Far sentire ai cristiani di Terra Santa l'appoggio della Chiesa universale
Mons. Fleetwood, rientrato da un viaggio in Terra Santa con il Gruppo di coordinamento dei vescovi europei ed americani per il sostegno della Chiesa di Terra Santa, spiega ad AsiaNews: "Bisogna cercare di capire la loro complessa realtà, aiutarli ad unirsi in un'unica voce e mostrare il nostro appoggio in ogni modo, specie con i pellegrinaggi".

Roma (AsiaNews) – Unire la voce dei cristiani di Terra Santa, far sentire loro la presenza della Chiesa universale e stimolare i pellegrinaggi da tutto il mondo: sono questi gli obiettivi principali che - secondo mons. Peter Fleetwood, membro del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) - i vescovi europei ed americani devono cercare di perseguire in ogni diocesi.

Mons. Fleetwood ha fatto parte del viaggio organizzato dal Gruppo di coordinamento delle Conferenze episcopali europee e americane per il sostegno della Chiesa in Terra Santa che si è svolto dal 14 al 19 gennaio

"E' stato molto interessante – dice in un'intervista ad AsiaNews - in parte per gli incontri che abbiamo fatto ed in parte per le nuove esperienze che abbiamo vissuto: credo che tutti i partecipanti siano rimasti molto commossi, io lo sono stato di certo". Un'esperienza "molto toccante" mons. Fleetwood l'ha vissuta sabato scorso, in occasione del pellegrinaggio dei bambini palestinesi a Betlemme. "Con il mio arcivescovo, mons. Patrick Altham Kelly, di Liverpool, ed un altro sacerdote abbiamo distribuito dei regali ai bambini dopo il pellegrinaggio: le loro facce ci hanno colpito molto, erano stanchi, alcuni malati ed altri denutriti. I check-points israeliani rendono difficile e faticoso entrare in città, anche per i più giovani".

A questo proposito "tutti i vescovi che hanno partecipato al viaggio hanno riconosciuto il bisogno ed il diritto degli israeliani alla sicurezza, ma si possono forse trovare altri modi, anche se la realtà del luogo è complicata. Il nunzio, mons. Sambi è stato molto chiaro su questo punto, molto fermo".

Alle visite ha partecipato infatti anche il diplomatico vaticano in partenza per Washington: "Abbiamo vissuto come un grande onore il fatto che mons. Sambi sia rimasto in Terra Santa proprio per noi – dice mons. Fleetwood - nonostante il nuovo incarico".

Un altro "momento molto toccante" è stata la liturgia per i cattolici di lingua ebraica celebrata sabato scorso: "Il custode di Terra Santa, padre Pizzaballa, è anche il parroco di questo gruppo di cattolici di lingua ebraica: è stato emozionante e commovente assistere alla loro liturgia, vedere come usano i simboli ebraici nella liturgia cattolica. Ti fa capire di essere nel cuore delle nostre radici".

Il viaggio non è stato però pensato come una sorta di "missione assistenzialista": "Non bisogna essere sempre orientati verso il raggiungimento di un risultato preciso – spiega - ma a volte è importante anche solo esserci e questo è quello che ci hanno detto le comunità cristiane del luogo. I progetti nascono quando si torna ognuno nella proprie diocesi: il vescovo svizzero, ad esempio, ha convinto  la sua comunità a devolvere il ricavato di una colletta ad un ospedale per bambini gestito dalla Caritas a Betlemme. Fenomeni simili si ripetono in ogni Paese".

Mons. Fleetwood sottolinea che in Terra Santa i presuli europei ed americani "non hanno alcun diritto di fare programmi. Il Patriarca e gli altri vescovi del posto indicano con chiarezza quali sono le necessità più importanti e noi ci adattiamo".

L'impressione è comunque che la situazione dei cristiani "è molto più complessa di quanto sembri: vi sono cattolici di lingua ebraica e cattolici palestinesi, oltre a coloro che vivono in una realtà complicata come Gerusalemme. Per questo tutti gli ordinari di Terra Santa hanno formato questa associazione, per parlare ed essere sempre in contatto con tutti. Lavorano in stretto contatto con la Santa Sede, o tramite la nunziatura o tramite la Custodia francescana".

Lo stesso re Abdallah II di Giordania ha voluto sottolineare questo aspetto: "Quando ci siamo recati in visita da lui, ha detto che la voce divisa dei cristiani non solo dà scandalo, ma ci rende deboli tutti. Questo è un suo consiglio molto buono, già capito dagli ordinari ma molto utile se espresso da un leader politico".

"Tornando ognuno nel suo Paese – conclude mons. Fleetwood - dobbiamo incoraggiare i nostri fratelli e sorelle ad informarsi, a sapere di più su come vivono i cristiani di lì. Dobbiamo incoraggiare le persone a recarsi in pellegrinaggio nei luoghi dove ha vissuto Cristo: nessun pellegrino è mai stato toccato dagli scontri".

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