29/11/2022, 12.21
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Qatar 2022: Iran contro Usa, la sfida simbolo di un mondiale ‘politicizzato’

di Dario Salvi

La vigilia della partita caratterizzata dalla controversia sulla bandiera scatenata dalla Federazione statunitense. Le “minacce” dei Pasdaran ai calciatori della nazionale perché “si comportino bene”. Un unico precedente a Francia ‘98 e la vittoria celebrata dagli iraniani. Una partita oscurata dalle proteste per Mahsa Amini. La competizione ha rafforzato il ruolo di Doha come mediatore regionale. 

Milano (AsiaNews) - Petrolio, nucleare, sanzioni, guerre per procura, geopolitica e visioni del mondo contrapposte, regime teocratico e democrazia esportata nel mondo con risultati non sempre brillanti (leggi Iraq e Siria, solo per fare due esempi). E una partita di calcio che, in caso di vittoria nei 90 minuti di gioco, assegnerà il passaggio alla fase ad eliminazione diretta del Campionato del mondo in Qatar, in quella che molti analisti considerano come l’edizione più “politicizzata e controversa” della massima rassegna calcistica internazionale. Oltre a essere la prima della storia a venire disputata in una nazione del Medio oriente.

L’Ayatollah e il Grande Satana

Il match che vede opposti questa sera alle 22 ora locale Iran e Stati Uniti va oltre lo sport, per il suo enorme carico di significati a livello diplomatico, sociale ed economico. Una sfida che è anche specchio e simbolo di un mondiale di cui si parla - forse per la prima volta - più per questioni extra-calcistiche che per le imprese dei giocatori in campo. In cui tensioni e rivalità vanno oltre il rettangolo di gioco, “politicizzando” una competizione sportiva come forse non accadeva dai Giochi olimpici del 1980 a Mosca e 1984 a Los Angeles, con i rispettivi boicottaggi di Stati Uniti e Unione Sovietica. 

Oggi la Repubblica islamica è travolta dalle manifestazioni, giunte al terzo mese, per la morte della della 22enne curda Mahsa Amini per mano della polizia della morale, che l’aveva arrestata perché non indossava correttamente il velo. Una giovane oggi simbolo di una lotta per la libertà e i diritti con in prima fila le donne, repressa nel sangue dalle forze di sicurezza per ordine degli ayatollah. In queste ore la Cnn ha rilanciato la notizia di “minacce di arresto e tortura” di parenti e familiari dei calciatori, se “non si comporteranno bene” prima della partita contro gli Stati Uniti. L’avvertimento è legato al rifiuto di cantare l’inno nella prima sfida con l’Inghilterra, considerato un gesto silenzioso di solidarietà verso i manifestanti, ed è emerso durante un incontro nei giorni scorsi con una delegazione dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione). Va detto che nella seconda sfida col Galles i calciatori l’inno lo hanno cantato, scatenando più di un malumore fra gli iraniani in patria e della diaspora, che si sono sentiti in qualche modo traditi.

Inoltre, il regime di Teheran avrebbe deciso di “aumentare in modo significativo” il numero di “sostenitori” inviati dall’Iran e fedeli alla leadership teocratica, per creare all’interno dello stadio un’atmosfera di sostegno e calore attorno alla squadra. Un evento che si sarebbe già verificato con il Galles, ma che stasera dovrebbe assumere proporzioni ben più significative. Del resto il clima pre-gara si era già surriscaldato alla vigilia, per la controversia sorta attorno alla bandiera: la provocazione è partita dall’account ufficiale della nazionale Usa che ha contraffatto lo stendardo degli avversari nascondendo il simbolo della Repubblica islamica. A stretto giro di vite la risposta degli ayatollah che hanno invocato l’esclusione degli Stati Uniti, seguita dall’intervento di Washington che ha preso le distanze dalla propria federazione calcistica. Ma tanto è bastato per accendere una rivalità che, ai mondiali, ha un unico precedente. 

La madre di tutte le partite 

Stiamo parlando della sfida che si è consumata ai mondiali del 1998 in Francia e che, nell’immaginario collettivo, è stata ribattezzata “la madre di tutte le partite”. Una sfida “con il più alto carico di significati politici della storia” conclusa col risultato di 2 a 1 per la Repubblica islamica e gol quasi allo scadere (84° minuto) di Mehdi Mahdavikia celebrato in patria con un tripudio di cori, bandiere e feste di piazza. Un clima ben diverso da quello che caratterizza l’attualità e le proteste per la libertà e i diritti, represse nel sangue dagli ayatollah.

Fra i momenti più significativi, il saluto iniziale fra le squadre che da regolamento Fifa - l’ente che governa il calcio mondiale - prevede che la squadra B (in quel caso l’Iran) vada verso il team A per una stretta di mano. Alla vigilia della sfida la guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva imposto l’ordine assoluto “di non dirigersi verso i rivali Usa”. Uno dei funzionari Fifa dell’epoca, Mehrdad Masoudi, preposto alla supervisione della sfida aveva negoziato con la squadra Usa ottenendo che fossero loro a dirigersi verso i rivali iraniani. Ciononostante, la partita si è svolta in un’atmosfera ben diversa, caratterizzata da una sostanziale correttezza e sportività; inoltre, nella cerimonia pre-partita - studiata nei dettagli - i calciatori del Team Melli (come viene identificata la nazionale) hanno regalato rose bianche agli avversari a stelle e strisce come simbolo di pace.

Secondo quanto ha riferito lo stesso Masoudi, dopo la storica vittoria il popolo iraniano si è riversato nelle strade di Teheran “a ballare e cantare”. E a distanza di qualche tempo l’americano di origini iraniane Afshin Ghotbi, ispirato dal match, ha accettato l’incarico nel biennio 2009-11 di allenatore della nazionale, primo cittadino statunitense ad assumere un ruolo di primo piano dalla nascita della Repubblica islamica. Una partita rimasta impressa anche nella mente dei giocatori Usa, tanto che l’ex difensore Jeff Agoos ha commentato dopo qualche tempo: “Abbiamo fatto più noi in 90 minuti che i politici in 20 anni”. Prova ne è il fatto che 18 mesi dopo le due squadre hanno giocato un’amichevole conclusa in parità (1-1) a Pasadena, in California, dove è presente una delle più importanti comunità iraniane della diaspora.

Palcoscenico delle tensioni regionali

Nel mondiale delle contraddizioni e delle politicizzazioni, una beffa del destino ha messo di fronte due nemici storici per un posto agli ottavi. Ma sono molti i temi extra-calcistici in questa prima fase della rassegna, come conferma l’invasione di campo avvenuta ieri sera fra Portogallo e Uruguay allo stadio Lusail, dove si disputerà la finale il 18 dicembre: uno spettatore - prima di essere bloccato dalla sicurezza e censurato dalla regia internazionale - ha percorso il campo con una bandiera arcobaleno e una maglia con scritto “Save Ukraine” e “Respect for Iranian woman”.

I diritti degli omosessuali è uno dei temi di questo evento “storico e controverso” assieme allo sfruttamento dei lavoratori, con un bilancio di almeno 6.500 morti in 10 anni di cantieri. Prima del torneo, la Fifa aveva scritto a tutte le 32 squadre per dire loro di “concentrarsi sul calcio” e lasciare da parte le contestazioni. La minaccia di ammonizioni e squalifiche aveva spinto diversi giocatori - fra cui i capitani di Germania, Inghilterra e Galles - a non indossare come annunciato la tradizionale fascia sul braccio con i colori dell’arcobaleno. In precedenza, l’ambasciatore della Coppa del mondo in Qatar Khalid Salman ha definito l’omosessualità una “malattia mentale”; parole bollate come “dannose e inaccettabili” e che hanno scatenato la protesta di gruppi attivisti.

Oltre alle partite dell’Iran, quelle con le maggiori connotazioni extra-sportive e il tentativo di mostrare magliette pro “Mahsa Amini” e “Woman, Life, Freedom”, le sfide sono state sfruttate per mostrare bandiere simbolo di violazioni, sfruttamento, emarginazioni: dallo stendardo palestinese sventolato sulle tribune e come fascia sul braccio dei giocatori di casa, alle bandiere assiro-caldee rilanciate da gruppi cristiani sui social. Lo stesso emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani ha compiuto un gesto dal grande significato, indossando una bandiera saudita sulle spalle durante la sfida fra regno wahhabita e Argentina, vinta contro pronostico dai sauditi. Una scelta non di poco conto, considerando che per anni Doha e Riyadh sono state protagoniste di una battaglia politica e diplomatica (“la crisi del Golfo”), con il piccolo emirato messo ai margini da una fetta consistente di nazioni della regione. Un altro gesto conciliatorio è considerato la stretta di mano fra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e l’omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi alla cerimonia di apertura del 20 novembre, dopo la rottura delle relazioni in seguito alle vicende legate alla Primavera araba e ai legami coi Fratelli musulmani. Per Kristian Coates Ulrichsen, del Baker Institute, un torneo “complicato da decenni di rivalità geopolitiche” ha fatto emergere una volta di più il ruolo di mediatore e le doti di “equilibrismo” di Doha nella scena diplomatica regionale.

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