copta, un rappresentante della Chiesa caldea, un rappresentante della Chiesa copto-cattolica e i membri del Comitato Nazionale per il dialogo islamico-cristiano.

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