Karnataka: ignorato l’appello dei cristiani, in vigore la legge anti-conversioni
di Nirmala Carvalho

Poche ore dopo aver promesso all’arcivescovo Machado di esaminare attentamente la questione, il governatore ha firmato l’ordinanza come richiesto dai nazionalisti indù del Bjp. Diventa il decimo territorio indiano dove cambiare religione è reato.


Bangalore (AsiaNews) - Il governatore dello Stato indiano del Karnataka Thaawar Chand Gehlot ha firmato l’ordinanza con cui entra in vigore immediatamente la legge anti-conversioni, nonostante non si sia ancora concluso il suo iter parlamentare. È stata dunque accolta la richiesta del governo locale guidato dai nazionalisti indù del Bjp - il partito del premier indiano Narendra Modi - di adottare la procedura d’urgenza senza attendere il voto del secondo ramo del parlamento, la Camera alta, dove i numeri sono meno “sicuri” rispetto all’Assemblea legislativa, che aveva già approvato il provvedimento nel dicembre scorso. Il Karnataka diventa così il decimo territorio indiano in cui è attualmente in vigore la norma bandiera dei nazionalisti indù, che dietro il pretesto della lotta alle “conversioni forzate” di fatto prende di mira le attività sociali ed educative promosse dalle comunità cristiane.

A rendere ancora più amaro il colpo di mano avvenuto in Karnataka è il fatto che il 16 maggio - poche ore prima di firmare l’ordinanza – il governatore Thaawar Chand Gehlot aveva ricevuto una delegazione cattolica guidata dall’arcivescovo di Bangalore, mons. Peter Machado, che gli aveva consegnato un memorandum in cui erano elencate le ragioni dell’opposizione delle minoranze religiose alla nuova legge. “Ci aveva promesso che avrebbe studiato attentamente l’ordinanza prima di decidere se firmarla”, ha raccontato il portavoce della Conferenza episcopale del Karnataka, p. Faustine Lobo. Invece, appena 24 ore dopo, il governatore ha dato ufficialmente il suo assenso. “Siamo molto amareggiati - ha commentato ancora p. Lobo -. Il punto non sono le conversioni, ma la scelta del governo di ignorare il contributo offerto dalla comunità cristiana alla gente del Karnataka”.

Secondo la nuova legge, qualsiasi persona “vittima” di tentativi di “conversione forzata”, i suoi genitori e parenti o anche un collega, possono presentare una denuncia di conversione che contravviene alle disposizioni di legge. Il reato è considerato talmente grave da non ammettere la liberazione su cauzione.  “Nessuno - recita il testo della legge - può convertire o tentare di convertire, direttamente o in altro modo, un'altra persona da una religione a un'altra mediante l'uso o la pratica della forza, dell'influenza indebita, della coercizione, dell'inganno o con qualsiasi mezzo fraudolento o con qualsiasi altra modalità o promessa di matrimonio, né può favorire o cospirare tale conversione”. Chi desidera cambiare religione secondo la norma dovrebbe presentare previamente una dichiarazione scritta che attesti la propria volontà. Il problema sta nell’arbitrarietà delle definizioni, che rendono estremamente facile utilizzare una norma del genere per colpire le istituzioni cristiane in uno Stato indiano dove non è in atto alcun mutamento della composizione religiosa: in Karnataka i cristiani erano l’1,91% nel censimento del 2001 ed erano diventati l’1.87% in quello del 2011 (l’ultimo svolto in India).

“È motivo di grande preoccupazione - aveva ammonito nei giorni scorsi mons. Machado - che la legge anti-conversioni diventi uno strumento a disposizione di frange estremiste per prendere la legge nelle loro mani e viziare l'atmosfera con provocazioni, false accuse e disordini comunitari”.

Con il Karnataka diventano 10 i territori indiani nei quali vigono le leggi anti-conversione. Il primo ad adottarle fu l’Orissa già nel 1968, seguirono Madhya Pradesh (1968) e Arunachal Pradesh (1978). Ma è stato soprattutto con l'ascesa del Bjp negli anni Duemila che questi provvedimenti si sono estesi e spesso sono stati addirittura poi rafforzati in Chhattisgarh (2000), Gujarat (2003), Himachal Pradesh (2006), Jharkhand (2017), Uttarakhand (2018) e Uttar Pradesh (2020). 

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