30/11/2022, 08.59
RUSSIA
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I calmucchi sognano ‘l’Unione eurasiatica del Volga’

di Vladimir Rozanskij

Tensioni territoriali tra la Repubblica russa di Calmucchia e la regione di Astrakhan. Contesi più di 4mila kmq, soprattutto di steppa. Le avventure belliche di Putin rischiano di sbriciolare la Federazione russa: le minoranze etniche si preparano.

Mosca (AsiaNews) – Nella regione russa di Astrakhan sul Volga si scontrano due diversi movimenti separatisti, quello dei Calmucchi e quello dei Nogai. La “Dichiarazione di indipendenza della Calmucchia” diffusa a fine ottobre ha scatenato un ampio dibattito tra le varie frange di questi due varianti di etnie mongoliche, di diversa tradizione e antichità, che i russi non sono riusciti mai a sottomettere completamente.

L’oggetto della contesa è proprio il destino del territorio del delta del Volga di Astrakhan, dove il grande fiume russo si espande generando il mar Caspio, il confine più evidente tra Europa e Asia, che i Nogai rivendicano come la propria zona originaria. Tutte le regioni meridionali attraversate dal Volga si confrontano da secoli, e anche in tempi sovietici e successivi non sono mancate le contese giuridiche tra Calmucchia e regione di Astrakhan per il controllo di diverse aree.

Sono contese soprattutto tre parti della steppa quasi disabitata al confine tra varie regioni, per una superficie complessiva di 4mila chilometri quadrati, per le quali sono tuttora in corso procedure giudiziarie a livello federale. Le pretese dei separatisti calmucchi sono ancora più estese, e riguardano quasi tutta la regione di Astrakhan, come molti hanno rimarcato al Congresso oirato-calmucco di Elista nel 2021. Diversi intervenuti hanno ricordato in quella occasione le ampie zone delle vallate di Dolbansk e Privolshkoe, sottratte ai calmucchi per agevolare le deportazioni staliniane, che sono importanti accessi all’acqua potabile per tutta le regione.

Uno dei più attivi esponenti dei separatisti calmucchi, Erentsen Doljaev, scrive sul suo canale Telegram per giustificare in ogni modo lo slogan “La regione di Astrakhan è Calmucchia!”. Il politico liberale Batyr Boromangaev spiega che “per comprendere questa richiesta servono tanti argomenti storici, culturali e perfino linguistici”, riferendosi alle diverse definizioni e interpretazioni tra russi e etnie locali, tra cui non mancano i tedeschi del Volga, stabilitisi in queste zone a varie riprese.

Diversi territori sono stati “perduti” o “sottratti”, a seconda delle sfumature di senso, in tempi passati, lontani e recenti. I sovietici hanno risistemato queste zone spesso senza tener conto dei riconoscimenti o delle distinzioni del periodo zarista, fino a stabilire nel 1958, dopo Stalin, la repubblica autonoma di Calmucchia, privata di molte aree assegnate ad Astrakhan, Volgograd e altre regioni confinanti. Secondo Boromangaev, “sono le autorità federali che devono decidere la restituzione di queste terre, dove vivevano i nostri progenitori”.

Gli attivisti di entrambe le parti sottolineano che la Federazione russa è l’erede dell’Unione sovietica, e pare in realtà che voglia perpetuarne le ingiustizie e le repressioni etniche, un fattore che diventa più evidente a fronte della guerra in Ucraina. Il politico calmucco ricorda anche che nei territori sottratti passa il condotto petrolifero del consorzio del Caspio, i cui proventi finiscono tutti ad Astrakhan.

Boromangaev afferma che “è ormai evidente che la Russia sta crollando, per colpa di Putin e della sua banda di avventurieri, e in queste condizioni è urgente la creazione di nuovi Stati indipendenti, che affondino le proprie radici nella storia e abbiano solide basi economiche”. Gli attivisti insistono sull’apertura alle relazioni e al diritto internazionale, a partire dalle nazioni e istituzioni più vicine come il Kazakistan, la stessa Ucraina e l’intera Europa.

Alcuni sperano che questo processo, rimettendo in ordine le rispettive zone di competenza, possa addirittura favorire una futura “nazione unitaria” di Calmucchia e Astrakhan, magari aprendosi a tatari, bashkiri, daghestani o altri in una nuova “Unione eurasiatica del Volga”, come qualcuno ha proposto di chiamarla.

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