Indonesia, leader religiosi: "Il decreto sui luoghi di culto va contro i diritti delle minoranze"
di Benteng Reges

Dopo la prima approvazione dei nuovi Decreti per l'edificazione dei luoghi di culto, leader religiosi e politici chiedono una revisione e denunciano ad AsiaNews: "Criteri assurdi, burocrazia invadente e testo anticostituzionale".


Jakarta (AsiaNews) – I nuovi regolamenti sulla costruzione dei luoghi di culto "vanno contro lo spirito della Carta costituzionale del 1945, contro i diritti umani delle minoranze e contro il principio della Pancasila, che riconosce la libertà di religione: porteranno solo a nuove tensioni sociali ed interreligiose". Con questi argomenti diversi leader cattolici, cristiani, buddisti ed indù indonesiani "rigettano con tutta la loro forza" i nuovi decreti per la costruzione degli edifici di culto che "non danno garanzie di libertà ai gruppi religiosi di minoranza, attualmente impediti nell'esercitare il diritto alla libertà di confessione previsto dalla Costituzione".

I nuovi Surat Keputusan Bersama [SKB, decreti ministeriali congiunti ndr] n° 8 e 9 del 2006 "sono stati scritti sulla falsariga del Decreto del 1969 e non offrono le condizioni necessarie al raggiungimento di relazioni inter-religiose armoniche, ma puntano verso il risultato opposto".

Il Decreto ministeriale del 1969 (SKB No 1/1969), stabiliva che ogni comunità religiosa che vuole erigere un luogo di culto doveva avere il permesso dal capo dell'autorità locale e quello dei residenti della zona di edificazione. L'autorizzazione legale non era facile da ottenere e le richieste di chiese da parte dei cristiani cadevano quasi sempre nel vuoto costringendo spesso i fedeli a praticare la loro fede nella semi-illegalità. Il nuovo testo, frutto di discussioni tra leader religiosi delle diverse comunità, autorità governative e forze di sicurezza nazionali, mantiene la base del precedente, ma definisce requisiti più specifici per l'accordo dei permessi, fra cui un tetto minimo di 90 fedeli per congregazione e l'approvazione di almeno 60 membri della comunità di una religione diversa. I nuovo Decreti concedono inoltre nuovi poteri decisionali, più influenti, delle autorità locali.

L'opposizione al testo è stata espressa anche in Parlamento, quando oltre 42 deputati – cattolici e protestanti – si sono opposti alla promulgazione del decreto. Constantinus Ponggaw, membro del partito cristiano "Prosperità e Pace", ha detto nel corso di una conferenza stampa nella capitale che "le nuove regole preoccupano i fedeli, vanno contro lo spirito della Carta costituzionale del 1945 e contro i diritti umani delle minoranze". Alla sua protesta si sono uniti Francis Xavier Soekarno, del Partito Democratico, Nusron Wahid, del Partito per il Risveglio nazionale, guidato dall'ex presidente indonesiano Abdurrahman "Gus Dur' Wahid e diversi altri rappresentanti politici. Muhaimin Iskandar, vice presidente del Parlamento, ha ricevuto il documento in cui i politici esprimono le loro perplessità ed ha promesso di presentarlo al presidente Susilo Bambang Yudhoyono. Iskandar, musulmano moderato, si è poi detto "in accordo con il tema della polemica. Il governo non dovrebbe intervenire nella vita religiosa degli abitanti e lasciarli liberi di professare ognuno il proprio credo".

I partecipanti "religiosi" al dibattito si dividono in due categorie: da una parte, i membri delle minoranze e dall'altra gli ulema fondamentalisti. Questi ultimi, riuniti del Consiglio indonesiano degli ulema (Mui), sono stati i più ardenti promotori della legge e l'hanno accolta come "conclusiva sull'argomento" nonostante le proteste di cristiani, indù, buddisti e membri della Khong Hu Cu.

Weinata Sairin, pastore protestante e membro della Comunione indonesiana delle chiese protestanti, sottolinea ad AsiaNews che la sua organizzazione si oppone ai decreti perché "praticare la fede è un diritto. Se il decreto passa, sarà solo una nuova discriminazione nei confronti delle minoranze". "Inoltre – aggiunge – cosa dobbiamo fare con le chiese già in attività? Se non sono di disturbo e nessuno ha nulla contro di loro, perché devono chiedere un nuovo permesso? Non si deve ridurre la libertà di culto ad una mera regolamentazione".

Teophilus Bella, segretario generale della Commissione indonesiana Religione e Pace, è dello stesso avviso: "L'atto governativo va contro il principio della Pancasila [i cinque principi guida del Paese, presenti nel preambolo della Costituzione ndr] e rischia di distruggere l'armonia religiosa". "La nuova regolamentazione – ha spiegato Bella, anche presidente del Forum cattolico della comunicazione di Jakarta – autorizzerà ogni potere amministrativo, anche locale, a dare o ritirare il proprio permesso per la costruzione delle chiese. Siamo molto disturbati dal fatto che tutta questa burocrazia possa entrare nella vita privata dei cittadini".

"L'idea espressa dalla legge di avere 90 fedeli e 60 vicini che diano il loro assenso alla costruzione dell'edificio, pena l'annullamento del permesso, è irrazionale: come si possono trovare 90 cristiani che vivono nello stesso posto, soprattutto nelle zone rurali del Paese?".

"La cosa più difficile – riprende – è trovare 60 vicini che siano d'accordo alla creazione di un luogo di culto non musulmano: è già molto difficile trovare un terreno, figuriamoci l'appoggio della comunità". "La questione – conclude – non dovrebbe essere gestita dal governo, ma da una Commissione di dialogo interreligiosa". Gusti Moraus, leader indù, aggiunge: "Il decreto non ha l'appoggio delle minoranze, che non hanno voce in capitolo".

Per Amidhan, membro del Mui, "il decreto vuole invece solo regolare l'interazione sociale". "Se non limitiamo il diritto ad erigere luoghi di culto – sostiene – essi si moltiplicheranno. Questo creerebbe competizione fra le religioni ed inevitabilmente disordine pubblico".

Secondo i dati presentati dalla Commissione religione e pace, oltre mille chiese sono state distrutte o attaccate per la mancanza dei permessi adatti.