Fondi dall’estero alle ong indiane: migliaia ancora senza licenza
di Alessandra De Poli

Dopo il clamore internazionale, solo a una manciata di organizzazioni, tra cui le suore di Madre Teresa, è stato rinnovato il permesso scaduto a fine 2021. Come funziona il Foreign Contribution Regulation Act e perché colpisce soprattutto le piccole realtà. Un operatore locale: “Il governo Modi sta dicendo a tutti: lavorate qui solo per nostra gentile concessione”. 


Milano (AsiaNews) – Dalla fine dell’anno scorso il settore no profit in India è stato messo in seria difficoltà: intorno a Natale quasi 6mila associazioni senza scopo di lucro, tra cui le Missionarie della carità, si sono viste rifiutare dall’apposito ufficio che dipende dal ministero degli Interni l’autorizzazione a ricevere fondi dall’estero. Il clamore internazionale suscitato dalla vicenda ha fatto sì che le suore di Madre Teresa siano dopo pochi giorni riuscite a ottenere il rinnovo di questo permesso. Migliaia di altre ong, però, continuano a essere in balia delle decisioni della burocrazia indiana. Delle oltre 22mila ong che al 31 dicembre 2021 risultavano ammesse a oggi solo 16.888 sono considerate “in regola” dal governo indiano.

E - nonostante le proteste - in queste tre settimane la situazione si è sbloccata solo per una manciata di associazioni. Al punto che lunedì 24 gennaio la Corte Suprema indiana a New Delhi discuterà una petizione presentata d’urgenza da Global Peace Initiative in cui si chiede di esentare dalla licenza tutte le organizzazioni che svolgono assistenza umanitaria almeno fino a quando permane l’emergenza covid.   

Ma da dove nasce tutto il problema? Si chiama Foreign Contribution Regulation Act (FCRA) la legge, varata nel 2010, che regola la concessione della licenza a ricevere fondi dall’estero. Dopo la sua entrata in vigore nel 2011, 20.675 ong hanno perso la licenza, ma l’80% ha chiuso i battenti dopo il 2014, quando è salito al potere il primo ministro Narendra Modi.

Al momento la normativa prevede che per ricevere donazioni e finanziamenti dall’estero tutte le organizzazioni non governative debbano aprire un conto corrente telematico nella filiale principale della State Bank of India (SBI) a New Delhi. Azione che è certamente semplice per le grandi ong internazionali, commenta una fonte di AsiaNews, ma che complica di parecchio le cose alle piccole onlus che operano in contesti rurali e marginali.

La nostra fonte prosegue spiegando quello che dovrebbe essere il senso del provvedimento secondo il governo: in India non è inusuale che piccoli truffatori chiedano fondi dall’estero per attività di cooperazione internazionale ma poi in realtà si intaschino i soldi. Anche organizzazioni rispettate e che operano nel Paese da anni svolgono continui controlli interni per smascherare l’utilizzo improprio delle donazioni.

Quindi, con la creazione di un conto corrente tracciabile nella banca più grande del Paese, New Delhi afferma di voler ridurre gli atti illeciti che prevedono la creazione di organizzazioni il più delle volte fittizie. Ora, dunque, è possibile fare attività di cooperazione allo sviluppo solo previa apertura del conto corrente alla SBI di Delhi e previa analisi della documentazione presentata dalla ong. Valutazione che la burocrazia indiana (mai stata particolarmente efficiente, commenta la fonte) aveva sempre condotto in maniera molto lasca.

Guardando però ai dati degli ultimi anni la versione del governo indiano non regge: sembra davvero improbabile che in un Paese enorme come l’India fossero 6mila su 22mila le ong fantasma che si accaparravano finanziamenti stranieri. Inoltre il sito del ministero degli Interni non specifica per quale ragione venga rifiutata la licenza: accanto al nome dell’organizzazione appare solamente l’anno di revoca e la scritta “on violation”.

E come se non bastasse non è nemmeno chiaro che cosa accadrà ai fondi che vengono congelati: gli emendamenti del 2020 autorizzano il governo a prendere possesso dei soldi stranieri se un’ong rinuncia alla sua licenza FCRA o non ne richiede il rinnovo. Ma la normativa non specifica che fine debbano fare i finanziamenti nel caso in cui sia il governo a rifiutare la concessione. E attualmente sono circa 13mila le organizzazioni no profit che attendono il rinnovo.

La realtà dei fatti sembra allora essere un’altra: il governo ultra nazionalista di Narendra Modi è infastidito dalla presenza delle associazioni che si occupano di poveri, orfani e ammalati, perché contrastano con la narrazione di grande potenza alla quale l’India aspira. Il 21% della popolazione indiana - 400 milioni di persone - vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè con meno di 1,90 dollari al giorno), un dato inammissibile per un Paese che ha la bomba nucleare, mostra spesso i muscoli al Pakistan e cerca di farsi spazio nel continente asiatico nel tentativo di contrastare l’influenza cinese. Si vuole nascondere sotto il tappeto il fatto che “in questo Paese ci sono persone che vivono ammazzando i topi e guadagnano 10 rupie a roditore”, dice la fonte di AsiaNews.

Ancor più fastidioso è l’operato delle associazioni religiose, che non solo collidono con la politica muscolare del Bharatiya Janata Party di Modi, ma, nella visione del premier, minano l’identità induista, considerata tratto essenziale della nazione.

La scelta di concedere la licenza alle suore di Madre Teresa, conclude la fonte, alla fine sembra voler essere un avvertimento. Quello che il governo intende dire a tutti è: “Siete e lavorate qui solo per nostra gentile concessione”.

 

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