Prove di blocco militare: la risposta di Pechino alla visita di Pelosi a Taipei
di Emanuele Scimia

I cinesi annunciano quattro giorni di esercitazioni aeronavali vicino all’isola “ribelle”. Tre zone di esclusione sconfinano nelle acque territoriali taiwanesi. Il blitz di Pelosi ha messo Xi Jinping in una posizione scomoda: il presidente cinese deve placare l’ira dei nazionalisti cinesi. Rischio escalation.


Roma (AsiaNews) – Quattro giorni di esercitazioni aeronavali e missilistiche in sei aree marittime vicino a Taiwan, interdette al passaggio di navi e velivoli non autorizzati. La risposta “forte”  e “risoluta” della Cina comunista alla visita a Taipei di Nancy Pelosi, speaker della Camera Usa dei rappresentanti, è una prova tecnica di blocco militare: una delle opzioni in mano ai cinesi in un possibile, futuro scenario d’invasione dell’isola, considerata da Pechino una provincia “ribelle” da riconquistare anche con la forza.

Le manovre militari dovrebbero partire domani, quando Pelosi avrà già lasciato Taiwan. L’arrivo ieri a Taipei dell’esponente democratica – numero tre nella gerarchia di potere a Washington – ha scatenato l’inevitabile reazione dei cinesi, che parlano di interferenza nei propri affari sovrani. La minaccia di Xi Jinping nel suo recente incontro virtuale con Joe Biden (“chi gioca con il fuoco, finisce per bruciarsi”) non sembra però essersi materializzata – almeno per il momento.

Come osservato da diversi analisti, con l’annuncio delle imminenti esercitazioni la Cina ha fatto la mossa più provocatoria in più di 20 anni, da quando nel 1996 ha sparato missili nei pressi di Taiwan in concomitanza con le prime elezioni presidenziali locali. Nathan Ruser dell’Australian Strategic Policy Institute fa notare che secondo i canoni delle Nazioni Unite, le operazioni cinesi dei prossimi giorni possono rientrare nella definizione di “stato di aggressione”. Tre delle sei zone d’interdizione segnalate dai media cinesi di Stato sconfinano nelle acque territoriali di Taiwan (v. foto 2).

Pechino ha evitato però nell’immediato azioni più minacciose, come l’intercettazione dell’aereo su cui viaggiava Pelosi, che avrebbe creato una crisi istantanea con gli Usa.

In queste situazioni il rischio maggiore rimane sempre quello dell’incidente dovuto a un calcolo errato di una delle parti in causa. Una delle zone destinate alle esercitazioni cinesi si trova a meno di 20 chilometri da Kaohsiung, la seconda città per grandezza di Taiwan. Non lontano dall’area, in navigazione nel Mar delle Filippine, è presente la portaerei Usa Ronald Reagan con il suo gruppo di combattimento; a nord di Taiwan, vicino a Okinawa, Washington ha schierato invece la nave anfibia USS Tripoli.

Nelle prossime settimane i cinesi potrebbero aumentare la pressione su Taipei. Oltre alle manovre militari, Pechino ha imposto sanzioni al settore agroalimentare taiwanese: altri divieti all’import dall’isola non sono da escludere, ma il timore maggiore dei taiwanesi è che le Forze armate cinesi inizino in modo sistematico a violare la “linea mediana” che divide informalmente lo Stretto di Taiwan: un tentativo da parte della Cina di tramutare in realtà la sua pretesa che le acque in questione siano sotto la propria sovranità nazionale e non "internazionali".

Washington e Pechino si sono messe nella posizione di non poter evitare questo stato di alta tensione. Biden si era detto contrario al viaggio di Pelosi (o almeno ha finto di esserlo), ma di fronte alle minacce cinesi Washington non ha potuto fare un passo indietro: avrebbe rischiato di apparire debole davanti agli alleati e ai partner nella regione.

Da parte sua, Xi deve sempre rispondere alla frangia nazionalista del regime e della popolazione: messo in una posizione scomoda dal blitz di Pelosi, il suo ordine di effettuare esercitazioni militari era il minimo che ci si poteva aspettare. Portare navi e aerei cinesi nelle acque territoriali e nello spazio aereo di Taiwan rappresenterebbe però una pericolosa escalation.

 

(Foto 2, Focus Taiwan e Xinhua)

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