09/01/2006, 00.00
VATICANO
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Il Papa: la pace ferita da terrorismo, egoismi e mancanza di libertà

Nel discorso ai diplomatici Benedetto XVI parla 2 volte della Terra Santa, evoca il pericolo dello scontro di civiltà, lamenta la mancanza di libertà religiosa in Paesi come la Cina, condanna il commercio di armi ed esseri umani. La necessità di rispettare la libertà di informazione.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La pace è "impedita o ferita o minacciata" in tante parti del mondo. Ne sono nemici, accanto a situazioni di conflitti antichi, come in Medio Oriente, il pericolo di uno scontro di civiltà, obiettivo del terrorismo, gli ostacoli al diritto all'informazione, ma anche la fame e la corsa agli armamenti e soprattutto le violazioni della libertà religiosa, che avvengono anche in Paesi di "tradizioni culturali plurisecolari", e il pensiero corre alla Cina. E' uno quadro preoccupato quello che Benedetto XVI ha dipinto oggi del mondo nel discorso che ha rivolto ai rappresentanti dei 177 Stati e organismi internazionali con i quali la Santa Sede ha rapporti diplomatici. Ed anche se il Papa ha chiamato per nome solo pochissimi regioni: Medio Oriente, Terra Santa, i Grandi Laghi, le ombre sono apparse assai superiori alle luci.

In questo quadro spicca in particolare la Terra Santa, "punto nevralgico della scena mondiale", indicata una volta con tale nome per affermare il diritto di Israele a "poter sussistere pacificamente" e quello del "Popolo palestinese" a poter votare per sviluppare le proprie istituzioni democratiche, ed un'altra volta come "la terra dove è nato Gesù", per rivolgere il pensiero al Libano, "la cui popolazione deve ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà internazionale, la sua vocazione storica alla collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di diversa fede".

Benedetto XVI ha articolato il suo lungo intervento, nella Sala Regia del Palazzo apostolico, intorno alla "verità". Essa è "l'anima della giustizia" e quindi spinge a "rifiutare la legge del più forte" ed al rispetto "delle persone, di ogni popolo, di ogni cultura". "E quando questi aspetti, distinti e complementari – la diversità e l'uguaglianza – sono conosciuti e riconosciuti, allora i problemi possono risolversi ed i dissidi ricomporsi secondo giustizia". Quando invece "uno di essi viene misconosciuto o non tenuto nel debito conto, è allora che subentra l'incomprensione, lo scontro, la tentazione della violenza e della sopraffazione. Quasi con evidenza esemplare – ha aggiunto - tali considerazioni mi sembrano applicabili in quel punto nevralgico della scena mondiale, che resta la Terra Santa. In essa lo Stato d'Israele deve poter sussistere pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il Popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e prospero".

Parte non a caso dalla riflessione sul Medio Oriente, ma si allarga al "contesto mondiale" il  riferimento al pericolo dello scontro di civiltà, del quale Benedetto XVI aveva parlato già da cardinale. "Il pericolo – ha detto oggi - è reso più acuto dal terrorismo organizzato, che si estende ormai a livello planetario. Numerose e complesse ne sono le cause, non ultime quelle ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni religiose". "Nessuna circostanza – ripete anche oggi il Papa - vale a giustificare tale attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale".

Nell'impegno per la verità, al quale il Papa chiama anche la diplomazia, Benedetto XVI colloca anche il progresso degli scambi culturali e quindi la libertà di informazione, anche via internet. "Ciò che oggi si richiede – afferma infatti - è, anzitutto, che si tolga ogni ostacolo all'accesso all'informazione a mezzo della stampa e dei moderni mezzi informatici".

Ma l'impegno per la verità, ed è il secondo aspetto evidenziato dal Papa, "dà fondamento e vigore al diritto di libertà". Fondamentale, egli afferma, è la libertà religiosa. E "purtroppo in alcuni Stati, anche tra quelli che pure possono vantare tradizioni culturali plurisecolari, essa, lungi dall'essere garantita, è anzi gravemente violata, in particolare nei confronti delle minoranze". Implicito, ma evidente, il riferimento alla Cina.

Il terzo enunciato: "l'impegno per la verità apre la via al perdono ed alla riconciliazione" ha dato a Benedetto XVI l'occasione per riconoscere, sulla scia di Giovanni Paolo II, che "anche da parte di membri e di istituzioni" della Chiesa cattolica "sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige l'impegno per la verità". Ricordando "le parole luminose di Giovanni Paolo II: 'Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono'", Benedetto XVI le ripete "ai responsabili delle Nazioni, in particolare di quelle dove più brucianti sono le ferite fisiche e morali dei conflitti e più impellente il bisogno di pace. Il pensiero va spontaneamente alla terra dove è nato Gesù Cristo, il Principe della Pace, che per tutti ha avuto parole di pace e di perdono; va al Libano, la cui popolazione deve ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà internazionale, la sua vocazione storica alla collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di diversa fede; e va a tutto il Medio Oriente, in particolare all'Iraq, culla di grandi civiltà, in questi anni quotidianamente funestato da sanguinosi atti terroristici. Esso va all'Africa, e soprattutto a Paesi della Regione dei Grandi Laghi, dove ancora si sentono le tragiche conseguenze delle guerre fratricide degli anni passati; va alle inermi popolazioni del Darfur, colpite da esecrabile ferocia, con pericolose ripercussioni internazionali; va a tante altre terre, in diverse parti del mondo, che sono teatro di cruenti contese".

E se, infine, pace "non è solo il silenzio delle armi", "non si può dire pace, là dove l'uomo non ha nemmeno l'indispensabile per vivere in dignità". Così è per coloro che soffrono la fame, per i rifugiati e i profughi, per gli emigranti, per le vittime della "piaga del traffico di persone, che resta una vergogna del nostro tempo". "Non è pace, laloro, anche se non sono in guerra: della guerra, anzi, essi sono vittime inermi",

Il pensiero alle "emergenze umanitarie" viene legato da Benedetto XVI  al traffico delle armi. "Sulla base di dati statistici disponibili si può affermare che meno della metà delle immense somme globalmente destinate agli armamenti sarebbe più che sufficiente per togliere stabilmente dall'indigenza lo sterminato esercito dei poveri. La coscienza umana ne è interpellata. Alle popolazioni che vivono sotto la soglia della povertà, più a causa di situazioni dipendenti dai rapporti internazionali politici, commerciali e culturali, che non a motivo di circostanze incontrollabili, il nostro comune impegno nella verità può e deve dare nuova speranza". (FP)

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