09/06/2026, 13.42
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Mons. Berardi: ‘precarietà e preoccupazione’, cristiani del Golfo tra i più colpiti dalla guerra

di Dario Salvi

Ad AsiaNews il vicario d’arabia parla di “incertezza e fragilità” causate dal conflitto fra Israele (e Stati Uniti) e l’Iran. La comunità migrante guarda sempre più ai Paesi dove vivono come a un “passaggio”. La difficoltà nel mettere radici e costruire una presenza stabile. La tregua aveva illuso su un possibile ritorno alla “normalità”, ma Bahrein e Kuwait colpiti ancora nei giorni scorsi da nuovi attacchi. 

Milano (AsiaNews) - Un senso di “precarietà” unito alla ”preoccupazione” per un futuro che appare “incerto” spinge i cristiani d’Arabia, in larghissima maggioranza migranti dall’Asia, a considerare la loro presenza negli Stati del Golfo come una sorta di “passaggio” verso nuove terre in futuro. È quanto racconta ad AsiaNews il vicario apostolico dell’Arabia settentrionale mons. Aldo Berardi, sacerdote dell’Ordine della Santissima Trinità e degli Schiavi, da oltre tre anni alla guida di un territorio complesso ma ricco nella diversità, che più di altri paga il prezzo della guerra. Una difficoltà nel piantare radici e legarsi al Paese di migrazione emersa con crescente evidenza in questi ultimi mesi, caratterizzati dal conflitto lanciato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Coi venti di guerra che sono tornati a soffiare impetuosi nei giorni scorsi a dispetto della fragile tregua, e che hanno investito con particolare forza Kuwait e Bahrein, il cuore pulsante del vicariato del Nord.

Incertezza e fragilità

Lo abbiamo raggiunto al telefono durante uno degli spostamenti fra i Paesi del Golfo: nei prossimi giorni è previsto il ritorno in Bahrein, dove ha sede il vicariato, seguito da un successivo viaggio in Kuwait per visitare l’ultima parrocchia. “Stiamo bene, anche se ogni tanto sentiamo il rumore delle bombe, delle sirene di allarme o i messaggi di allerta che vengono rilanciati sui telefoni cellulari in caso di attacchi”. Da gennaio, racconta mons. Berardi, “sono impegnato nelle visite pastorali, anche per incoraggiare i fedeli” davanti al dramma della guerra e agli sconvolgimenti che stanno insanguinando la regione. “Ho viaggiato a lungo in macchina in queste settimane - prosegue il prelato - e ho da poco ripreso gli aerei, ma il recente attacco allo scalo internazionale del Kuwait ha riproposto la questione sicurezza”. Il vicariato del Nord estende la propria giurisdizione su quattro Stati della Penisola, con situazioni diverse a livello sociale, politico e di libertà religiosa: Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, nazione quest’ultima in cui non è ammesso altro culto oltre l’islam ma in cui vi è - sotto traccia - una nutrita presenza cattolica.

Nel 2020 alla morte dell’ultimo vicario mons. Camillo Ballin, cui è succeduto come amministratore mons. Paul Hinder già vicario del Sud, si contavano quasi 2,8 milioni di battezzati su circa 43 milioni di abitanti. Il territorio diviso in 11 parrocchie, la sede è in Bahrein, ad Awali, dove sorge la cattedrale di Nostra Signora d’Arabia. “La guerra - racconta il vicario - ha sconvolto la vita di tutti: molti hanno perso il lavoro, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha bloccato beni e merci, le compagnie chiudono perché impossibilitate a lavorare, non pagano gli stipendi e costringono i lavoratori a rientrare nei Paesi di origine senza sapere se potranno ritornare. [Alcuni governi] hanno prolungato i visti nella speranza di mantenere una presenza, ma chi perde il lavoro e non viene pagato ritorna a casa”. I primi a fuggire, nelle fasi iniziali della guerra a fine febbraio, sono stati “europei e americani.

Qualcuno, soprattutto dall’Asia, sta cercando di rientrare nel Golfo, ma molte famiglie sono in difficoltà e valutano se farlo, perché è diffuso il timore che il cessate il fuoco possa crollare” come avvenuto nei giorni scorsi con attacchi incrociati fra Israele e Iran. “Viviamo in condizioni di grande fragilità - conferma - soprattutto in Kuwait e Bahrein che sono state colpite di nuovo, alimentando ulteriore instabilità”. La vita quotidiana è cadenzata da sirene e allarmi rilanciati dai telefonini, una condizione che per mons. Berardi è fonte di “stanchezza e fatica, specialmente nei bambini che non dormono, hanno paura e vedono stravolta la quotidianità, dalla scuola al catechismo. Stanno per iniziare le vacanze estive, ma quello che si conclude è stato un anno decisamente travagliato anche da un punto di vista educativo”. 

Crisi economica e sociale

“Il Bahrain ha sofferto molto, sul livello economico ha subito forti contraccolpi dal conflitto e per il blocco di Hormuz” osserva, mentre l’Arabia Saudita mostra segnali di ripresa perché può usare un oleodotto che aggira la chiusura e può contare su uno sbocco sul mar Rosso. Le perdite sono “controllate”, sottolinea, “ma molti progetti, anche quelli più faraonici, si stanno fermando per questioni di carattere finanziario. Il Kuwait ha subito pesanti attacchi, la chiusura del porto e dell’aeroporto colpito anche di recente, con vittime e diversi feriti. In molte zone - avverte - la gente è come se si sentisse in trappola e senza una via per fuggire”. Nelle scorse settimane la tregua parziale aveva illuso di un possibile ritorno “alla normalità, anche la vita delle parrocchie era ripresa regolarmente e abbiamo potuto celebrare i riti della Settimana Santa”. 

L’incertezza, avverte mons. Berardi, è legata anche al fatto che non sia possibile prevedere quando, né da dove arriveranno i raid e le minacce. “Qualche giorno fa - ricorda - è caduto un drone, parte di un attacco che è stato lanciato da gruppi [armati] sciiti dal territorio iracheno. Le informazioni non sono molte, vi sono le fonti ufficiali ma con l’escalation della scorsa settimana si è ripiombati in un quadro di incertezza e ci si interroga su cosa potrà succedere”. In riferimento ai negoziati in corso, a partire da quelli fra Stati Uniti e Iran, la sensazione è di “grande pessimismo, perché non riescono a mettersi d’accordo e i timori diffusi alimenta l’incertezza”.

La ripresa del conflitto ha poi rafforzato la stretta dei governi, che tendono a reprimere ogni minima forma di dissenso inasprendo i controlli, pur coltivando rapporti e legami anche con la comunità cristiana, come confermano gli incontri del vicario con i leader locali. Esemplificativi in questo senso la visita del principe ereditario del Bahrein alla cattedrale o il saluto con l’emiro del Qatar in occasione delle recenti festività islamiche. In una fase di profonde criticità anche all’interno del mondo musulmano - esasperate dal conflitto fra l’Iran sciita e le monarchie ed emirati sunniti del Golfo - il prelato definisce un “successo” l’Hajj, il pellegrinaggio maggiore alla Mecca da poco concluso. “In passato non sono mancati incidenti, problemi e casi di corruzione - racconta - ma quest’anno, pur in un quadro di guerra, si è svolto regolarmente” anche per il sistema di permessi e visti elaborato dalle autorità saudite. 

La fede oltre la paura

Per il vicariato d’Arabia e la Chiesa del Golfo, oggi, la sfida è riscoprire il senso di una missione che sia capace di superare incertezze, instabilità, guerra, problemi economici e migrazioni. “Una riflessione - osserva mons. Berardi - che le comunità devono fare e uno dei temi delle visite pastorali di queste settimane nelle varie realtà del vicariato”. Anche perché missili e droni non hanno minato la fede, come emerge dalle migliaia di comunioni, battesimi, cresime e conversioni da altre fedi (ad eccezione di quella islamica). Ciascun Paese è “diverso” e presenta “peculiarità differenti”, ma questo “non preclude una partecipazione sinodale” alla ricerca, al senso della missione in parrocchie e comunità con lingue, culture e riti anche distanti fra loro, laddove il rischio è quello della “dispersione”. “I fedeli hanno paura - racconta il vicario - ma vengono lo stesso in chiesa, nelle parrocchie come è avvenuto durante la Pasqua, con i luoghi di culto gremiti e messe celebrate anche in piena notte, con evidenti problemi nel garantire controlli e sicurezza”. 

Infine, il vicario d’Arabia sottolinea l’importanza dei richiami alla preghiera per la pace e il sostegno di papa Leone XIV ai cristiani del Medio oriente anche se, a volte, si tende a considerare “solo” la Terra Santa e i “cristiani orientali, dimenticando gli altri tre milioni” della regione. “Io stesso - ricorda - ho insistito perché la basilica in Kuwait e la cattedrale in Bahrein fossero collegati alla preghiera” guidata dal pontefice, per mostrare che “siamo presenti e partecipi”. Resta però un quesito irrisolto che riguarda “il senso della nostra vocazione qui, l’essere di passaggio con un futuro incerto, sebbene il numero rimanga considerevole a fronte di una popolazione residente che cambia ogni cinque o sei anni”. “È un posto di transito, di persone che cercano di migrare in altre nazioni in cui vi è maggiore stabilità, dove è possibile un futuro per i figli e le famiglie. La fisionomia delle comunità - osserva - sta cambiando: prima rimanevano 30, 40 anni e vi era maggiore stabilità mentre oggi vi è un cambiamento sociale e di prospettiva. Le nuove generazioni non accettano la mancanza di spazi, i limiti imposti nella vita quotidiana, e la guerra sembra aver accelerato questo processo mostrando così tutta la fragilità” di un territorio e delle sue fondamenta che non sembrano poi così salde.

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