22/01/2014, 00.00
THAILANDIA
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Bangkok, l’opposizione sfida lo stato di emergenza. Leader pro-governativo ferito nel nord

Uno dei principali esponenti delle “Camicie rosse”, fedeli all’esecutivo, è stato ferito alla spalla e alla gamba da alcuni proiettili. Leader dei “rossi” annuncia proteste a oltranza. Fonti di AsiaNews: "L’ipotesi è procedere al voto, dichiararne la nullità e poi guadagnare sei mesi di tempo per le riforme; tuttavia, manca una figura autorevole che favorisca il compromesso".

Bangkok (AsiaNews) - Questa mattina un leader delle "Camicie rosse" thai, movimento fedele alla premier Yingluck Shinawatra, è stato ferito a colpi di arma da fuoco esplosi all'esterno della sua abitazione a Udon Thani, provincia nel nord-est del Paese, roccaforte elettorale del governo. Kwanchai Praipan, presentatore radiofonico di un'emittente pro-governativa in prima fila nell'occupazione di Bangkok del 2010 da parte dei "rossi", è stato colpito a una spalla e a una gamba; ignoti hanno aperto il fuoco da un veicolo situato nei pressi della casa e sono fuggiti.  Solo ieri il conduttore radio e attivista aveva dichiarato alla Reuters che i fedelissimi del governo "combatteranno" e la nazione "brucerà" in caso di colpi di Stato contro Yingluck. Intanto nella capitale si vive una situazione di calma apparente e le attività lavorative si svolgono con regolarità. A dispetto del decreto di emergenza emesso per Bangkok e le province confinanti per i prossimi 60 giorni, la polizia non interviene contro i manifestanti anche se resta il rischio concreto che la crisi politica possa assumere i connotati della violenza.

Nella notte il leader delle proteste antigovernative Suthep Thaugsuban ha liquidato il provvedimento governativo, invitando i sostenitori a non avere paura e a continuare con le manifestazioni. "Abbiamo protestato per mesi - dichiara il capo delle "Camicie gialle" - e non si capisce perché solo ora si senta il bisogno di dichiarare lo stato di emergenza". Al contempo, egli invita i fedelissimi a ignorare i decreti: "Li sfideremo tutti - aggiunge - marciando in ogni via in cui ci impediscono di farlo. Useremo altoparlanti, anche se li proibiscono. Faremo tutto ciò che ci vietano di fare".

Da settimane diversi e sempre più numerosi gruppi di manifestanti, guidati dall'opposizione, chiedono al primo ministro Yingluck Shinawatra di dimettersi. Secondo i dimostranti, dietro al governo ci sarebbe il fratello dell'attuale premier - Thaksin, per anni leader thailandese oggi in esilio - che starebbe "governando in absentia". Da parte sua, la Shinawatra si è rifiutata di firmare le dimissioni ma ha convocato delle nuove elezioni per il 2 febbraio.

Una fonte istituzionale di AsiaNews a Bangkok, che chiede l'anonimato per sicurezza, sottolinea che in Thailandia si fatica a "scendere a compromessi" e a far prevalere "la logica del dialogo" in vista di "un bene superiore". Tuttavia, all'orizzonte si profila una possibile soluzione che garantisca al Paese alcuni mesi di tempo per realizzare le riforme necessarie, mettendo fine alle proteste di piazza e riportando lo scontro nell'alveo della politica. "Dalle ultime informazioni - racconta la fonte - emerge che con tutta probabilità si terranno le elezioni, anche perché il governo non ha più il potere di rinviarle dopo la firma del Re e procedere a un rinvio o all'annullamento rischia di diventare una forzatura costituzionale".

Tuttavia, una volta aperte le urne il 2 febbraio "con tutta probabilità il voto non andrà a buon fine", perché non sarà "popolare e comprensivo". Da qui, la possibile richiesta dell'esecutivo alla Corte costituzionale di "dichiararne l'invalidità" e "rinviare il turno successivo di 5 o 6 mesi", il tempo necessario "ai partiti per raggiungere un accordo di base sulle riforme". Questa prospettiva potrebbe essere accolta dalle parti, perché Yingluck otterrebbe uno slittamento "secondo i principi democratici" guadagnando tempo per le riforme "che i gialli chiedono a gran voce". Il punto è che, a tutt'oggi, manca "una figura autorevole, che sia in grado di far sedere le parti attorno a un tavolo e guidare una trattativa che porti a un compromesso accettabile per il Paese". Manca, insomma, una figura politico-istituzionale in grado di far emergere la Thailandia da una situazione di stallo evitando, come accaduto fin troppe volte in passato, il colpo di mano dei militari. 

 

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