Alla Corte internazionale di giustizia la guerra giudiziaria sul 'genocidio' a Gaza

L’11 e 12 gennaio in programma all’Aja le udienze sulla denuncia presentata dal Sudafrica contro Israele per la guerra contro Hamas nella Striscia. La richiesta di “misure provvisorie” potrebbe portare a un rapido giudizio entro le prossime settimane. Netanyahu affida al difesa a una delle voci più critiche della controversa riforma della giustizia. 


Gerusalemme (AsiaNews) - Si aprirà domani al tribunale internazionale Onu dell'Aja la partita giudiziaria su Israele, sulla base dell’accusa di “genocidio” del popolo palestinese lanciata dal Sudafrica nei confronti dello Stato ebraico nella guerra contro Hamas in corso nella Striscia di Gaza. Uno scontro che rischia di innescare nuove tensioni in una regione mediorientale già alle prese con una pericolosa escalation sul fronte nord e il possibile coinvolgimento del Libano con l’ingresso di Hezbollah. Un ulteriore fronte aperto mentre gli Stati Uniti rilanciano gli sforzi diplomatici con il sesto tour nella regione del segretario di Stato Anthony Blinken, che ha incontrato ieri il premier Benjamin Netanyahu per un faccia a faccia dai contenuti segreti e dalla forma tutt’altro che cordiale. Il capo della diplomazia Usa propone un piano per smorzare il conflitto e rafforzare gli aiuti, con la prospettiva tuttora aperta di una normalizzazione dei rapporti fra Israele e Arabia Saudita, porta che Riyadh tiene aperta in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese. 

Il processo all’Aja è stato al centro anche dei colloqui fra Blinken e Netanyahu dove il secondo, almeno in questo caso, ha incassato il sostegno dell’alleato americano. La controversia giudiziaria è iniziata il 29 dicembre scorso, con la presentazione su iniziativa del Sud Africa di una denuncia alla Corte internazionale di Giustizia (Cig) - il tribunale delle Nazioni Unite incaricato di risolvere le controversie fra Stati - per “genocidio”. Le udienze sono in programma domani e il 12 gennaio nella sede dell’organismo Onu in Olanda, in cui verranno prese in esame le “misure provvisorie” sollecitate da Pretoria, da sempre vicino alla causa e al popolo palestinese. La denuncia è accompagnata da una richiesta di iniziative di emergenza per mettere fine alla guerra lanciata dallo Stato ebraico contro Hamas, in risposta all’attacco (terrorista) del movimento che controlla la Striscia che ha ucciso 1200 persone in Israele ferendone oltre 5mila. Un conflitto che ha già causato la morte di oltre 23mila persone, la maggior parte delle quali civili comprese donne e bambini. 

Nella denuncia il Sudafrica invoca la fine dell’operazione militare nella striscia, con il suo carico di morti e i gravissimi danni fisici e materiali. I giudici saranno inoltre chiamati a valutare eventuali crimini di guerra in merito all’uccisione dei giornalisti a Gaza, come ha riferito in queste ore l’ong internazionale Reporter senza frontiere che ha presentato due istanze presso il tribunale. Sono almeno 79 le vittime fra gli operatori dei media sinora accertate in soli tre mesi e le indagini dell’ufficio del procuratore Karim Khan, spiega Rsf in una nota rilanciata dal britannico Guardian, comprendono anche “i crimini contro i giornalisti”. 

La denuncia presentata da Pretoria si basa sulle previsioni contenute nella Convenzione sul genocidio (prevenzione e punizione) del 1948, di cui il Sudafrica - come Israele - è firmatario. Essa prevede che gli Stati possano adire a vie legali per invocare misure preventive o punitive del crimine di genocidio e le decisioni hanno valore vincolante (pur senza avere i mezzi per garantirne l’attuazione) per tutte le nazioni, a prescindere dalla ratifica della Convenzione stessa. Da sottolineare che questo procedimento è separato rispetto ad un altro già aperto e relativo ai Territori occupanti, portato avanti dalla Cig su richiesta dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con voto del 30 dicembre 2022 e un'udienza prevista per il 19 febbraio. 

Il Sudafrica, che ha sperimentato sulla propria pelle il regime di apartheid fra il 1948 e il 1991, da tempo solidarizza con la Palestina difendendo il diritto all’autodeterminazione e provocando l’insofferenza di Israele, sfociata nell’ultimo periodo in uno scontro aperto. Un muro contro muro caratterizzato dal ritiro dell’ambasciatore israeliano nel novembre scorso, a poche ore dal voto del Parlamento di Città del Capo che raccomandava (248 favorevoli e 91 contrari) la chiusura della rappresentanza diplomatica fino al cessate il fuoco a Gaza. Il 21 novembre si è registrata la sospensione delle relazioni e l’accusa di “atti di genocidio” nella Striscia.

Nel documento di oltre 80 pagine presentato dal Sudafrica vi è l’accusa a Israele di azioni e omissioni di carattere “genocida” per eliminare la popolazione palestinese da Gaza, in violazione dell’Articolo II della Convenzione. Nella denuncia sono riportate anche le dichiarazioni di alti funzionari del governo israeliano - fra i quali i ministri della destra ultra-ortodossa e radicale Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir - che invocavano l’allontanamento e la ricollocazione dell’intera popolazione della Striscia. A queste si aggiungono la dichiarazione del ministro della Difesa Yoav Gallant che ha definito i palestinesi “animali umani” e del ministro del Patrimonio di Gerusalemme Amichai Eliyahu che ha invocato la “bomba atomica su Gaza”. 

Da sottolineare che, con una mossa a sorpresa, Netanyahu ha incaricato Aharon Barak, ex presidente della Corte suprema, vicino all’area liberal e fra i più duri oppositori della controversa riforma giudiziaria voluta dal premier, a capo della delegazione di giuristi che difenderanno le ragioni di Israele. Sopravvissuto all’Olocausto e oggi in pensione, l’87enne Barak è ancora oggi fra gli esperti di diritto più stimati del Paese, pur se oggetto di una dura campagna di attacchi della destra nell’ultimo anno per la già citata opposizione alla riforma. Ciononostante, il premier stesso lo ha voluto alla guida della delegazione dello Stato ebraico all’Aja, accogliendo l’indicazione dell’attuale avvocato generale dello Stato Gali Baharav Miara, respingendo le critiche dell’ala radicale del governo.

Quella presentata dal Sudafrica costituisce la quinta causa per genocidio nella storia della Corte, dopo il primo della Bosnia-Erzegovina contro Jugoslavia (poi Serbia) nel 1993 e una, più recente, del Gambia contro il Myanmar nel 2019 per il trattamento dei Rohingya. Dalla parte di Israele, che ha duramente attaccato il Sudafrica per la denuncia, vi sono gli Stati Uniti che negano “atti di genocidio” commessi a Gaza. A fianco di Pretoria si sono invece schierate la Turchia, la Malaysia, l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic), Giordania, Bolivia e Pakistan mentre non si sono registrate dichiarazioni ufficiali di Russia, Cina o nazioni dell’Unione europea. Va qui ricordato che, di solito, le cause impiegano anni per arrivare a conclusione ma la richiesta di “misure provvisorie” per scongiurare ulteriori violenze ai civili presente nell’istanza potrebbe accelerare di molto l’iter giudiziario con un primo giudizio già nelle prossime settimane.

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