Lavoratori vietnamiti confinati in fabbrica: dovevano produrre cellulari per il Natale

Il peggio della pandemia in Vietnam sembra essere passato, ma durante l'estate gli operai dei colossi dell'elettronica sono stati costretti a dormire e mangiare sul posto di lavoro per contenere i contagi. Alcuni sono stati alloggiati in hotel, altri in tende. L'esperienza è stata alienante e gli analisti si chiedono in che misura sia da considerarsi lavoro forzato.


Hanoi (AsiaNews/Agenzie) - Colossi della tecnologia come Samsung e Apple che hanno grandi basi di produzione in Vietnam hanno fatto di tutto per tenere aperte le loro fabbriche durante la pandemia: i lavoratori sono stati sequestrati e sottoposti a rigidi controlli anti-covid; a chi ha rinunciato a tornare a casa ed è rimasto a vivere in azienda è stato aumentato il salario o assicurato un accesso anticipato al vaccino. Tutto pur di garantire che cellulari e tablet arrivino sugli scaffali del resto del mondo entro Natale. 

Fino a maggio di quest’anno la pandemia sembrava aver risparmiato il Vietnam. Poi però i contagi hanno cominciato a diffondersi tra gli operai nelle province settentrionali di Bac Giang and Bac Ninh, dove hanno sede le fabbriche di Samsung e Apple. A quel punto ai lavoratori è stato dato un ultimatum: restare a dormire in azienda o tornare a casa senza più un lavoro nel bel mezzo di una pandemia globale. Molti hanno scelto la prima opzione, ed è così che è nata la strategia “three-on-site” (lavorare, mangiare e dormire nello stesso luogo), appoggiata dal governo vietnamita, che doveva tenere in qualche modo sotto controllo i contagi e allo stesso garantire agli investitori stranieri che la catena di approvvigionamento di apparecchi tecnologici non sarebbe stata interrotta. Nel 2020 il Vietnam era all’undicesimo posto nella classifica mondiale per esportazione di prodotti di elettronica, 35 posizioni in più rispetto a due decenni prima.

Alcuni lavoratori della Samsung hanno raccontato al sito Rest of World che per tutta l’estate hanno dormito nei magazzini della fabbrica su materassi di fortuna, senza aria condizionata e in almeno un centinaio stipati nella stessa stanza. Per Nam, 23 anni, “il cellulare era l’unico amico lì dentro”, l’unica possibilità di riconnettersi con gli amici e la famiglia all’esterno. La maggior parte dei lavoratori ha descritto l’esperienza come alienante: le giornate di lavoro sembravano non finire mai, il sonno era poco e la privacy pressoché inesistente. 

Ad alcuni è andata meglio: Viet, il cui lavoro alla Intel era considerato cruciale e difficile da sostituire (per ragioni di riservatezza non ha specificato di che tipo di lavoro si trattasse), è stato prelevato da Ho Chi Minh quando la città è stata dichiarata “zona rossa” ed è stato spedito in un hotel a cinque stelle. “Mi sento così fortunato”, ha raccontato Viet. “Se fossi rimasto a casa, non avrei avuto la certezza di salvarmi dal contagio”. La Intel ha dichiarato di aver speso oltre 5 milioni di euro in più in un mese per garantire la presenza dei lavoratori in fabbrica. 

Agli operai della Foxconn, un fornitore della Apple, è stato invece aumentato lo stipendio. Dat, 25 anni, produce i cavi per i caricabatterie degli iPhone. Il suo stipendio ha raggiunto una cifra tra i 13 e 14 milioni di dong (circa 510 euro) e a metà giugno faceva parte del 2% della popolazione ad aver ricevuto la prima dose di vaccino. In cambio, per tutta l’estate i suoi spostamenti sono stati tracciati tramite un codice QR, che doveva scannerizzare sul bus navetta che lo portava a lavoro alla mattina e poi di nuovo prima di andare a pranzo in mensa, dove alle pareti un cartello recitava: "Una volta finito di mangiare, muoviti immediatamente. Non si parla".

Quando però si sono registrati focolai di Covid-19 anche nelle fabbriche, alcune sono state costrette a chiudere dalle autorità locali. Anche se in realtà "sono quelle famose che tendono ad evitare qualsiasi rischio di cattiva immagine", ha spiegato Julien Brun, managing partner di CEL, una società di consulenza sulle catene di approvvigionamento con sede ad Hanoi. "Se è solo un subappaltatore che nessuno conosce, allora ho visto abusi di potere". 

Ad agosto, una sussidiaria della Nidec, una società giapponese che produce macchinari, ha ricevuto l’ordine di chiudere dopo che sono scoppiati focolai tra i suoi lavoratori, che erano stati alloggiati in tende su un parcheggio di tre piani. 

Con il passare dei mesi le aziende si sono adattate: Samsung ha installato docce e posti letto anche per il personale femminile, i lavoratori vengono testati con più frequenza e i contratti di lavoro sono diventati più flessibili per i lavoratori vaccinati. 

Alcuni analisti sottolineano che la produzione in Vietnam si è ripresa (anche se non ha ancora raggiunto i livelli dell’anno scorso) grazie alla capacità dei lavoratori di adattarsi a nuove e più dure condizioni di lavoro. "Non si è trattato di 'lavoro forzato' nel senso che i lavoratori venivano fisicamente ammassati nelle tende, o si trovavano in una situazione di schiavitù per debiti e quindi sotto costrizione", ha commentato Joe Buckley, un esperto di questioni di lavoro in Vietnam. "Ma su un altro piano potremmo dire che tutto il lavoro è lavoro forzato, poiché i lavoratori devono vendere la loro forza lavoro per ottenere denaro per sopravvivere. Questo è quello che abbiamo visto in Vietnam: la coercizione era economica e strutturale, lasciando molti lavoratori con poca scelta".