15/03/2016, 15.21
CINA
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Cina, i lavoratori dell’acciaio si uniscono ai minatori in sciopero

Nella provincia dell’Heilongjiang migliaia di scavatori incrociano le braccia per chiedere gli stipendi arretrati. E nello Shanxi i fonditori minacciano azioni legali contro i datori di lavoro. Per ora il governo centrale rimane a guardare, ma c’è il rischio di una massiccia repressione. A rischio milioni di posti di lavoro.

Pechino (AsiaNews) – I lavoratori delle acciaierie dello Shanxi si sono uniti ai minatori dell’Heilongjiang in uno sciopero per chiedere stipendi arretrati e rassicurazioni sul futuro dei loro posti di lavoro. Nel mirino non soltanto la corruzione dei vertici delle aziende di Stato, che “fanno sparire” mesi di salari, ma anche l’annuncio del governo centrale mirato a tagliare l’occupazione nell’industria pesante.

Migliaia di minatori della provincia settentrionale hanno incrociato le braccia dalla scorsa settimana. Anche se le dimensioni della protesta si sono ridimensionate dopo l’annuncio del governatore Lu Hao, che ha assicurato “a breve” il saldo degli arretrati, continuano a rimanere in strada con le famiglie. Fonti locali dicono al South China Morning Post di aver assistito a diversi arresti, mentre le strade di Shuangyashan – sul confine russo – sarebbero pattugliate da agenti anti-sommossa.

A loro si sono uniti gli operai della Tonghua Iron and Steel, anche loro senza salario da diversi mesi. I governi provinciali hanno avvertito che “non tollereranno dimostrazioni violente o l’interruzione di pubblico servizio” e hanno parlato di “risposta ferma” nei confronti dei violenti. Tuttavia, per ora, le autorità sembrano intenzionate a lasciare correre. Alcuni analisti sottolineano però che la corda “non va tirata troppo. Si rischia una repressione massiccia”.

Alla base delle proteste non vi è soltanto il mancato pagamento. Aprendo l’incontro annuale dell’Assemblea nazionale del Popolo – incaricata di ratificare un nuovo piano quinquennale – il premier Li Keqiang ha annunciato infatti una ristrutturazione delle aziende di Stato che prevede la perdita di almeno due milioni di posti di lavoro (che potrebbero divenire sei, secondo alcuni analisti internazionali).

I sussidi offerti per gli esuberi dei settori dell’acciaio e del carbone sono pari a quasi 14 miliardi di euro ma anche le impoverite regioni interessate dovranno contribuire con una quota perché la speranza della leadership è quella di proporre ai lavoratori corsi di aggiornamento e reimpiegarli sullo stesso territorio.

La Cina ha più o meno 150mila aziende statali che impiegano un totale di 30 milioni di persone. Molte di queste sono le cosiddette “aziende zombie”, ovvero aziende tenute artificialmente in vita dai governi locali per evitare che si sgonfino i dati del Prodotto interno lordo e della disoccupazione regionale.

Un problema che la Repubblica popolare ha deciso di affrontare annunciando la chiusura di quegli stabilimenti che producono acciaio, carbone, alluminio, cemento e vetro e che spesso sono anche tra le maggiori cause dell’inquinamento di suolo, acqua e atmosfera. Tim Condon, capo economista di ING Asia, spiega: “Il governo è serio nel voler trasformare l’economia ristrutturando l’industria. Una manciata di manifestazioni non li fermerà”.

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