Il voto ha fermato, per ora, il raid dei militari in Iraq
Ma l’attacco dell’esercito alle basi del PKK al di là dei confini è solo rinviato, se non si troverà una soluzione concordata con Baghdad e Washington. L’attesa per le elezioni di domani non riguarda chi vincerà, essendo scontata la conferma dell’AKP di Erdogan, quanto la possibilità che i partiti minori riescano a superare lo sbarramento del 10%.
Ankara (AsiaNews) – Un voto importante attende domani la Turchia, non tanto per l’esito, abbastanza scontato, della conferma della maggioranza al partito del premier Recep Tayyip Erdogan, l’AKP - definito islamico moderato – quanto per il risultato che riuscirà ad avere il CHP, il partito repubblicano laico per eccellenza - fondato nel 1923 dallo stesso Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, ed ora all’opposizione – e soprattutto se altri partiti riusciranno a superare la soglia di sbarramento del 10% e quindi a sbloccare la situazione politica, incentrata sull’inconciliabile rivalità tra i due partiti.
 
Sullo sfondo la minaccia che, subito dopo il voto, l’esercito turco abbia il via libera politico per il desiderato raid al di là dei confini, nel nord del tormentato Iraq, alla caccia dei “terroristi” curdi del PKK, che la Turchia accusa di avere nella regione curda dell’Iraq i propri “santuari”.
 
La questione è da tempo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e delle preoccupazioni dei governi di Baghdad e Washington, con quest’ultimo che ha finora esercitato forti pressioni per fermare i turchi.
 
Ieri, Erdogan ha detto che proprio le elezioni hanno costretto a rinviare la visita che il primo ministri iracheno Naouri al-Maliki – che è curdo - intende compiere in Turchia. Il premier ha aggiunto che Turchia, Iraq e Stati Uniti vogliono discutere la questione curda, ma ha ribadito che, in assenza di una soluzione soddisfacente, il suo Paese non avrà altra opzione che quella militare.  
 
La settimana scorsa, Erdogan aveva già manifestato la volontà di sottoporre al parlamento la decisione di permettere l’ingresso dell’esercito turco in Iraq, nel corso di un incontro con il presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, che esprimeva la preoccupazione di larga parte della popolazione e dell’esercito per l’inattività del governo di fronte agli attentati del PKK.
Le elezioni – e le pressioni Usa – hanno fatto posticipare l’azione militare. Ma di poco, qualche settimana.
 
Influirà, naturalmente, anche il risultato del voto ed in particolare il risultato che otterrà l’AKP. Per quanto appaia strano, il partito “moderato islamico” è il più filoccidentale, pur essendo complessivamente espressione della parte meno istruita e più legata culturalmente alla cultura “araba” della popolazione, mentre il “laico” CHP – espressione anche dell’establishment burocratico e militare - è sostanzialmente antioccidentale. Non è un caso che ad impegnarsi per l’ingresso della Turchia in Europa sia proprio il partito di Erdogan.