Difficile vedere Hanoi nella ‘coalizione’ anti-Pechino di Washington
di Emanuele Scimia

Xi Jinping dice ai Paesi Asean che la Cina non vuole essere egemone nel Mar Cinese meridionale. Per Washington, il Vietnam “definirà il futuro dell’Asia”. Come i cinesi, i vietnamiti ampliano atolli contesi nella regione. L’esperto Carlyle Thayer: conflitto tra Hanoi e Pechino è però molto improbabile.


Roma (AsiaNews) – La Cina non vuole essere egemone e non userà mai la prepotenza con gli Stati più piccoli. È la dichiarazione conciliante pronunciata oggi da Xi Jinping durante un incontro virtuale con i leader dei 10 Paesi Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (assente il rappresentante del Myanmar). L’obiettivo di Xi è impedire che gli Usa sfruttino le dispute territoriali nel Mar Cinese meridionale per allargare il contenimento di Pechino, soprattutto con il coinvolgimento del Vietnam.

La Cina rivendica come proprio quasi il 90% del vasto bacino marittimo, una pretesa respinta da Hanoi, ma anche da Filippine, Malaysia, Brunei, Taiwan (e in parte Indonesia). Ad esempio la scorsa settimana il governo Duterte ha condannato il raid di tre navi della guardia costiera cinese, colpevoli di aver bloccato e usato cannoni ad acqua contro barche di rifornimento filippine. Le imbarcazioni di Manila erano dirette a Thomas Shoal, atollo nel Mar Cinese meridionale conteso dai due Paesi.

Secondo quanto riporta Radio Free Asia, i vietnamiti stanno portando avanti attività di costruzione in tre affioramenti delle isole Spratly, reclamate dalla Cina. Kurt Campbell, coordinatore per l’Indo-Pacifico del Consiglio per la sicurezza nazionale di Joe Biden, ha dichiarato il 19 novembre che il Vietnam (insieme all’India) “definirà il futuro dell’Asia”. Quella dell’alto funzionario di Washington è l’ennesima chiamata per una maggiore cooperazione tra gli Usa e i vietnamiti in chiave anti-cinese: un tassello in più nella cornice strategica a cui gli Stati Uniti lavorano per rispondere all’ascesa geopolitica di Pechino.

Per Carlyle Thayer, professore emerito alla University of New South Wales, vi è certo spazio per una maggiore cooperazione militare tra Stati Uniti e Vietnam, ma è molto limitato. Il “Libro bianco” sulla difesa di Hanoi sottolinea che “a seconda delle circostanze e delle condizioni specifiche, il Vietnam considererà lo sviluppo di necessarie e appropriate relazioni militari con altri Paesi”. L’accademico australiano fa notare che quest’anno l’amministrazione Biden ha più volte chiesto ad Hanoi di potenziare la loro partnership, ma i governanti vietnamiti sono stati evasivi sul punto.

Oltre a quello politico, c’è un problema pratico, osserva Thayer. Le forniture militari del Vietnam sono per circa l’85% di origine russa: non sono “compatibili” con quelle Usa e potrebbero far incorrere Hanoi nelle sanzioni statunitensi. Con il Countering America’s Adversaries Sanctions Act (Caatsa), votato dal Congresso Usa nel 2017, Washington può decidere di imporre misure punitive a quei Paesi che compiono “significative transazioni” militari con Mosca.

Gli Usa spalleggiano le nazioni del sud-est asiatico che accusano la Cina di aver militarizzato e ampliato in modo artificiale banchi coralliferi e sabbiosi nel Mar Cinese meridionale: le operazioni dello stesso tipo compiute dal Vietnam sono considerate però un ulteriore elemento di tensione.

Thayer spiega che i lavori di ampliamento di Hanoi nei tre atolli delle Spratly sono di lieve portata. In queste isolette i vietnamiti non hanno piazzato poi sistemi avanzati d’arma. “Dallo stallo del 2019 nelle acque presso Vanguard Bank, non ci sono stati grandi incidenti tra Cina e Vietnam nel Mar Cinese meridionale”, evidenzia l’esperto, secondo cui Hanoi è molto restia a innervosire Pechino.

Nei fatti, afferma Thayer, un conflitto armato tra Cina e Vietnam è altamente improbabile: “Vedere le relazioni tra Hanoi e Pechino solo con le lenti delle loro dispute nel Mar Cinese meridionale è miope e ingannevole”.