02/09/2013, 00.00
SIRIA
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Siria, la guerra civile continuerà anche dopo la caduta di Assad

L'islamologo Francesco Zannini spiega ad AsiaNews le conseguenze dell'imminente attacco Usa alla Siria. Senza un piano strategico, i conflitti fra gruppi religiosi ed etnici potrebbero esplodere in qualsiasi momento. Turchia, Giordania e Israele appoggiano Obama, ma temono una guerra nei loro confini.

Roma (AsiaNews) - "La guerra civile siriana potrebbe continuare anche dopo la caduta di Bashar al-Assad". E' quanto afferma ad AsiaNews Francesco Zannini, esperto di islam e docente presso il Pontificio Istituto di studi arabi e di islamistica (Pisai) a Roma, sulle conseguenze del possibile attacco guidato dagli Usa in Siria. Secondo l'islamologo un cambio di regime in Siria o un indebolimento del governo di Bashar al-Assad non fermerebbero il caos che perdura da oltre due anni, che è costato la vita a oltre 100mila persone e ha provocato oltre 1 milione di profughi. Lo studioso spiega che il conflitto in corso in Siria è molto di più di una semplice guerra civile contro un dittatore: "Per il Paese non si prospetta un futuro di pace, senza un impegno di tutti partner stranieri".

"La popolazione in rivolta - spiega Zannini - ha fatto e continua a fare i conti con gli strumenti di repressione del regime degli Assad e delle forze militari alawite, già allenate a schiacciare qualsiasi tipo di opposizione interna. Ciò frena un cammino politico comune tra diverse identità etniche e religiose". Per ora tutte le componenti della società sono state tenute a freno da un regime autoritario. In Siria convivono da secoli musulmani sciiti, sunniti e alawiti; cristiani appartenenti a gruppi, tradizioni e riti diversi; curdi e altre minoranze. Le tensioni fra di esse potrebbero esplodere in un qualsiasi momento.

La guerra civile interna è fomentata anche da gruppi terroristi stranieri, come Jabat al-Nusra e altre milizie armate legate in alcuni casi anche ad al-Qaeda. "Il pericolo - spiega Zannini - non è solo la presenza dei qaedisti, che è documentata, ma senza notizie precise. In Siria combattono numerose forze islamiche estremiste in conflitto fra loro. Esse contribuiscono più dei movimenti terroristi riconosciuti all'instabilità del Paese, proprio perché nessuno riesce a prevalere sull'altro".

 Il rischio di rafforzare i terroristi è alla base delle titubanze dei Paesi occidentali: "La comunità internazionale è divisa, ma tali divergenze sono presenti anche fra molti governi del Medio Oriente. Arabia Saudita e Paesi del Golfo, premono per un nuovo assetto strategico della regione e appoggiano gli Stati Uniti. Sul piano ufficiale anche Turchia, Giordania, e Israele sono favorevoli alla linea Usa, ma temono le conseguenze di un attacco militare, che potrebbe dilagare entro i loro confini".

"Tali elementi - conclude Zannini - fanno parte del microcosmo siriano, che deve essere preso in considerazione per comprendere i futuri assetti di un Paese dominato per decenni dal regime alawita, collante per molte minoranze religiose ed etniche. Ciò ha spinto le minoranze a non schierarsi contro una dittatura sanguinaria, considerata da molti come il male minore". (S.C.) 

 

 

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