29/08/2007, 00.00
TURCHIA
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L’elezione scontata di Gul, le promesse e i problemi aperti

di Mavi Zambak
L’opinione pubblica turca è divisa oggi fra entusiasti e delusi. Alcuni temono l’inizio di conflitti e attriti fra laici e religiosi; altri vedono nel nuovo presidente un riconciliatore. Ma qualche dubbio rimane.

Ankara (AsiaNews) – Le elezioni di ieri che hanno consacrato Abdullah Gul nuovo capo di stato non hanno sorpreso nessuno. L’AKP, il partito filoislamico al governo, ha continuato a proporre il suo candidato e con il voto compatto dei 339 deputati ha vinto un boicottaggio che durava da 4 mesi. I Lupi Grigi, che avevano assicurato il loro appoggio, hanno insistito col dare il loro voto al proprio candidato. Ciò è interpretato come un segno positivo: essi non si rispecchiano in questo rappresentante dello Stato, accondiscendente, liberale e pacifista, con gli occhi puntati verso l’Europa. Il partito repubblicano di Ataturk, il CHP, il maggiore partito all’opposizione con 110 deputati in parlamento,  si è astenuto. Gul, da parte sua, ha giurato che egli sarà il presidente di “tutti i turchi”.

Oggi in Turchia l’opinione pubblica è divisa in due: gli entusiasti, che considerano queste elezioni una grande vittoria, un passaggio ad una nuova epoca storica, ad una nuova repubblica che saprà realizzare una moderna democrazia che porterà ad una più piena e vera libertà; e i delusi che guardano a questo risultato come una scottante sconfitta al nazionalismo e alla laicità voluta da Ataturk e l’inizio di un periodo buio e faticoso.

I militari intanto scalpitano e per protesta non hanno partecipato né al discorso presidenziale in parlamento, né alla cerimonia di ingresso alla casa presidenziale. Anzi, anticipando di tre giorni il discorso ufficiale in occasione della festa della Vittoria del 30 agosto, il generale Buyukanit, rappresentante del potere supremo militare, senza remore, ha affermato a mo’ di ammonizione che “contro la laicità della nazione si stanno mettendo in atto piani subdoli che di giorno in giorno emergono sotto forme diverse (…) ma contro queste forze oscure che vogliono soffocare il nazionalismo e la laicità di Ataturk, noi – i militari – lavoreremo per giungere ad un futuro luminoso con la luce della scienza e dell’intelligenza”.

Gli analisti affermano che essi hanno paura di perdere potere e influenza. In effetti, nel progetto di questo nuovo parlamento e governo - i cui ministri saranno eletti oggi pomeriggio – si vuole riformulare la Costituzione. Fra gli articoli da cambiare e abolire c’è anche il 145, che attribuisce al potere militare la facoltà di giudicare i politici.

Altri articoli da riformare: quello che proibisce l’ingresso alle donne velate nei luoghi pubblici e nelle scuole superiori e universitarie; quello che non consente l’insegnamento scolastico in curdo.

Il nuovo presidente ha proclamato con enfasi: “In ogni situazione dobbiamo essere padroni della nostra libertà: essa è la nostra ricchezza e la nostra forza”. La frase riportata oggi a caratteri cubitali su tutti i quotidiani. Ma le ombre e le preoccupazioni restano.

Mehmet Ali Birand, giornalista del quotidiano nazionale più diffuso, Posta, oggi si domanda: “Sarà l’inizio di un periodo di riconciliazione o piuttosto di attriti e discordie tra laicità e religiosità?”.

“Sicuramente – scrive – per la prima volta sulla sedia del potere si è seduto un uomo “diverso”. Ma in cosa consiste questa diversità? Da come lo abbiamo visto muoversi questi anni, non possiamo affermare che sia un fanatico religioso”. Iin effetti va ricordato che Gul è l’unico che per primo ha cercato di calmare gli animi accesi dei politici al governo, dopo il discorso di Benedetto XVI a Regensburg; è l’unico ad essere riuscito più volte a conciliare le aspettative dell’Europa con le esigenze della Turchia, sia sui diritti umani, sia nelle crisi diplomatiche, come tra Cipro nord e sud; ed è lui che ha saputo destreggiarsi nella guerra in Irak e bloccando l’intervento della Turchia, e rimanendo membro della Nato e amico dell’America. Birand afferma: “Gul non è l’uomo delle polemiche, l’uomo che cerca lo scontro, ma piuttosto un politico che tende alla riconciliazione, al compromesso, che sa  mantenere il controllo di sé e rimane imparziale. Per questo credo che tra tutti i membri dell’AkP Abdullah sia l’uomo giusto, l’uomo che saprà darà un nuovo taglio alla democrazia turca e al concetto di libertà”.

I dubbi, comunque, rimangono.

“Allah non mi faccia svergognare”, sono le parole conclusive del toccante discorso di Gul, ricco di buoni propositi e promesse. Questo capo di Stato, a cui toccherà il compito di firmare e approvare leggi che influenzeranno la vita quotidiana e il futuro di 70 milioni di abitanti, saprà essere fedele al suo ufficiale giuramento di imparzialità e di difesa dei diritti e della libertà di tutti? Le minoranze etniche e religiose ci sperano. Le questioni spinose ancora aperte sono molte. Per ora tutti tirano un sospiro di sollievo dopo questi mesi di travaglio e poi si vedrà.

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