12/01/2010, 00.00
CINA - TIBET
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Pechino: più aiuti al Tibet per garantirne la stabilità, mentre il governatore dà le dimissioni

Hu Jintao propone più investimenti nella regione. Ma esperti osservano che questi aiuti beneficiano soprattutto gli etnici han e che nel lungo termine non impediscono nuove proteste. Intanto Qiangba Puncog, che ha vissuto la repressione del 2008, si dimette.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Pechino vuole garantire la “stabilità nel lungo termine” in Tibet aumentando “gli investimenti e l’assistenza economica”. E’ quanto il presidente Hu Jintao ha indicato l’8 gennaio durante un incontro del Politburo centrale del Partito comunista sulla regione himalayana. L’incontro ad alto livello ha dato le indicazioni per il raduno del Congresso del popolo tibetano che si tiene dal 10 al 15 gennaio a Lhasa. Il governatore della regione autonoma, Qiangba Puncog (v. foto), e il presidente del Comitato permanente del Congresso tibetano Legqog daranno entrambi le dimissioni.
 
Dopo le proteste di piazza esplose nel marzo 2008 a Lhasa e altrove, represse nel sangue con centinaia di morti e migliaia di arresti, la situazione in Tibet è rimasta tesa e molte zone sono ancora sotto legge marziale di fatto.
 
Secondo i media statali, lo sviluppo economico rimane un punto chiave della strategia cinese per la stabilità nella regione. Pechino vi ha speso 2mila miliardi di yuan (circa 200 miliardi di euro) in 50 anni fino al 2008 e ha coperto circa il 90% delle spese del governo tibetano.
 
Al contrario i tibetani chiedono libertà religiosa e di espressione e lamentano che gli aiuti economici beneficiano soprattutto gli etnici han, dei quali Pechino ha favorito la massiccia immigrazione anche con facilitazioni economiche e con l’assegnazione di posti di governo. Al punto che gli autoctoni tibetani sono ormai in minoranza nel loro stesso Paese. Molti dei dimostranti del marzo 2008 erano giovani tibetani esasperati per la difficoltà a ricevere una valida istruzione e a trovare lavoro. Il Politburo ha anche deciso di mandare nella zona più funzionari di partito e specialisti in vari settori.
 
Tanzen Lhundup, vicedirettore dell’Istituto di Sociologia ed Economia del Centro di Cina per la ricerca sul Tibet, osserva che gli aiuti economici dovrebbero essere distribuiti in modo più equo, a favore di tutta la popolazione tibetana.
 
Il dottor Kerry Brown, esperto della materia, ha detto al South China Morning Post che simile politica può dare stabilità solo nel breve termine ma che non può durare nel tempo, anche perché “il governo di Hu Jintao non tollera alcun tipo di movimento locale in Tibet, cosa che sfida la legittimazione del governo. Non ci sono segni che voglia accettare un compromesso”.
 
Pechino ha reagito alle proteste con un capillare controllo militare e con la sistematica eliminazione di chi si oppone al governo cinese, anche chiudendo numerosi monasteri e arrestando decine di monaci. Pochi mesi prima delle Olimpiadi di Pechino di agosto 2008, il governo cinese ha aperto un “tavolo di trattative” con rappresentanti del Dalai Lama, leader tibetano in esilio, temendo che le diffuse proteste internazionali per la repressione potessero sfociare in boicottaggi e cattiva pubblicità. Ma per l’intransigenza cinese le trattative non hanno avuto alcun risultato e sono state bruscamente interrotte da Pechino poco dopo la fine dei Giochi.
 
La notizia delle dimissioni di Qiangba Puncog e di Legqog è stata data con risalto sulla Xinhua. Ma non è chiaro il perché delle dimissioni: se per essere promossi o per emarginarli. I due sono stati protagonisti della repressione seguita alle rivolte del marzo 2008. Quando sono scoppiati i primi moti, Qiangba si trovava a Pechino e ha dovuto rientrare in fretta nella regione.
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