Pastori arrestati, croci rimosse, sinicizzazione: la (nuova) stretta di Pechino sulle religioni

Nel Guangxi trattenuto per 15 giorni in “fermo amministrativo” il pastore Park Guangzhe. A Wenzhou riprende la campagna di rimozione delle croci dalle chiese, tolte anche le targhe con riferimenti a Gesù. Dal primo settembre in vigore una nuova legge che impone nuove restrizioni e controlli sull’attività religiosa e i legami con l’estero. 


Pechino (AsiaNews) - Croci rimosse, pastori arrestati e mantenuti in fermo amministrativo per la sola colpa di praticare la fede, luoghi di culto costretti a sostenere la campagna di “sinicizzazione” secondo l’ideologia del presidente Xi Jinping. Nelle ultime settimane in Cina si registra una ulteriore escalation nella stretta sulle attività religiose, dalla pastorale alle funzioni. Restrizioni che trovano un corrispettivo anche sul piano legislativo: dal primo settembre, infatti, saranno in vigore nuove regole che intensificheranno “il controllo” su monasteri, templi, moschee, chiese e altri luoghi di pratica della fede, che “vieteranno i legami con organizzazioni d’oltremare [estere]” e dovranno garantire “una educazione patriottica ai credenti”. 

Pastore arrestato

In tema di arresti è di questi giorni la notizia, rilanciata da un blog cristiano cinese, della detenzione del pastore Park Guangzhe della Christian New Life Church di Nanning, nel Guangxi, regione autonoma nel Sud, al confine con il Vietnam. Il leader cristiano è stato trattenuto per 15 giorni in base a un provvedimento di “fermo amministrativo”, con l’accusa di aver “usato la religione” per “disturbare l’ordine sociale”. La notizia è emersa ieri in seguito alla segnalazione effettuata da un centro attivo in rete per la protezione dei diritti, il quale precisa che ad emanare il decreto è stata la sezione di Liangqing dell’ufficio di Pubblica sicurezza di Nanning. 

Wenzhou, croci nel mirino

Intanto il governo di Wenzhou, città-prefettura nella parte sud-orientale della provincia dello Zhejiang, sulla costa est della Cina, è pronto a riprendere come già fatto in passato la rimozione forzata delle croci sulle facciate dei luoghi di culto. Il 3 agosto scorso una chiesa di Dongqiao ha ricevuto un avviso in base al quale verrà rimosso il simbolo religioso; in risposta, i leader cristiani hanno emanato una nota in cui invitano i fedeli a pregare contro la rimozione. Intanto un pastore della città, dietro anonimato per il timore di ritorsioni, riferisce a ChinaAid di una “ripresa” a breve di un “vento demoniaco” che spinge alla “rimozione delle croci”. Un provvedimento già anticipato il mese scorso dalle amministrazioni locali della città di Shanxi, della contea di Yongjia e del distretto di Lucheng. Verranno tolte anche le targhe di bronzo appese su porte e muri recanti le scritte “Gesù”, “Cristo”, “Geova” ed “Emmanuel”.

Lo Zhejiang è una provincia con un’elevata popolazione cristiana ed è fra gli obiettivi primari della politica di controllo e “sinicizzazione” voluta dal presidente Xi Jinping sulle religioni e la pratica del culto. Già in passato, fra il 2014 e il 2016, si sono registrate oltre 1500 demolizioni di luoghi di culto e di rimozione di croci o altri simboli religiosi dalle facciate. All’epoca un documento riservato del governo cinese rivendicava il “significato politico” alla base della campagna contro le croci, specchio di una “lotta ideologica” fra leadership comunista e cristiani. La campagna di rimozione si è poi estesa in altre province, fra le quali quella dell’Henan, dove si è registrato un massiccio abbattimento di croci nel 2018, affiancato al rogo delle Bibbie e alla distruzione di targhe e altri simboli religiosi, fra cui frasi di ispirazione cristiana, nelle case dei fedeli. 

La “sinicizzazione” del culto

Intanto il partito comunista cinese si appresta ad emanare una nuova legge in chiave repressiva della libertà religiosa. Fra le regole per i luoghi di culto - pubblicate sul sito web del Dipartimento di lavoro del Fronte unito (Dlfu), che risponde direttamente al Comitato centrale del Pcc - si legge: “Nessuna organizzazione o individuo può utilizzare i siti di attività religiose per condurre atti che mettano in pericolo la sicurezza nazionale, turbino l’ordine sociale [o] danneggino gli interessi nazionali”. I responsabili dei luoghi di culto, prosegue il documento, che saranno sottoposti a un controllo accurato da parte dei funzionari degli Affari religiosi, devono “amare la madrepatria e sostenere la leadership del Partito comunista cinese e il sistema socialista”. 

Le nuove norme sono parte di una campagna politica in corso per “sinicizzare” l’attività religiosa. Secondo le linee guida, le varie sedi devono presentare in anticipo piani dettagliati sulle attività e hanno il dovere di “educare i cittadini ad amare la madrepatria”. Devono inoltre tenere un fascicolo completo relativo al personale e a quanti risiedono nella struttura, descrivendo nel dettaglio le attività religiose e sociali e tutti i contatti “con organizzazioni o individui d’oltremare”.

Le regole includono il divieto di accettare incarichi di insegnamento da gruppi o istituzioni religiose estere senza previa autorizzazione e di accettare donazioni al di fuori dei confini. Interpellato da Radio Free Asia (Rfa) Chang Chia-lin, professore dell’Istituto della Cina continentale all’università Tamkang di Taiwan, sottolinea che il nuovo quadro normativo rappresenta il trionfo della politica sulla spiritualità. “La politica - spiega - prevale sulla religione, così che se infrangi queste regole possono intraprendere azioni legali”.  “Penso che dopo il primo settembre - avverte - questi luoghi di culto saranno costretti a obbedire al governo... o all’Amministrazione statale degli affari religiosi o al Dipartimento del lavoro del Fronte unito”. 

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