La Cina dopo Tiananmen: avvocati per i diritti umani, Ong e cristiani nel mirino di Xi Jinping
di Joseph Y.S. Cheng

Diritti umani e libertà religiosa: cosa è cambiato in Cina a 29 anni dalla manifestazioni in piazza Tiananmen? Secondo il professore Joseph Y.S. Cheng la situazione sarebbe addirittura peggiorata. Per gentile concessione di Jamestown foundation


Hong Kong (AsiaNews) - La protesta di massa del maggio-giugno 1989 – che terminò con l’uccisione dei manifestanti disarmati, comunemente riconosciuto come il “massacro di piazza Tiananmen” – è stata, con ogni probabilità, la più significativa sfida di controllo del Partito comunista nei 69 anni di storia della Repubblica popolare cinese. Molti dei cittadini che scesero per le strade durante quei mesi speravano in un governo che avrebbe attuato riforme politiche, combattuto la corruzione e abbracciato i diritti umani. Nonostante l’impennata della crescita economica, dopo la soppressione dell’incidente di Tiananmen non è stato fatto alcun progresso nei confronti delle richieste dei manifestanti. Il regime non ha introdotto serie riforme politiche e l’intellighenzia liberale cinese ha perso le speranze con il segretario generale del partito Xi Jinping, il cui governo è diventato sempre più autoritario (China Brief, 8 marzo). I tentativi del Partito comunista cinese di seppellire qualsiasi ricordo pubblico dell'incidente di Tiananmen sono emblematici di questa chiusura; molti giovani in Cina oggi non hanno idea di quello che successe quella notte a Pechino. Allo stesso tempo il popolo di Hong Kong – che dovrebbe godere di libertà di parola e di espressione – è stato messo in guardia dal precedente responsabile cinese il territorio [Wang Guangya] di non fare alcuna richiesta di “fine della dittatura del partito” (SCMP, 25 aprile). Xi crede che l'assoluta lealtà nei confronti del Partito comunista cinese sia legata alla stabilità sociale e politica. Di conseguenza, ha rafforzato il controllo statale su Internet e sui social media, e ha chiesto che i mass media ufficiali giurino fedeltà politica al Partito, arrivando addirittura a dire che essi devono essere “soprannominati Partito” (VOA Chinese,, febbraio 26 2016). Egli e il Partito comunista hanno usato i loro strumenti di repressione per individuare i gruppi che cercano di affermare il diritto alla giustizia e all'autonomia dell'individuo di fronte al controllo del Partito. Tre gruppi si distinguono in particolare, sia per la loro volontà di opporsi all'enfasi di Xi sull'ortodossia ideologica, sia per le conseguenze che hanno dovuto subire: avvocati per i diritti umani, gruppi di lavoro autonomi e chiese sotterranee. Sotto l'amministrazione di Hu-Wen, tutti e tre erano soggetti a regolari persecuzione di Stato, ma godevano ancora di uno spazio di libertà. Nella repressione dell'amministrazione Xi delle organizzazioni e della libertà d’espressione, sono stati visti come minacce dal regime del Partito e trattati di conseguenza.

 Avvocati per i diritti umani

Il destino degli avvocati cinesi per i diritti umani è forse il miglior esempio del nuovo clima. Il 9 luglio 2015, le autorità cinesi hanno rimosso, arrestato o interrogato almeno 159 avvocati e attivisti in tutta la Cina, in quello che è conosciuto come "l’incidente del 709" (RFA, 24 settembre 2015). Queste 159 persone erano ben note per i loro tentativi di utilizzare il sistema legale della Repubblica popolare cinese per proteggere i diritti dei clienti, compresi i clienti che dovevano far fronte a espulsioni forzate e persecuzioni per le loro convinzioni religiose. I precedenti leader cinesi hanno cercato di sostenere il ruolo della legge, almeno nelle apparenze, e hanno elogiato gli avvocati per i diritti umani che li hanno sostenuti nel loro obiettivo.[1] L'amministrazione Xi ha ampliato il divario tra retorica e azione a un livello sorprendente. Xi ha più volte sottolineato la necessità di una società “basata sulle leggi”; ma la sua amministrazione ha definito una minaccia gli avvocati per i diritti umani, nonostante che nessuno abbia cercato di sfidare il regime. Le autorità cinesi hanno mosso accuse poco chiare contro avvocati e attivisti per i diritti umani, come “creare disordini” e “disturbare l'ordine sociale”. L’accusa di “incitamento alla sovversione del potere statale” che può comportare una pena detentiva di 10 anni o più, dalla metà del 2010 è stata utilizzata con più frequenza. Avvocati e attivisti sono anche spesso messi sotto processo nella televisione nazionale, dove sono incoraggiati  a confessare i loro crimini “di loro spontanea volontà”. Queste “confessioni” sono usate per giustificare arresti e processi, umiliando gli attivisti. Si pensa che alcune di queste “confessioni” siano state estorte con la tortura che è ampiamente praticata dall'apparato di sicurezza pubblica cinese secondo i resoconti dei detenuti. I media ufficiali ora dipingono questi avvocati per i diritti umani come “un’importante banda criminale”, accusandoli di “sollevare diverse questioni gravi per l’opinione pubblica” e  di “interrompere il corso della legalità”. Ancora oggi persiste la repressione e l'elenco degli avvocati colpiti è cresciuto ben oltre i primi 159 (China Human Rights Lawyers Concern Group, 17 maggio).

 Lavoro e ONG

Anche i movimenti operai hanno subito la repressione, dopo un breve periodo di prosperità. L’aumento dei salari causato dalla mancanza di manodopera e la frenata dell’economia del 2014 ha costretto alcune fabbriche a chiudere o spostarsi nell'entroterra, spesso senza un adeguato risarcimento per i lavoratori interessati. Come risultato diretto, il numero di scioperi è più che raddoppiato dai 656 nel 2013 ai 1.378 nel 2014 come riporta l'organizzazione di avvocati di Hong Kong China Labor Bulletin (China Labour Bulletin, aprile 2015). Le autorità hanno visto gli scioperi come incidenti di massa che minacciavano la stabilità sociale, e hanno risposto prendendo di mira i cosiddetti “gruppi di lavoro autonomi” – organizzazioni che si dedicano ad organizzare i lavoratori. I gruppi sono stati etichettati come “facinorosi” e molti attivisti sindacali sono stati cacciati dalle loro case e uffici dopo che la polizia aveva detto ai loro proprietari che erano politicamente pericolosi (Reuters, 2015). Anche qui l'amministrazione Xi ha superato di molto l'amministrazione Hu-Wen nella sua determinazione a eliminare qualsiasi agenda che sia al di fuori della propria. A partire dal 2010-2011 le autorità cinesi hanno tentato di reclutare gruppi di lavoro autonomi e Ong, inserendoli nell'orbita ufficiale del Partito. Così facendo hanno facilitato la loro registrazione e hanno cercato di coinvolgerli nella fornitura di servizi pubblici sociali. (Cheng, 2012, in cinese).[2] I gruppi che hanno aderito hanno ottenuto finanziamenti e sostegno politico ma hanno perso la loro autonomia. Chi si è rifiutato è diventato presto bersaglio di repressioni politiche.

 Chiese sotterranee e religione

Il cristianesimo – in particolare le chiese domestiche – sono visti come una minaccia dalle autorità cinesi, sia per la loro potenziale capacità di trasmettere un’influenza straniera, sia per il loro contributo a un processo di democratizzazione. Nel luogo dove operano le chiese domestiche  hanno causato cambiamenti significativi nelle relazioni tra Stato e società in Cina, così come hanno influenzato i valori e il pensiero dei loro adepti (Journal of Comparative Asian Development, 2014). Questo spiega perché la leadership cinese tolleri le forme tradizionali di culto, ma si sia mossa per arrestare la diffusione del cristianesimo. Nell'aprile 2016, Xi Jinping ha tenuto un discorso importante sulla religione; ha messo in guardia contro “le infiltrazioni dall'estero attraverso messaggi religiosi" e ha invitato le religioni a “sinicizzarsi” o “adottare caratteristiche cinesi” (Human Rights Watch, 2017: 9) (SCMP, 25 aprile 2016). Sembrava proprio che avesse in mente il cristianesimo. Famosa sia per la sua imprenditorialità che per i suoi legami con il mondo esterno la città sud-orientale di Wenzhou è diventata un fronte cruciale in questa nuova battaglia. Molti degli uomini d'affari di Wenzhou si sono convertiti al cristianesimo e hanno applicato l'etica protestante attraverso l'impegno nella beneficenza nella loro comunità (Journal of Comparative Asian Development, 2014). Sono stati ricompensati con la soppressione delle loro organizzazioni. Nel 2015, molti cristiani di Wenzhou sono stati arrestati per aver resistito a un tentativo della provincia di rimuovere le croci dall’esterno delle chiese, in linea con la campagna di sinicizzazione di Xi. Alcuni dei detenuti sono stati rilasciati l'anno successivo; alcuni non ancora. (Human Rights Watch, 2017: 8-9). Nel settembre 2016, il Partito comunista cinese che ha compiuto un ulteriore passo in avanti, pubblicando bozze di revisione dei più restrittivi regolamenti religiosi, promulgati nel 2005. Le revisioni stabiliscono che la religione deve “proteggere la sicurezza nazionale” e proibiscono a individui o gruppi che non sono “ufficialmente approvati” di partecipare a riunioni all'estero sulla religione. (Human Rights Watch, 2017). Prima del 2018, le organizzazioni religiose praticanti dovevano registrarsi presso l’ente governativo per l'Amministrazione statale per gli affari religiosi (Sara). Il Sara è stato sciolto in una totale riorganizzazione del governo nel marzo 2018 e la responsabilità per il controllo della religione è stata presa dal Dipartimento del Fronte Unito, un organo del Partito (China Brief, 24 aprile).

 Un futuro incerto

Non ci sono segnali che i diritti umani in Cina verranno tutelati. Mentre Xi si è mosso contro le minoranze del dissenso con una determinazione mai vista dai fatti di Tiananmen, il regime del suo Partito è stato capace di mantenere un considerevole grado di legittimazione attraverso una governance efficace, la crescita economica, e la costruzione di una rete di sicurezza sociale a livello nazionale. L’amministrazione Xi ha incrementato la spesa sui servizi pubblici e sociali, e gli sforzi di Xi per combattere la corruzione  e accrescere l’influenza internazionale della Cina sono stati accolti con favore dall’opinione pubblica. È improbabile che in Cina nel futuro prossimo ci sia un’altra piazza Tiananmen, o una specie di primavera araba, a causa del rafforzamento delle già severe restrizioni che interessano la libertà di espressione. Nel maggio del 2016 il Partito ha imposto nuove regole per quanto riguarda i contenuti dei siti internet, includendo l'obbligo per il personale di monitorare i contenuti 24 ore su 24, mentre il principale organismo di regolamentazione dei media del Paese ha diffuso un avviso che ordinava a tutti i media “di non promuovere stili di vita occidentali” o “di scherzare sui valori cinesi” quando si riportano notizie di intrattenimento. Queste e altre restrizioni continuano a mettere la società civile cinese in una posizione di crescente difficoltà, senza la voce o le risorse per mobilitarsi. La società civile non ha possibilità di far fronte al regime del Partito, e con ogni probabilità non lo sarà possibile durante il secondo mandato di Xi Jinping. Sul lungo periodo non c’è certezza. Sebbene Xi sia riuscito a instillare nuovi ideali e forza, ci sono segni di mancanza di fiducia nel suo regime. Un considerevole segmento della élite politica ha trasferito le famiglie e le ricchezze in occidente, dove essi e i rispettivi figli possono godere della libertà e della sicurezza che vorrebbero negare al loro popolo. (Ming Pao, Febbraio 18, 2014).

Joseph Y.S. Cheng è stato professore di scienze politiche alla City University di Hong Kong. Ora è presidente dell’Alleanza per la vera democrazia, un gruppo che raccoglie alcune delle più importanti organizzazioni pro-democrazia di Hong Kong.

 


[1] Per maggiori informazioni su questo tema, si faccia riferimento a “China’s Human Rights Lawyers – Advocacy and Resistance” di Eva Pils

[2] Per approfondire l'uso delle ONG nelle precedenti amministrazioni come meccanismo di attuazione per i servizi sociali, vedere 從中共的施政綱領觀察其人權立場 [The Chinese Communist Regime’s Human Rights Position Based on Its Policy Programme], di Joseph Y.S. Cheng, in 思與言 [Thought and Words], Vol. 50, No.4 (dicembre), pp. 123-157. (In cinese)

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