04/02/2010, 00.00
INDONESIA
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Jakarta, la Corte costituzionale valuterà emendamenti alla legge sulla blasfemia

di Mathias Hariyadi
Ong e attivisti per i diritti umani chiedono cambiamenti a una norma “discriminatoria”, che non rispetta lo spirito democratico e la Costituzione. L’ala moderata e il governo, insieme ai fondamentalisti, contrari a una modifica del testo. E spiegano: è necessaria per preservare la purezza dell’islam.
Jakarta (AsiaNews) – Nei prossimi giorni la Corte costituzionale indonesiana valuterà se inserire emendamenti alla legge sulla blasfemia. La diatriba ha già sollevato polemiche fra quanti vogliono mantenere invariato il testo e gli attivisti per i diritti umani in rappresentanza di varie Ong, che chiedono modifiche per garantire “la piena libertà religiosa”. Anche le organizzazioni musulmane moderate si sono schierate a difesa della normativa, per preservare i precetti della fede – spiegano – da “interpretazioni deviate”.
 
In Indonesia, la nazione musulmana più popolosa al mondo, sono riconosciute a livello ufficiale solo cinque religioni: islam, cattolicesimo, protestantesimo, buddismo e induismo. Solo nel 2001 si è aggiunto il confucianesimo, in seguito alla battaglia promossa dall’ex presidente – morto il 30 dicembre scorso – Adburrahman “Gus Dur” Wahid.
 
La legge sulla blasfemia, in particolare, proibisce chiunque dal manifestare – in maniera pubblica e deliberata – sentimenti di ostilità, odio e disprezzo contro le religioni. La pena comminata in caso di violazione prevede un massimo di cinque anni di carcere. Essa è utilizzata soprattutto per colpire le minoranze che non si uniformano all’ortodossia islamica, fra cui la setta degli ahmadi, e bolla i fedeli di altre religioni non riconosciute come “eretici”.
 
Attivisti per i diritti umani chiedono emendamenti a una norma che considerano “discriminatoria” e “contraria allo spirito democratico” di un Paese che – come previsto dalla Costituzione del 1945 – protegge libertà religiosa e parità di diritti fra i cittadini. Diversi membri di organizzazioni per la pace e i diritti umani definiscono la legge sulla blasfemia del 1965 un serio ostacolo alla libertà di culto e allo spirito pluralista della nazione. Per questo nel novembre 2009 il gruppo Advocacy Alliance for Freedom of Religion, sostenuto da ong e attivisti per il dialogo interreligioso, ha depositato una richiesta ufficiale alla Corte costituzionale in cui si chiede di emendare la norma.
 
Tuttavia, l’iniziativa degli attivisti è osteggiata dalla frangia fondamentalista indonesiana e da organizzazioni che promuovono una visione solitamente moderata dell’islam, come il Muhammadiyah e il Nahdlatul Ulama (Nu). In un incontro con gli studenti di Jakarta, Kiai Hajj Hasyim Muzadi, presidente di Nu, chiarisce di essere contrario a “ogni iniziativa per emendare l’attuale legge”. Egli aggiunge che è necessario “fare una divisione fra democrazia e deviazione morale”. La scorsa settimana Din Syamsuddin presidente di Muhammadiyah, ha sottolineato che un cambiamento potrebbe “istigare il disordine sociale”.
 
Suryadharma Ali, Ministro per gli affari religiosi, ricorda che la norma assicura l’armonia sociale fra le diverse fedi (riconosciute) nel Paese e puntualizza: “l’islam è aperto a diverse interpretazioni, ma non si possono toccare i punti fondamentali della fede e della dottrina”. Un riferimento, nemmeno troppo implicito, a quelle che vengono bollate come “interpretazioni deviate” promosse da alcune sette considerate “eretiche”, fra cui gli ahmadi.
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