01/09/2004, 00.00
ASIA
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C'è la tecnologia, ma non la volontà politica per sfruttare meglio l'acqua

di Mike Moore*

Hong Kong (AsiaNews) – L'acqua è alla base della vita: costituisce il 75% della massa corporea umana e non c'è nulla che possa sostituirla. Ma di tutta l'acqua che c'è sul nostro pianeta, più del 97% è salata e meno del 3% è dolce. Di questo 3%, oltretutto, solo uno 0,3% è contenuto in laghi e fiumi, mentre il 69% è racchiuso nelle calotte polari, nei ghiacciai e nelle nevi perenni. Lo 0,9% circa è rappresentato da rifiuti organici. La parte rimanente deriva da fonti naturali sotterranee e da acque di suolo.

Dal 1900 il fabbisogno mondiale di acqua si è moltiplicato di 6 volte e la domanda di acqua dolce cresce del doppio rispetto all'aumento della popolazione mondiale, che tra 25 anni passerà dagli attuali 6 miliardi agli 8 miliardi di individui. Grazie alle nuove tecnologie siamo in grado di capire e selezionare i metodi di lavoro più avanzati e i migliori sistemi di ricerca. Abbiamo anche le capacità per sviluppare al meglio i progetti. Quello che non è possibile fare è guidare la volontà politica perché non freni la creatività nel lavoro.

La realtà attuale è che ogni anno 23 milioni di persone muoiono per l'utilizzo di acqua non potabile. Tre-quarti delle malattie sono legate alla cattiva igiene e all'uso di acqua non potabile. L'inquinamento derivato dai pesticidi e trasportato dalle acque, accresce i pericoli e aumenta il rischio per gli individui. L'organismo per il cibo e l'agricoltura delle Nazioni Unite riferisce che la quantità di antiparassitari usata da coltivatori di fiori colombiani e frutticoltori brasiliani è 10 volte maggiore del necessario; in Indonesia i pesticidi vengono perduti dalle attrezzature per le irrigazioni delle piantagioni. I coltivatori pachistani ne disperdono la metà e inquinano le acque reflue.

Negli anni '90 i poveri in Sud Africa hanno speso 3 ore ogni giorno a trasportare acqua potabile dalla sorgente alle loro case. In una tipica famiglia della classe media, tra i Paesi membri dell'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, le persone possono pagare il fabbisogno giornaliero di acqua con uno o due minuti di lavoro.

Questa è una cattiva notizia; ma qui sta anche la buona notizia. L'accesso all'acqua potabile nei paesi in via di sviluppo è passato dal 30% degli anni '70 all'80% del 2000. Le ricerche del World Watch Institute mostrano che fino al 90% di acqua potrebbe essere recuperata senza costi aggiuntivi per l'industria.

I 2/3 di acqua dolce vengono utilizzati per le irrigazioni, ma ad oggi meno della metà raggiunge le radici delle piante. Secondo quanto riportato nel suo libro Pillar of sand, Sandra Postel afferma che i sistemi di irrigazione a goccia, utilizzati tanto in paesi ricchi quanto in paesi poveri, hanno avuto esiti positivi, con una riduzione che va dal 30 al 70% degli sprechi, mentre ha accresciuto i campi coltivabili dal 20 al 90%.

Alcuni coltivatori di riso in una zona della Malesia hanno accresciuto del 45% la produttività dell'acqua puntellando i canali e passando dai metodi tradizionali di trapianto, alla semina diretta.

L'efficienza è un'altra parola chiave per la conservazione. Solo i ricchi possono investire nella tecnologia e nella ricerca, come nel caso dell'ingegneria genetica, per produrre raccolti che siano più resistenti al sale e richiedano un minor uso di acqua. Le opposizioni e le resistenze dei ricchi ambientalisti sono segni evidenti di miopia: il contenimento dei costi e l'innovazione garantiscono buoni risultati nelle zone più critiche della terra. Più di 50 mila keniani bevono acqua potabile grazie a progetti mirati che hanno portato allo scavo di nuovi pozzi. Il costo del progetto è di 1000 dollari, messi a disposizione dalla società americana Overseas Private Investment Corporation.

*Mike Moore, ex primo ministro della Nuova Zelanda, è stato il primo direttore generale della World Trade Organization (articolo tratto dal South China Morning Post)
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