A Dubai, per allinearsi ai mercati internazionali è stato spostato il weekend
di Maurizio dOrlando
La decisione, in vigore dal primo settembre, potrebbe essere motivata anche dal fatto che la maggioranza dei residenti non è musulmana. Ma mancano i dati ufficiali di un Paese in crescita frenetica, che sta divenendo il centro commerciale dell'intero mondo arabo.

Dubai (AsiaNews) – A Dubai, dall'inizio di settembre, hanno spostato il weekend. Non è più, come in tutti i Paesi musulmani, il giovedì e il venerdì, ma il venerdì e il sabato. La decisione, presa fin da maggio, è stata motivata con l'utilità di allinearsi il più possibile ai mercati internazionali, fermi il sabato. Ma il nuovo weekend sarebbe anche una conferma del fatto che la maggioranza degli abitanti degli Emirati, ormai, è composta di stranieri, forse anche di non musulmani. Il dubbio è obbligatorio, visto che dati recenti sulla popolazione non sono resi noti dal governo.

La novità sembra essere stata generalmente ben accolta dagli abitanti, almeno a giudicare dalle reazioni dei lettori di Gulfnews. "Io ero già libero il sabato - scrive ad esempio un operaio, Sami Al Saqqaf – ma ora lo saranno anche i miei nipoti, che vanno a scuola, ed io avrò più tempo per stare con loro".

Quale che sia il motivo principale del cambiamento del weekend, il ruolo di centro commerciale del mondo arabo, che era del Libano, si sposta sempre più verso gli Emirati Arabi Uniti (EAU) ed in particolare verso Dubai, il maggiore per popolazione dei sette Stati che dal 1971 formano gli Emirati ed il più vivace economicamente anche se praticamente privo di petrolio.

Il tasso di crescita del PIL di Dubai lo scorso anno è stato superiore al 16 % in termini nominali, circa il 9 % in termini reali, depurati dell'inflazione, quello degli Emirati circa l'8,5 %, sempre in termini reali. Per quest'anno è attesa una crescita addirittura superiore a quella già siderale della Cina. Il PIL globale era di 88,5 miliardi di dollari nel 2003, è stato di 133,8 miliardi nel 2005 e si prevede sarà di 153 miliardi nel 2006. Nell'area dei 32 Paesi definita dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) "Medio Oriente e Asia Centrale", gli Emirati sono arrivati ad occupare il terzo posto per dimensioni, dopo l'Arabia Saudita – 314 miliardi di dollari nel 2005 – e dopo l'Iran – 203 miliardi. Solo venti anni fa la posizione dell'EUA in tale tabella era agli ultimi posti sia per il basso reddito pro capite sia perché la popolazione era molto minore di quella attuale.

Indicare il preciso valore del PIL pro capite è però problematico perché le rilevazioni del censimento sono obsolete (del 1997) e superate da una realtà in tumultuosa trasformazione. In ragione di ciò, secondo i dati governativi il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto (PPP), nel 2005 era di circa 29.100 dollari; secondo la Banca Mondiale (BM) era di 24.090; secondo la CIA (The World Factbook) di 43.400 (ai cambi di mercato). Le differenze sono principalmente causate dalle stime sulla popolazione: circa 2.600.000 abitanti (stime del luglio 2006), secondo The World Factbook e secondo il governo, mentre per la BM già nel 2005 gli abitanti erano 4.533.000 e secondo altre stime 4.700.000 nel 2006. L'incongruenza dei dati probabilmente non è solo frutto di diverse esigenze politiche e quindi di differenti metodologie di calcolo impiegate, ma probabilmente deriva anche da reali difficoltà di rilevazione. Gran parte della crescita della popolazione è, infatti, data dal continuo arrivo di immigrati: nel 1971 la popolazione dell'EAU era di poco superiore ai 200.000 abitanti.

La distribuzione delle nazionalità della popolazione residente è oggi una delle più anomale al mondo, fatta forse eccezione per il Principato di Monaco. Secondo i dati ufficiali disponibili, i cittadini dell'EAU sono un po' meno del venti per cento (19%) del totale della popolazione. Gli ultimi dati ufficiali disponibili sono, però, del 1982, sono cioè vecchi di quasi un quarto di secolo. L'anomala sproporzione tra cittadini e residenti si è verosimilmente accentuata. Secondo stime ufficiose, attualmente sul totale della popolazione solo l'11% ha la cittadinanza. Il 21% è cittadino di altri Paesi arabi, il 57% dell'Asia meridionale (India, Pakistan , Sri Lanka) mentre il rimanente 11% è composto da occidentali (europei, americani, ecc.) e da cittadini di altri Paesi asiatici. L'unico dato certo sembra essere quello dei cittadini degli emirati, circa 495.000 sia secondo le stime ufficiali – e rappresenterebbero il 19% di 2,6 milioni di abitanti – sia secondo i dati BM e le stime ufficiose – secondo i quali sarebbero l'11 % di 4,6 milioni di abitanti. Il dato sembra abbastanza plausibile, non solo con l'evidenza empirica, ma anche con i tassi di sviluppo demografico della popolazione originaria degli Emirati in relazione con i dati del 1971.

Tutti gli Emirati sono pertanto attraversati da un mirabolante crescita immobiliare, che non sembra conoscere tregua. Dove fino a pochi mesi prima non c'era che deserto, spuntano agglomerati di grattacieli, centri commerciali ed aree attrezzate e specializzate per i diversi settori economici, in pratica, intere città. Finora la domanda di immobili sia residenziali che ad uso ufficio è stata superiore all'offerta. Quasi sempre, pertanto, le imprese di costruzione hanno potuto iniziare i lavori di costruzione avendo prevenduto buona parte degli edifici. Dubai fa notizia perché è in costruzione il grattacielo più alto del mondo, il Burj Dubai, il cui completamento è previsto per il 2008 e che dovrebbe superare gli ottocento metri d'altezza. Dubai fa notizia per l'avveniristico progetto di un grattacielo, alto appena, si fa per dire, 250 metri, con piani rotanti staccati uno dall'altro, così da potersi muovere in modo indipendente. Dubai fa notizia per gli arcipelaghi artificiali, cioè ville ed edifici residenziali ed ancora grattacieli per uffici costruiti in mare: arcipelaghi che, visti dal cielo, raffigurano delle palme o il mappamondo. Dubai fa notizia per il centro commerciale dove è disponibile una pista da sci con neve artificiale mentre fuori dall'edifico la temperatura può arrivare anche a cinquanta gradi.

Grazie all'assenza d'imposte sul reddito ed alle zone franche doganali, Dubai è anche uno centri più importanti al mondo per il commercio di transito e la compravendita delle materie prime, dal petrolio ai metalli, all'oro, alle plastiche dei materiali da costruzione e dei prodotti chimici. È anche uno dei più importanti mercati al mondo per l'abbigliamento, sia firmato che di prezzo, per l'elettronica di consumo, per le auto e molte altre merceologie. È un centro finanziario di livello mondiale ed ospita la sede centrale o di controllo regionale di molte multinazionali. Una vasta area è riservata alle imprese informatiche ed un'altra a quelle dell'informazione ed in generale dei media.

Dubai è anche una importante destinazione turistica: quest'anno l'aeroporto smaltirà un traffico di 28 milioni di passeggeri ed è in costruzione, al costo di 33 miliardi di dollari, un secondo aeroporto per il traffico merci e passeggeri che aprirà nel 2008. Il nuovo aeroporto consentirà di incrementare la capacità di 70 milioni i passeggeri anno, di cui 50 milioni di turisti.

Dubai è pure dove le portaerei della flotta americana nel Golfo Persico (che negli Emirati chiamano Arabico) fanno base e dove gli iraniani depositano i propri soldi e vengono a spendere ed a comprare casa, al punto che il governo ha limitato al 30 % la quota degli immobili che possono essere loro venduti nelle nuove iniziative immobiliari. Nell'eventualità di uno scontro che coinvolga americani ed iraniani, Dubai, che sembra essere potenzialmente nell'occhio del ciclone, è, quindi, anche un posto relativamente sicuro: non si bombarda là dove c'è la propria flotta e nemmeno dove si tengono i propri soldi e la propria casa.

Tra tante luci ci sono, però, anche delle ombre. Circa il 90 % dei lavoratori sono immigrati e vivono spesso in condizioni precarie. Non ci sono statistiche attendibili degli incidenti sul lavoro, ma fino a poco fa gli operai addetti alla costruzione dei grattacieli erano costretti a lavorare a temperature sopra i 50 gradi e senza misure di sicurezza. Non era quindi infrequente che cadessero dalle impalcature. Il governo ha di recente imposto il rispetto di alcune regole, anche se non sempre vengono applicate. I datori di lavoro, infatti, ritirano il passaporto ai lavoratori per evitare che cambino lavoro. Secondo la legge, è una pratica illegale ed è stato ribadito da varie sentenze dei tribunali, ma rimane una consuetudine generalizzata, al punto da essere comune anche nei ministeri e negli organismi statali. Al termine del contratto di lavoro, la maggior parte delle categorie degli immigrati non può ottenere il rinnovo del visto per sei mesi e non viene apposto un visto d'ingresso sui loro passaporti. Un prolungamento del soggiorno diventa dunque una violazione penale che comporta il carcere e l'espulsione. Questa situazione di inferiorità si riflette in un'enorme disparità di salari e stipendi. La piramide vede al vertice i cittadini degli Emirati e degli altri paesi del Golfo, seguiti dagli europei e da altri arabi. A seguire tutti gli altri, con una differenza tra mussulmani e non. Nelle prigioni, solitamente arabi ed europei non vengono fustigati. Viceversa la fustigazione è normale consuetudine per gli asiatici, non solo per violazioni alla regole ma anche per un rifiuto ad eseguire gli ordini della guardia carceraria. In zone sperdute del deserto ci sono anche delle prigioni "segrete" dove i detenuti sono condotti e dimenticati. Ogni visita dall'esterno è impossibile. Solo in rare occasioni vi vengono portati degli operai per delle riparazioni. Bendati e dopo un paio di ore di un percorso a svolte e controsvolte di modo che perdano cognizione del tragitto, vengono ammoniti, a lavoro finito, a non parlarne con alcuno.

Gli immigrati anche dopo un lungo periodo di soggiorno non possono ottenere la cittadinanza degli Emirati se non mediante matrimonio, che implica la conversione all'Islam. Secondo le statistiche ufficiali negli Emirati i musulmani sono il 96 % della popolazione, inclusi gli sciiti che sono il 16%. Il dato però risale al 1975: riportato nell'Annuario demografico delle Nazioni Unite del 1983, da allora non è stato aggiornato. Questo aiuta a comprendere l'anomala discrepanza sui dati della popolazione residente. Aggiornare i dati potrebbe portare a scoprire che i musulmani sono minoranza, in una terra islamica e con tradizioni e consuetudini coraniche. Si staglia, quindi, l'evidenza di una società fatta di varie caste in cui una ristretta casta dominante non vuole o non può permettersi né di aprirsi né di mettersi in discussione.

A Dubai la principale chiesa cattolica è dedicata a Maria e vi si celebrano messe in inglese, arabo francese, Konkami, Malayalam, Cingalese, Tamil, Tagalog ed Urdu. La chiesa, terminata nel 1967, sorge su un terreno donato nel 1966 dal defunto sceicco Saeed Al Maktoum, della dinastia regnante a Dubai ed all'epoca Primo Ministro dell'UAE. La chiesa è molto moderna, ha una capienza di quasi 2mila persone ed è molto frequentata. Il parroco ci tiene a sottolineare che ogni anno 4mila tra ragazzi ed adulti frequentano i corsi di catechismo, che vengono celebrate più di trecento cresime, che più di seicento ragazzi ricevono la prima comunione e che vengono celebrati trecento matrimoni. Il parroco, il rev. Fr. P.M. Peter, spiga ad AsiaNews che tra i fedeli c'è molto impegno, disciplina, serietà e correttezza di comportamento. Il sacerdote afferma che buona parte dell'attività parrocchiale è affidata ai laici. Sono attivi vari gruppi di preghiera, tra cui la "Legio Mariae", ed altri gruppi impegnati nella recita del rosario o di novene. I fedeli provengono da molti Paesi, ma principalmente dall'India e dalle Filippine. Ci sono anche molti arabi dal Libano, dalla Siria, dall'Iraq, dalla Giordania, e ci sono iraniani, cingalesi, nigeriani, ghanesi, etiopi e altri africani. Secondo il parroco l'attività pastorale gode di piena libertà nel perimetro del terreno che ospita le varie attività parrocchiali. Al di fuori di esso occorre non dare disturbo (mediante il suono delle campane ad esempio), non mostrare segni religiosi esteriori (come ad esempio crocifissi anche stilizzati visibili da fuori il perimetro), non mantenere rapporti con mussulmani, non operare o accettare conversioni. A Jumeirah, nella zona residenziale di Dubai, dove sta sorgendo la città satellite di "Dubai Marina", non lontano dalla zona franca di Jebel Ali, c'è un'altra chiesa cattolica un po' più piccola, dove accanto alle messe in inglese e nelle altre lingue asiatiche, ogni due settimane viene celebrata una messa in italiano. Il parroco è infatti un anziano frate cappuccino italiano.

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