Idlib, civili intrappolati fra i raid di Assad e le violenze jihadiste

Almeno tre persone sono morte in seguito al bombardamento delle forze governative di un deposito di carburante nella provincia. Una donna freddata a colpiti di pistola alla testa dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham per aver contrabbandato carburante. Dal 2019 al 2021 Ankara ha rimpatriato con la forza o l’inganno 155mila rifugiati. 


Idlib (AsiaNews) - Sono almeno tre i civili rimasti uccisi in seguito all’intenso bombardamento delle forze governative di Damasco contro un deposito di carburante nella regione di Idlib, nel nord-ovest della Siria, ultima enclave nelle mani di gruppi ribelli e jihadisti. Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong con base nel Regno Unito e una fitta rete di corrispondenti sul territorio, l’attacco è avvenuto nel pomeriggio di ieri in un’area prevalentemente agricola e ha innescato un vasto incendio. Nel mirino una stazione di rifornimento per il gasolio nei pressi della città di Dana e di proprietà di una compagnia di carburante vicina al gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (Hts, ex Jabhat al-Nusra). 

Il commercio del carburante e il controllo delle stazioni petrolifere sono uno dei fattori scatenanti le violenze nell’area controllata dai jihadisti, che non risparmia nemmeno la popolazione civile comprese le donne e i bambini. Secondo quanto riferisce al-Monitor, una donna è stata freddata a colpiti di pistola alla testa da alcuni miliziani di Hts per aver cercato di contrabbandare del greggio all’interno di Idlib. Una vera e propria esecuzione che sa di avvertimento per la popolazione e ha innescato la protesta e ulteriori scontri nei campi che ospitano gli sfollati. 

La vittima si chiamava Fatima Abdul Rahman al-Hamid, aveva 28 anni ed era una vedova e madre di quattro bambini con i quali viveva in un centro di accoglienza: è stata uccisa il 10 febbraio scorso nei pressi del checkpoint di Deir Ballut, nella zona nord di Idlib. Alcuni uomini di Hayat Tahrir al-Sham hanno aperto il fuoco mentre Fatima era intenta a trasportare carburante prelevato da un’area controllata dal Syrian National Army (Sna). I jihadisti dell’ex al-Nusra, che presidiano l’area di Idlib, hanno proibito il trasporto di carburante dalle zone ribelli del Sna, considerando il commercio come “operazione di contrabbando” da punire con ogni mezzo. Tuttavia, il traffico è una delle poche risorse a disposizione dei civili per guadagnare piccole somme di denaro (meno di un euro a notte), a fronte di un rischio ben più elevato di essere scoperti e uccisi. 

I miliziani di Hts hanno rafforzato il controllo militare e l’egemonia sui civili a Idlib attraverso il cosiddetto “Governo di salvezza siriano” che presidia i punti di transito e l’economia dell’area, oltre a possedere il monopolio dei beni, dal cibo al carburante. Il gruppo jihadista impone - facendo ampio uso della violenza - i prezzi e stabilisce royalties e tasse agli imprenditori, mentre le condizioni di vita delle persone peggiorano sempre più e il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli record. 

In seguito alla morte della donna gli abitanti del centro di Atmeh hanno attaccato i checkpoint controllati da al-Nusra e incendiato tende e roulotte dei miliziani, i quali, in risposta hanno compiuto diversi raid picchiando civili e rifugiati, arrestandone alcuni di essi. Fra loro anche un attivista che stava documentando le violenze che hanno causato il ferimento di un bambino. “La mia famiglia qui ad Atmeh - racconta ad al-Monitor un rifugiato di nome Abu Ahmed - è composta da cinque persone. Stiamo sopravvivendo grazie a un piccolo cesto alimentare che riceviamo (da organizzazioni di beneficenza) ogni mese, che non è mai abbastanza. ... Raccogliamo legna da ardere dalla montagna per il riscaldamento […] viviamo solo grazie alla misericordia di Dio”.

Anche i bambini sono coinvolti nel contrabbando e il trattamento riservato loro non è certo diverso rispetto a quello degli adulti. In una nota diffusa su Twitter il 5 gennaio scorso i vertici di Hts affermano di aver “arrestato cinque minori” per aver trafficato illegalmente il carburante. 

Infine, notizie allarmanti giungono anche oltre-confine dalla Turchia, il cui governo prosegue nella politica dei respingimenti e del rimpatrio dei profughi siriani, anche di quanti hanno un permesso di soggiorno temporaneo che garantirebbe loro protezione. Un rapporto pubblicato in questi giorni dal Syrians for Truth and Justice (Stj) rivela che, fra il 2019 e il 2021, oltre 155mila rifugiati siriani sono stati rimpatriati con la forza o l’inganno, molti dei quali firmando documenti di “ritorno volontario” in lingua turca e ignorandone il contenuto. 

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