Pakistan: scarcerati due cristiani accusati di blasfemia
La Corte Suprema li ha giudicati innocenti dopo 7 anni di detenzione. AsiaNews intervista la moglie di uno dei due, che racconta la storia dell'ennesima vittima di una legge iniqua: anni di minacce da parte dei fondamentalisti islamici, il sostegno della Fondazione John Joseph, la paura anche dopo la libertà.
Faisalabad (AsiaNews) Dopo 7 anni di detenzione per blasfemia due cristiani in Pakistan sono stati rilasciati, perché innocenti. Il 30 maggio scorso la Corte Suprema del Pakistan ha dichiarato Amjad Masih, 34 anni, e Asif Masih, di 30, non colpevoli, ordinando la loro immediata scarcerazione. La Corte di Faisalabad aveva condannato entrambi all'ergastolo nel 1999 per aver bruciato una copia del Corano, atto ritenuto "blasfemo" in Pakistan. Nel maggio 2003 l'Alta Corte di Lahore ha respinto il loro appello confermando il massimo della pena.
Per questioni di sicurezza Asif e Amjad non possono essere intervistati. AsiaNews ha parlato con Kausar Bibi, moglie di Amjad, e Sadiq Masih, il padre; i due parenti raccontano la storia di questi due cristiani, ennesime vittime di una legge ritenuta da molti un "arbitrario strumento di intimidazione".
"Nel febbraio 1999 inizia la sua storia Kausar - la polizia ha arrestato mio marito e Asif a Jhang, dove abitiamo, in relazione ad una banale lite. Quando abbiamo appreso la notizia ci trovavamo ad un matrimonio e siamo riusciti a raggiungere la stazione di polizia solo il giorno seguente". "Una volta arrivati continua Sadiq ci hanno detto che Amjad era stato trasferito al carcere centrale di Faisalabad, mentre Asif Masih era ancora lì, detenuto per reati minori. Allora abbiamo subito chiesto la cauzione per entrambi; dopo pochi giorni hanno notificato il rilascio su cauzione, ma una volta tornati in prigione le autorità carcerarie hanno rifiutato di farli uscire".
"Il problema era che la cauzione valeva solo per il caso di lite, che noi conoscevamo - spiega Sadiq - ma nel frattempo tutti e due erano stati accusati di "blasfemia" (sezione 295 B del Codice penale) per aver bruciato in cella una copia del Corano. 'Provate ad ottenere il rilascio su cauzione per un'accusa del genere, se volete liberarli' ci hanno detto in carcere".
"Per noi è stato uno shock enorme - racconta Kausar - non sapevamo come muoverci in questo campo, non ci era mai successo prima. Inoltre le nostre misere condizioni economiche non ci avrebbero potuto permettere di affrontare un caso così impegnativo".
La famiglia di Amjad si è allora rivolta al Bishop John Joseph Shaheed Trust (Fondazione del vescovo John Joseph "martire"), che le ha fornito un avvocato e un sostegno economico. Kausar riferisce inoltre che la Fondazione l'ha iscritta ad un corso di cucito e le ha comprato una macchina da cucire: "Così sono riuscita a guadagnare qualcosa per me e i miei figli, rimasti a Jhang". "Dopo aver presentato appello alla Corte Suprema, i miei quattro bambini - continua la donna hanno digiunato e pregato Dio per il loro papà".
Anche dopo la scarcerazione la famiglia di Amjad non è al sicuro. La moglie riferisce di intimidazioni e minacce ricevute negli ultimi anni da locali gruppi di fondamentalisti islamici e che l'hanno costretta a trasferirsi a casa di suo padre. Essere riconosciuti innocenti dalla legge non serve a calmare il furore religioso degli estremisti. Il presidente del Bishop John Joseph Shaheed Trust, Johnson Michael, sta provvedendo a trasferire tutti a Faisalabad, compreso Asif. La Fondazione si occuperà anche delle cure psicologiche di Amjad, al momento con problemi mentali dopo gli anni di detenzione, e di trovargli un lavoro. Prima dell'arresto Amjad era uno spazzino.
L'abolizione della legge sulla blasfemia è una battaglia che Chiesa e gruppi per i diritti umani in Pakistan portano avanti da anni. Introdotta nel 1986 arriva a comminare la morte per chi viene accusato di offendere Maometto. Purtroppo sempre di più questa norma si rivela strumento di ritorsioni in mano agli estremisti, che la usano per risolvere contese personali, tanto che tra i bersagli più colpiti vi sono gli stessi musulmani.
Foto del Bishop John Joseph Shaheed Trust




