04/01/2016, 00.00
ISRAELE - PALESTINA
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Tel Aviv, dopo l'attacco continua la caccia all’uomo. L'indiziato soffre di problemi mentali

Le forze dell’ordine in ricerca del 31enne Nasha'at Melhem, indiziato della sparatoria al Simta pub. Nell’attacco sono morte due persone, almeno sette i feriti. Alte cariche di Israele ai funerali. Il giovane soffre di problemi mentali e in passato ha aggredito un soldato. Incriminati due estremisti israeliani (uno è minorenne) per il rogo della famiglia palestinese a Duma.

Gerusalemme (AsiaNews) - Continua la caccia all’uomo delle forze di sicurezza in Israele, per la cattura del 31enne arabo-israeliano Nasha'at Melhem, originario del nord del Paese. Egli è il principale indiziato della sparatoria avvenuta il primo gennaio scorso in un bar di Tel Aviv, in cui sono morte due persone e altre sette sono rimaste ferite. Dal giorno dell’attacco si sono perse le sue tracce, anche se gli inquirenti sono convinti che si trovi ancora all’interno dell’area metropolitana. Intanto nella metropoli costiera si sono svolti i funerali delle vittime, alla presenza di migliaia di cittadini e delle più alte cariche del governo. 

Le autorità israeliane hanno compiuto una ricerca casa per casa in diversi punti della città, finora senza alcun esito. Il sospetto dovrebbe trovarsi ancora a Tel Aviv, sebbene alcune fonti - finora non confermate - affermino che egli abbia cercato rifugio nei territori della Cisgiordania. Sulle sue tracce vi sono le “unità specializzate” nella “localizzazione e neutralizzazione” dei sospetti. 

Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld sottolinea che “tutti i nostri sforzi sono indirizzati al ritrovamento del sospetto” e che i reparti specializzati “lavorano in accordo fra loro per individuarlo”. L’attacco risale al primo dell’anno e ha coinvolto il pub Simta di Dizengoff Street, in centro città. 

Gli inquirenti stanno stringendo il cerchio attorno al giovane, che avrebbe usato una pistola automatica forse sottratta al padre e costituisce ancora oggi un pericolo per la pubblica sicurezza. Nell’attacco, aggiunge il portavoce della polizia, Nasha'at Melhem avrebbe esploso oltre 15 colpi “in varie direzioni”. Finora le autorità hanno sempre parlato di un singolo attentatore, ma non si esclude che altre persone avrebbero partecipato (o quantomeno favorito) l’attacco. E non è chiaro se il gesto sia riconducibile a una vicenda di “crimine comune” oppure a un “atto di terrorismo”. 

Alcuni media israeliani hanno rilanciato dichiarazioni dei parenti del presunto attentatore, fra cui il padre e uno zio, secondo cui Nasha'at Melhem avrebbe sofferto in passato di problemi mentali ed era già stato incarcerato per aver aggredito un soldato. Il padre lo ha riconosciuto dalle immagini delle telecamere di sorveglianza; la polizia ha fermato anche il fratello “per presunta complicità”. 

“Sono molto dispiaciuto per quanto ha fatto mio figlio” ha dichiarato il padre, augurandosi al contempo che “i feriti guariscano presto”. “Condivido il vostro dolore - ha aggiunto l’uomo, che lavora come volontario per la polizia israeliana - che siano arabi o israeliani non c’entra, mi dispiace per loro”. Dalle indagini emerge che una delle pistole (regolarmente detenute) dell’uomo sarebbe sparita, ma non è chiaro se sia proprio l’arma usata dal figlio in occasione dell’attacco.

Dalle immagini di sorveglianza di alcuni locali della zona si vede il giovane entrare in un negozio di alimentari, estrarre un’arma e sparare contro un bar vicino, uccidendo due persone, e poi colpire in direzione di un altro locale a circa 150 metri di distanza, ferendo altre sette persone. Il movente del gesto è tuttora ignoto.

Intanto le autorità israeliane hanno incriminato due sospetti per il rogo, avvenuto il 31 luglio scorso a Duma (Nablus), in Cisgiordania, di un’abitazione di una famiglia palestinese in cui sono morte tre persone, fra cui un bambino di sedici mesi bruciato vivo. Nell'incendio doloso hanno perso la vita il piccolo Ali Dawabsheh, la madre Riham e il padre Saad, deceduto dopo qualche giorno in seguito alle ferite riportate. È invece sopravvissuto l’altro figlio della coppia, Ahmad, quattro anni.

A sei mesi di distanza dall’attacco la magistratura israeliana ha incriminato in via ufficiale, con l’accusa di omicidio, due persone legate ai movimenti dell’estrema destra ebraica. Si tratta del 21enne Amiram Ben-Uliel, originario di Gerusalemme, e di un giovane di 17 anni (la cui identità resta sconosciuta) proveniente dalla parte settentrionale della West Bank. Altre persone sono state inquisite e fermate, ma finora non sono state emesse accuse formali a loro carico. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’attacco a Duma sarebbe stato una rappresaglia per l’uccisione di Malachai Rosenfeld avvenuta a inizio luglio nei Territori. 

Le ultime vicende di cronaca si inseriscono in un contesto di crescente tensione in Israele e Palestina, che solo nei giorni scorsi (a Hebron e Gerusalemme) ha fatto registrare anche un attacco all’arma bianca e sparatorie contro civili e soldati dell’esercito israeliano. Per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu gli attacchi perpetrati nel contesto dell’intifada (la terza) dei coltelli rappresentano una “ondata di terrorismo”. Nelle violenze, divampate nell’ottobre scorso, sono morti sinora 20 cittadini israeliani e oltre 80 palestinesi, deceduti in attacchi o scontri con l’esercito con la Stella di David. Ad oggi nel Paese vi sono 1,75 milioni di arabi israeliani su un totale di 8,4 milioni di abitanti. 

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