Benzina razionata, esplode la rabbia degli iraniani
A Teheran distributori dati alle fiamme e slogan contro Ahmadinejad. Le proteste si estendono in altre province. Il provvedimento entrato in vigore da oggi, con solo tre ore di preavviso ai cittadini. Oltre al deficit statale e alle precauzioni per possibili sanzioni internazionali, l’impopolare iniziativa nasconderebbe un preciso scopo strategico: giustificare con la crisi energetica il programma nucleare.

Teheran (AsiaNews) – Distributori dati alle fiamme e scontri con la polizia: l’entrata in vigore del piano di razionamento della benzina in Iran ha generato violente proteste a Teheran, che si sono estese stamattina anche ad altre zone del Paese. Nella notte gruppi di giovani hanno incendiato diverse pompe di benzina, pneumatici e assi di legno nella capitale, scandendo slogan contro il presidente Mahmoud Ahmadinejad. In alcune aree della città si registrano scontri con la polizia antisommossa, mentre notizie di episodi simili iniziano a giungere anche da almeno altre 9 province del Paese, come riporta l’agenzia Raja News. Secondo alcune tv di dissidenti, ci sarebbero già tre morti.

L’Iran è il secondo produttore di greggio tra i membri Opec, ma non è in grado di raffinarlo: su un consumo di 70 milioni di litri al giorno, 30 devono essere importati. Il razionamento è stato introdotto oggi con un preavviso di sole tre ore alla popolazione e andrà avanti per 4 o forse 6 mesi: i mezzi privati che vanno solo a benzina avranno diritto ad un rifornimento di carburante pari a 100 litri al mese, diverse le disposizioni per taxi (800 litri), taxi part-time (600 litri) e mezzi di trasporto del governo (300 litri). Teheran non ha ancora chiarito se si potrà comprare benzina extra al reale costo di mercato.

In Iran la popolazione considera la benzina un diritto. L'ayatollah Khomeini la chiamava “dono di Dio al popolo iraniano”. Nel Paese un litro di benzina costa meno di un litro d'acqua potabile: 0,11 euro. La benzina non è solo tax free, è sovvenzionata dallo Stato, situazione che genera vari traffici di confine e pesa sul deficit statale.

La condizione attuale  – spiegano esperti – è dovuta alla politica del regime che da decenni investe molte delle sue risorse nel finanziare i movimentl dell'estremismo islamico ed il programma nucleare, trascurando lo sviluppo del settore della raffinazione petrolifera. Servirebbero anche investimenti esteri, resi difficili dalla situazione politica.

Alcuni analisti vedono nel provvedimento una precauzione in vista di possibili sanzioni internazionali sull’esportazione del suo greggio. Altri notano però che il provvedimento - rischioso e impopolare per qualsiasi governo, specialmente in un Pese ricco di petrolio - sarebbe un "suicidio", se dietro non nascondesse uno scopo strategico più alto: giustificare il proseguimento del programma nucleare “civile” con la crisi energetica nazionale. I mullah vogliono dimostrare che le risorse energetiche tradizionali non bastano più a soddisfare le esigenze primarie del Paese e pertanto è necessario allargare il campo della ricerca energetica, appunto con il nucleare.

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