25/10/2021, 13.59
VATICANO-ASIA
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Christina Kheng: le Chiese dell'Asia e la sinodalità

di Giorgio Bernardelli

Laica di Singapore, docente di leadeship pastorale all'East Asian Pastoral Institute di Manila, è stata chiamata dal papa a far parte della Commissione metodologica che accompagna i lavori del Sinodo: "Sogno per il mio continente una Chiesa più missionaria, meno spaventata e con i laici corresponsabili del suo cammino".

Roma (AsiaNews) - Accorciare la distanza tra le gerarchie e i laici nella Chiesa, superando anche rigidità culturali specifiche dell'Asia. E poi cogliere l'occasione del Sinodo per elaborare un nuovo modo di vivere le responsabilità nella Chiesa, tenendo insieme leadership e ascolto della voce di tutti. Sono le attese riguardo al Sinodo della professoressa Christina Kheng, laica di Singapore, chiamata da papa Francesco a lavorare nella Commissione metodologica, uno dei quattro gruppi che all'interno della segreteria del Sinodo stanno accompagnando il cammino biennale per le comunità di tutto il mondo iniziato lo scorso 10 ottobre. Docente di leadership pastorale all'East Asian Institute di Manila, da anni collabora nella formazione con numerose Chiese del continente. In questa intervista ad AsiaNews racconta come sta vivendo questo impegno e quali passi in avanti il cammino sinodale può aiutare a compiere nelle Chiese dell' Asia.  

Qual è il ruolo che svolge nella Commissione metodologica del Sinodo?

“La Commissione metodologica è chiamata ad accompagnare il processo sinodale sia nelle Chiese locali sia nell’assemblea sinodale. Aiutiamo a tradurre la teologia della sinodalità nella vita concreta delle comunità, accogliendo la voce dello Spirito e ascoltandosi l’un l’altro. Il nostro primo compito è stato contribuire alla stesura del Vademecum pubblicato all’inizio del cammino. Alcuni leggendolo ci hanno detto: è un documento dal tono diverso, molto aperto al dialogo e flessibile. Non dice: fate questo, ma incoraggia la creatività. Ecco, questo credo sia il nostro compito”.

Lei è una docente di "pastoral leadership": che cosa vuole dire?

“Vivere il proprio ministero in un modo che sia al tempo stesso efficace e radicato nel Vangelo. Imparare a gestire l’operatività e le organizzazioni oggi richiede un approccio interdisciplinare, che tenga insieme la fede cattolica e l’approccio laico delle scienze sul management”.

Quali difficoltà si incontrano in questa sfida?

“Spesso oggi chi guida un’organizzazione nella Chiesa finisce per adottare il modello più diffuso nelle aziende. Ma questo è sbagliato perché molte volte contraddice la visione del Vangelo: il nostro sguardo sull’uomo non è fondato solo sul qui e ora, è anche spirituale, ci chiede di guardare alla persona come mistero e non solo come alla forza lavoro in un ingranaggio. Spesso gli operatori pastorali sono persone molto spirituali, pregano profondamente; ma quando si trovano a guidare la propria organizzazione è come se si dimenticassero la fede e il Vangelo, utilizzando solo il modello aziendale di gestione. Dobbiamo imparare a integrare entrambi gli aspetti. E quando l’avremo fatto avremo anche qualcosa da trasmettere ai manager laici. Perché il paradosso di oggi è che molte aziende parlano di responsabilità sociale, vedono che c’è qualcosa che manca nel loro modello…”.

Il percorso sulla sinodalità può essere una scuola di questo?

“Assolutamente. Il fatto che miri a coinvolgere chi sta ai margini, il desiderio di convergere includendo la voce di tutti è qualcosa di importante. In tutte le società oggi vediamo crescere le polarizzazioni, ci si guarda come nemici, c’è meno tolleranza per chi ha visioni diverse. Il processo sinodale può fare molto per elaborare un modello che tenga insieme leadership e dialogo, un modo collaborativo di portare avanti la propria missione”.

Che cosa dice in particolare alle Chiese dell’Asia il percorso sinodale?

“Le Chiese dell’Asia devono migliorare il dialogo al proprio interno. Per ragioni culturali - ma a volte anche a causa di un modo molto tradizionale di vivere la Chiesa - c’è poca corresponsabilità dei laici. Anche se vanno a Messa molto di più che in Europa, molti laici dell'Asia pensano che essere cattolici si fermi lì, attendono dai pastori indicazioni su che cosa devono fare. Questo deve cambiare. Occorre più collaborazione. Ma anche il clero e i religiosi in Asia devono cambiare, aiutando tutti a far sentire la propria voce. Sarà importante che al meeting continentale verso il Sinodo siano presenti anche i cristiani comuni, non solo vescovi, sacerdoti, religiosi, laici con un ruolo assegnato. Sarà importante che vi sia posto per chi viene dalle aree più dimenticate, per i poveri, per i giovani”.

In Asia quasi ovunque i cristiani sono una piccola minoranza: l’ascolto a cui chiama il papa coinvolgerà anche uomini e donne di altre religioni?

“Certamente. Anche se tecnicamente il percorso sinodale è un cammino di ascolto del popolo di Dio, compiere un discernimento significa ascoltare tutte le voci nella società. Non possiamo escludere i poveri, gli emarginati, le altre religioni, persino la voce del creato che oggi grida. Il sensum fidei del popolo di Dio nasce da qui: non è dire quello che penso io, ma ascoltare la Parola di Dio e il mondo che ci circonda per leggere i segni dei tempi”.

L’Asia vive questo cammino mentre è ancora segnata profondamente dalla pandemia.

“Il molti Paesi le celebrazioni delle Messe sono ancora on line; io stessa solo a Roma ho potuto partecipare in presenza dopo tanti mesi. Certo una Messa on line è meglio che niente, ma dobbiamo moltiplicare gli sforzi perché la gente possa tornare a radunarsi insieme, anche quando questo può richiedere la fatica di procedure complesse da seguire. Inoltre la pandemia ha toccato in maniera profonda la religiosità: ha sollevato domande sul senso della vita. Se la comunità religiosa non aiuta a dare risposte in molti perderanno interesse o cercheranno altre strade”.

Dove sogna di trovare le Chiese dell’Asia alla fine di questo Sinodo?

“Sogno una Chiesa sinodale, più viva nella sua missionarietà. Tante nostre nazioni oggi crescono economicamente, in maniera molto veloce ma senza equità, distruggendo l’ambiente, con tanta gente che perde i valori, con i giovani abbandonati. La Chiesa dell’Asia non può essere solo spaventata da tutto questo, fermarsi all’etichetta della comunità perseguitata. Deve trovare la strada per un dialogo dentro queste società vivendo la sua missione. E sono convinta che la corresponsabilità, accorciando la distanza tra gerarchie e laici, possa aiutare molto in questo”.

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