02/08/2011, 00.00
CINA
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La globalizzazione è l’arma della repressione in Cina

di Wei Jingsheng
Unire i mercati e aprire le frontiere ha avuto indubbiamente grandi benefici per il mondo, ma non per quelle nazioni che – come la Cina – esercitano in modo autoritario il potere e lo sviluppo economico. Senza la democrazia e l’equità sociale Pechino crollerà. L’analisi del grande dissidente cinese.
Washington (AsiaNews) - In che modo la Cina può salvarsi da se stessa? Esiste una lunga serie di ipotesi. Sono tutte molto ragionevoli, ma la maggior parte di esse si focalizza su un unico aspetto. Alcuni amici sottolineano che questa salvezza può venire soltanto se corredata da una riforma politica, o dalla riforma e rivoluzione dell’intero sistema sociale, di cui il punto centrale e critico è la riforma del sistema economico. Altri amici, davanti a questa domanda, risponderebbero subito: Deng Xiaoping si è impegnato in una grande riforma economica, 30 anni fa, e questa non ha funzionato. In effetti, il vulnus è nel fatto che esistono diverse tipologie di sistemi economici. Se la riforma non tocca il giusto tipo di sistema, allora il risultato che si ottiene è totalmente incongruo.

Mettendola in maniera semplice, anche se Deng Xiaoping ha rimosso l’economia pianificata tanto cara a Mao Zedong (sottoposta di fatto a un monopolio onnicomprensivo), si è limitato a modificarla in una varietà di semi-mercato, monopolizzato dai burocrati. L’economia pianificata maoista e il monopolio burocratico sono i due estremi di una stessa medaglia. Dal punto di vista dei benefici economici che il popolo riceve – o per dirla come si dice in Cina “dalla prospettiva della distribuzione” – il primo sistema applica un estremismo economico in sostanza egualitario, mentre il secondo è estremamente scorretto. Ed entrambi non si avvicinano neanche all’obiettivo, il bilanciamento. In altre parole, il miglior sistema economico dovrebbe essere una bilancia fra equità, opportunità ed efficienza; non un estremo a caso.

Parlando in maniera più pratica, lo sviluppo economico e sociale deve essere efficiente e in grado di mobilitare l’entusiasmo della popolazione, in particolar modo di coloro la cui capacità di contribuire allo sviluppo sia relativamente più forte rispetto agli altri. Questa situazione richiede un certo livello di disavanzo fra i ricchi e i poveri: esso serve a dare a chi combatte per migliorarsi la soddisfazione – fisica e psicologica – di aver superato il livello degli altri. Questa disparità è infatti la parte positiva del concetto “permettere ad alcuni di divenire ricchi prima degli altri”.

La lezione più importante che viene dagli occidentali che hanno sviluppato un’economia di mercato è il fatto che questi non abbiano prestato attenzione alla differente distribuzione del benessere durante il primo periodo di questo mutamento. Questa differenza fra ricchi e poveri causa non soltanto un’instabilità economica, ma mette a rischio lo stesso sviluppo economico dato che non permette l’affermazione di un vero mercato interno. Nonostante esistessero molte variabili economiche – come la corruzione e il lusso estremo come suppellettili – queste economie di mercato non sono state in grado di regolare l’aspetto più importante dei piccoli mercati. E come risultato, le prime economie coloniali si sono trasformate in importanti regolatori per l’alba del capitalismo moderno; seguiti però da un’ondata di instabilità sociale crescente subito dopo l’inizio della prima Guerra Mondiale. Una causa che distrusse gli obiettivi raggiunti dagli sviluppi economici.

Dopo i due conflitti planetari, la popolazione si è gradualmente svegliata. Sia la correttezza che l’efficienza sono state riconosciute come le gambe su cui poggiano lo sviluppo sociale ed economico. Non si può fare a meno di una delle due. Una società di ingiusta distribuzione diventa come una persona zoppa: non riesce a camminare in maniera veloce e può cadere in terra con facilità. Un’economia di mercato “pura”, invece, permetterebbe alla natura del mercato (non umana né razionale) di dominare l’essere umano: fa vincere l’economia sull’uomo. E, di conseguenza, quei pochi che dominano il mercato diventano in maniera graduale sempre meno umani, mentre il resto della razza viene schiacciato e dominato. Si arriva a vivere in quella società fatta di cavalli e aratri umani descritti da Marx.

Il modo per cambiare questa situazione è fare sì che i governi si mettano in testa di regolare la distribuzione, in uno sforzo per controllare la bilancia fra questa e lo sviluppo che guardi ai bisogni delle popolazioni locali e a quelli del livello economico che si vuole raggiungere; oppure trovare il bilanciamento fra efficienza ed equità. Questo è stato l’approccio “democratico” dell’economia che si è sviluppato dopo la guerra. Vista in superficie, la II Guerra mondiale è sembrata la battaglia finale fra democrazia e autoritarismo. Invece è stata la battaglia finale fra un sistema economico e sociale di sviluppo bilanciato e un sistema economico e sociale di tirannia improntata sulla massima efficienza.

Dopo la vittoria gli occidentali hanno capito meglio l’importanza di mettere in pratica delle politiche democratiche. Senza queste, infatti, non sarebbe possibile regolare l’economia di mercato e quindi mantenere un bilanciamento fra correttezza ed efficienza. Il cosiddetto “socialismo marxista”, molto popolare dopo il conflitto, era un sistema di uguaglianza assoluta retto da una dittatura. La Storia ha provato che si trattava di un sistema relativamente inefficiente. E questo ha fatto in modo che crollasse dopo un secolo, incapace di competere con i mercati più liberi. La metà degli esperimenti sociali del marxismo sono iniziati camminando con molta esitazione verso la democrazia, mentre l’altra metà si è buttata sull’estremo opposto in maniera diretto. E questo estremo era il capitalismo burocratico, che usava gli indicatori economici come l’unico obiettivo da raggiungere: il cosiddetto “modello Cina”.

Forse Deng Xiaoping non era marxista, ma era quanto meno leninista e di sicuro stalinista. Il suo unico obiettivo è stato quello di mantenere la dittatura comunista monopartitica al potere. Di conseguenza, dopo il fallimento del sistema di Mao Zedong e non volendo mollare il potere, non ha permesso alla Cina di muovere verso la democrazia. Non importa a quale prezzo. In questo modo, però, è stato costretto ad accettare l’unico sistema economico in grado di sostenere la dittatura del Partito unico, ovvero il capitalismo monopolizzato dalla burocrazia. Deng ha sperato vanamente che la competizione altamente efficiente di questo sistema avrebbe sconfitto la democrazia, mantenendo la nazione sotto il dominio comunista. Va detto che questo “modello Cina” non è proprio unico nella storia. Prima del secondo conflitto mondiale, sia la Germania che il Giappone hanno messo in atto dei monopoli capitalisti molto simili a quello cinese. La ragione per il fallimento di questi sistemi è stato il mercato interno insufficiente: la base teoretica di Adolf Hitler era il “lebensraum”, ovvero “espandersi per trovare lo spazio vitale”.

Come ha fatto Deng Xiaoping ha risolvere questo problema? Il movimento della globalizzazione lanciato dai capitalisti degli Stati Uniti ha fornito un’opportunità inaspettata. Le basi teoretiche di questo movimento non erano nuove. Era la teoria del mercato universale, disegnata agli albori del capitalismo moderno da Adam Smith e David Ricardo. Dato che il motivo che spinge i capitalisti è mirato alla massimizzazione del profitto, devono raggiungere due condizioni: la prima è il basso costo del lavoro, la seconda è un mercato dai prezzi alti. In uno sviluppo democratico queste due condizioni non possono coesistere. Tuttavia, quando un’economia mette in contatto ricche democrazie con tirannie povere, ecco che la coesistenza si può raggiungere.

Deng Xiaoping e Zhao Ziyang hanno notato questo tipo di modello e il successo relativo che ha ottenuto in alcune piccole nazioni, e lo hanno applicato su una scala più ampia: non solo la Cina ma anche l’Occidente. Il punto cruciale di questo modello, la chiave del suo “successo”, è permettere la connessione del “libero mercato” fra nazioni democratiche e nazioni autoritarie. Quindi l’ampio mercato delle nazioni democratiche è in grado di compensare il minuscolo mercato delle economie autoritarie, nello stesso modo in cui le colonie compensavano le nazioni colonizzatrici durante i primi anni del capitalismo. La differenza fra i sistemi sociali di queste nazioni ha prodotto il crollo di alcuni prezzi.

È grazie a questa disparità che le multinazionali sono riuscite e riescono a guadagnare profitti in eccesso. Ed è anche la causa che le spinge a fare lobby all’interno delle nazioni democratiche per proteggere gli Stati autoritari. A questo gioco non partecipa soltanto la Cina: basta guardare come si è comportato l’Occidente con la Rivoluzione dei gelsomini in Africa settentrionale per capire come queste multinazionali siano state abili a manipolare la situazione. Queste azioni illustrano inoltre il mito dei “capitalisti migliori alleati delle democrazie”, un mito che crolla davanti al profitto. Quindi non deve sorprendere la repressione in Cina: la somma dei profitti che si possono ottenere in Cina eccede di molto quello ottenibile dalle nazioni nordafricane. Quindi quando sentiamo alcuni capitalisti dire che sostengono la democrazia in Cina pensiamo ai maiali che volano e alle tartarughe che scalano gli alberi.

Dominati dai profitti, gli industriali dell’Occidente si spingono a cercare di convincere i propri politici a vendere gli interessi delle proprie nazioni, per non parlare degli interessi delle popolazioni di altre nazioni. Questo è quello che si intende quando si parla di “globalizzazione” e “raggiungere gli standard internazionali”: un argomento di cui continuerò a parlare.
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