09/02/2021, 12.12
VATICANO
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​Vaticano: assistere l’anziano in modo che possa ancora ‘dare’

Documento della Pontificia accademia per la vita: "La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia". “Mettere al centro dell’attenzione la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti”, “è espressione di progresso, di civiltà e di autentica coscienza cristiana”. “Giovani e anziani, incontrandosi, possono portare nel tessuto sociale quella nuova linfa di umanesimo che renderebbe più solidale la società”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Una “svolta culturale” per rendere possibile agli anziani di essere accompagnati e assistiti in contesti familiari in ambienti che assomiglino più alla casa che all’ospedale, coinvolgendo i giovani e in particolare i credenti. E’ la proposta avanzata dalla Pontificia accademia per la vita nel documento: "La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia", presentato oggi.

L’idea di fondo è che l’anziano non è, e non va visto - e trattato – solo nella realtà della sua fragilità con i bisogni di assistenza che la accompagnano, ma come una persona in grado di “dare” ancora.

Il documento parte dalla costatazione che la pandemia ha mostrato che “siamo tutti in balìa della stessa tempesta, ma in un certo senso, si può anche dire che stiamo remando su barche diverse: le più fragili affondano ogni giorno. È indispensabile ripensare il modello di sviluppo dell’intero pianeta. Tutti sono interpellati: la politica, l’economia, la società, le organizzazioni religiose, per avviare un nuovo assetto sociale che metta al centro il bene comune dei popoli”.

Sotto i colpi del virus, si è parlato di “tragedia inimmaginabile” avvenuta nelle residenze per anziani. Come ha evidenziato mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, alla presentazione del documento, “il 50% delle morti di anziani è avvenuto tra i circa 300.000 ospiti di case di riposo ed RSA mentre solo il 24% ha colpito i 7 milioni di anziani over 75 che vivono a casa. La propria dimora, anche durante la pandemia, a parità di condizioni, ha protetto molto di più”. Ciò, ha aggiunto, mostra che “è urgente ripensare globalmente la prossimità della società verso gli anziani. Nel sistema di cura e assistenza degli anziani molto è da rivedere”.

Nella struttura della società, peraltro, è in atto un cambiamento: il progresso della medicina ha prodotto l’allungamento della vita. E “contrariamente a quanto una visione stereotipata potrebbe far immaginare, a livello globale le città sono luoghi dove in media si vive di più. Gli anziani, dunque, sono numerosi, ma è indispensabile rendere le città abitabili anche per loro. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2050 nel mondo ci saranno due miliardi di ultrasessantenni: dunque, una persona su cinque sarà anziana”. E se c’è chi vede la vecchiaia come una malattia, papa Francesco l’ha definita “un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla”. “In ogni caso, essere anziani è un dono di Dio e un’enorme risorsa, una conquista da salvaguardare con cura”.

A fronte della sostanziale solitudine che spesso accompagna la vita nelle case di riposo, è necessario “supportare le famiglie che, soprattutto se costituite da pochi figli e nipoti, non possono sostenere da sole, presso un’abitazione, la responsabilità a volte logorante di prendersi cura di una malattia esigente, costosa in termini di energie e di denaro. Va reinventata una rete di solidarietà più ampia, non necessariamente ed esclusivamente fondata su vincoli di sangue, ma articolata secondo le appartenenze, le amicizie, il comune sentire, la reciproca generosità nel rispondere ai bisogni degli altri”. Si tratta di “mettere al centro dell’attenzione la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti”. Il che “è espressione di progresso, di civiltà e di autentica coscienza cristiana. La persona, dunque, deve essere il cuore di questo nuovo paradigma di assistenza e cura degli anziani più fragili”.

“Ogni anziano è diverso dall’altro”. “L’implementazione di tale principio implica un articolato intervento a diversi livelli, che realizzi un continuum assistenziale tra la propria casa e alcuni servizi esterni, senza cesure traumatiche, non adatte alla fragilità dell’invecchiamento”. “L’assistenza domiciliare deve essere integrata, con la possibilità di cure mediche a domicilio e un’adeguata distribuzione di servizi sul territorio. In altre parole, è necessario e urgente attivare una ‘presa in carico’ dell’anziano laddove si svolge la sua vita. Tutto ciò richiede un processo di conversione sociale, civile, culturale e morale”.

“In quest’orizzonte anche le Diocesi, le parrocchie e le comunità ecclesiali sono invitate ad una riflessione più attenta verso il mondo degli anziani. Negli ultimi decenni più volte i pontefici sono intervenuti per sollecitare senso di responsabilità e cura pastorale degli anziani. La loro presenza è una grande risorsa. Basti pensare al ruolo determinante che hanno avuto nella conservazione e nella trasmissione della fede ai giovani nei Paesi sotto i regimi atei e autoritari. E a quanto continuano a fare tanti nonni per trasmettere la fede ai nipoti”.

Da parte loro, gli anziani “devono cercare di vivere con sapienza la vecchiaia”, mentre la pastorale degli anziani, come ogni pastorale, va posta in ottica missionaria. “L’evangelizzazione deve mirare alla crescita spirituale di ogni età, poiché la chiamata alla santità è per tutti, anche per i nonni”. Gli anziani, poi, “sono chiamati ad essere missionari, come ogni altra età della vita. In tal senso ‘la Chiesa [può farsi] luogo dove le generazioni sono chiamate a condividere il progetto d’amore di Dio, in un rapporto di reciproco scambio dei doni dello Spirito Santo. Questa condivisione intergenerazionale ci obbliga a cambiare il nostro sguardo verso gli anziani, per imparare a guardare al futuro insieme a loro”. “Giovani e anziani, infatti, incontrandosi, possono portare nel tessuto sociale quella nuova linfa di umanesimo che renderebbe più solidale la società”.

“Possiamo affermare – ha evidenziato oggi mons. Bruno-Marie Duffè, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale - che l’emergenza sanitaria ha portato alla luce una componente importante della relazione sociale. La capacità di raccogliere la sfida della vita - le sue incognite e le sue gioie - si basa, in parte, sull'ispirazione, propria del dialogo tra generazioni: un dialogo che può essere fatto di parole o di silenzio, del disegno offerto da un bambino, che ancora fa sognare l’anziano, o dalla tenerezza dei loro sguardi, che si incrociano e si incoraggiano a vicenda. Il sogno e la tenerezza: ecco di cosa si tratta. Se gli anziani continuano a sognare, i più giovani possono continuare a inventare. Se lo sguardo dell'anziano incoraggia dolcemente i progetti del più giovane, entrambi vivranno nella speranza che supera le paure”.

“L’uomo che invecchia – sottolinea infine il documento - non si avvicina alla fine, ma al mistero dell’eternità; per comprenderlo ha bisogno di avvicinarsi a Dio e di vivere nella relazione con Lui. Prendersi cura della spiritualità degli anziani, del loro bisogno di intimità con Cristo e di condivisione della fede è un compito di carità nella Chiesa. Preziosa è anche la testimonianza che gli anziani possono dare con la loro fragilità.

“La vecchiaia va compresa anche in questo orizzonte spirituale: è l’età propizia dell’abbandono a Dio. Mentre il corpo si indebolisce, la vitalità psichica, la memoria e la mente diminuiscono, appare sempre più evidente la dipendenza della persona umana da Dio. Certo, c’è chi può sentire la vecchiaia come una condanna, ma anche chi può sentirla come un’occasione per reimpostare la relazione con Dio. Caduti i puntelli umani, la virtù fondamentale diviene la fede, vissuta non solo come adesione a verità rivelate, ma come certezza dell'amore di Dio che non abbandona”. (FP)

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